Visualizzazione post con etichetta Eros. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Eros. Mostra tutti i post

martedì 11 marzo 2008

Pioggia, e la notte (Cantico dei Cantici)

In un attimo ho ritrovato la mia più spinta architettura interiore, fatta di emozioni che gesticolano e svettano, di pugni allo stomaco d'adrenalina e impazienza. Esattamente com'era successo alcuni mesi fa, un istante è bastato - come un click - ad aprire mondi e lasciar fluire intorpidite sensazioni viscerali. Ho guardato il mare attraverso queste persiane che stillano gocce di pioggia come resina, e mi è sembrato che la bellezza mi avesse teso la mano per traghettarmi nell'ovunque che lei circonda. Mi ha afferrato, cruda, fino a farmi chiudere gli occhi digrignare i denti, e la mia pelle non aveva più nessun confine riconoscibile, era in quell'ovunque quell'istante. Perché se le tue mani mi afferrano, è come se la bellezza stessa mi afferrasse: levigata, forte, prepotente. Ho amato le tue mani come il tuo sapore, che ha lasciato un bisogno di ritorno su quelle stesse vie le strade i ponti e le scorciatoie che mi hai disegnato addosso. E' stata la notte a vestirmi e svestirmi e lasciare scie di intenso piacere come volute di facile comunione: un glorioso cercarsi trovarsi che non conosce soluzione di continuità. E' durato una notte, ma ancora oggi cola dal cielo e fluisce nelle vene come questa pioggia-resina che rimane incrostata al cervello incrostata alla carne. L'acqua non può lavare ciò che il desiderio ha smosso e poi infiammato, che l'acqua lava solo quello che si lascia scivolare via; ma le tue braccia mi trattengono, e la pioggia è impotente.  

"Mi son levato la tunica,
perché indossarla ancora?
Mi son lavato i piedi,
perché imbrattarli ancora?..."
"Il mio diletto spinse la mano
dentro lo spiraglio,
e si commosse per lui il mio cuore.
Mi levai per aprire al mio diletto
e stillarono mirra le mie mani,
e le mie dita mirra fluente
sulla maniglia della serratura."

Cantico dei Cantici

V

martedì 19 febbraio 2008

Il Sesso: Dio dei cattolici

Prendo spunto da una polemica sorta tra un 'anonimo cattolico' e 'tutti gli altri', che ho trovato su un post di Metilparaben. 'Anonimo cattolico' sbotta: voi laici siete ossessionati dal sesso! E di seguito: ai bambini le scene di sesso in tv fanno male, li turbano!, che poi ci sono le babygang e lo vedi come va a finire: che tutti violentano tutti, e la colpa è di voi stronzi laici che fornichereste dal mattino alla sera alla faccia dell'innocenza infantile; e poi non rompete i coglioni con 'sta storia dei preti pedofili ché i preti pedofili sono quattro gatti...

Sono cresciuta in una famiglia tradizionale: figlia unica di genitori nati e vissuti nello stesso paese, innamorati da giovani e legati indissolubilmente da un sentimento fatto non solo di amore e passione, ma di dovere e sacrificio e forti ideali. Gli ideali, col tempo, sono diventati principii e i principii, con la maturità e cristallizzandosi, sono diventati dogmi.
I miei sono cattolici, e io sono cattolica. Non praticante. Cosa che per mia madre costituisce un cruccio quasi mortale.
Ho studiato filosofia in un'università cattolica. Un giorno di qualche anno fa incontrai in treno una suora, una di quelle con gli occhi dolci e le guance da scoiattolo. Ad un certo punto mi disse: "La filosofia, il più delle volte, allontana da Dio" e, detto da lei, Dio aveva ancora l'iniziale maiuscola. Ma aveva torto.
Ciò che mi ha allontanato da Dio (Quello lì, Quello istituzionale) non è stata la filosofia - che anzi è modo divino di arrivare a sé stessi perdendosi in mille percorsi e strade e viottoli, foreste deserti e campi - ma l'ipocrisia moralista di chi si dice cattolico: l'università 'cattolica', la gente 'cattolica', gli ideali 'cattolici'.
In realtà non ho mai pensato agli altri in termini di 'laici o cattolici'. Per me è una polarità che non esiste: fallace, scivolosa, allarmante. Credo nell'esistenza dei bigotti, degli atei, dei fondamentalisti di qualunque fede, degli illuminati e delle guide spirituali. Ma l'opposizione tra laici e cattolici, come ogni dualismo, è faziosa, e sputa fuoco dalle narici.

Per la mia famiglia il sesso è sempre stato tabù. Che alla fine è il modo migliore per renderlo Dio, buttando giù Quell'altro dal Paradiso. Quando il sesso è tabù, diventa irresistibile, morboso, attraente. Disumano e divino. E' il divieto - esteso al mondo - dell'Eden da cui 'loro', i cattolici, si sentono esclusi. Gli inacidisce la bocca, il sesso, a quella gente lì, come il cibo vomitato dai bulimici e mai digerito. Il sesso, per loro, non diventa spinta erotica ma rimane allo stadio di compulsione, e senso di colpa, e bisogno di controllo. Perché il difficile, alla fine, è capire che l'erotismo (luminosa e torbida danza in cui il sesso si esprime) racchiude lo spirituale dell'uomo, ne è una via privilegiata, espressione di una vita profondamente carnale e profondamente sacra.

V

venerdì 8 febbraio 2008

Le mie notti, nel momento

Mi piace scrivere la notte, e questa è una notte particolarmente bella per scrivere. Una notte da Ludovico Einaudi, anche se alla fine ascolto Irene Grandi altrimenti mi immalinconisco troppo, e non è notte da malinconie, questa. Questa notte mi piace perché la abito bene, mi scende giù per i fianchi come un vestito che non fa pieghe, che accompagna sfiora.
Anche ieri è stata una bella notte, e quando siamo entrati al Valerie ci siamo seduti al bancone - e subito ho dato un occhio a me stessa tre anni prima che, là, nell'angolo dietro l'entrata, al tavolo con gli amici... Ma no, che infine era una stagione diversa e gli amici: certi sono gli stessi ma cambiati anche loro, e quelli nuovi vanno e vengono come onde del mare lasciandomi in fondo invariata, come spiaggia di pietra lavica.
Eppure ieri notte, in quell'occhiata a tre anni fa, mi si è dilatato il cuore di un burbero affetto e di un'ancor più scontrosa nostalgia - voglia di ritorno, voglia di afferrarmi, in quell'angolo angusto di spazio e tempo. Afferrarmi in un impeto narcisistico, e baciarmi a lungo e a palpebre abbassate, e un'infinita estenuante tenerezza per me stessa. Ieri avrei preso quella ragazza di 26 anni e l'avrei guardata negli occhi, passando da una pupilla all'altra come fanno gli innamorati arsi di sete.
Mi sono amata, ieri notte, e mi sono lasciata amare, ho deciso di salire tutti i gradini di quella soffitta, uno per uno. E ho vissuto qualcosa che la bella e insicura ragazza di tre anni fa non avrebbe saputo vivere, e avrebbe vissuto in maniera vorace e complicata (scalando abissi quando la superficie è tanto vasta e tanto profonda). E' successo che sono stata bene, nel momento, e in prospettiva. Mi sono messa seduta: ho appoggiato il mento alle ginocchia piegate, sistemandomi gli occhiali sul naso. Poi ho appoggiato la guancia alla gamba e l'ho guardato di traverso per un po', quasi a lungo. Non c'era nulla che mi disturbava in quello che vedevo, nessuna domanda e nessun rovello, niente razionalismi, e nemmeno asperità o durezze o paure.
Alla fine, mi sono scoperta che sorridevo.
V

martedì 5 febbraio 2008

Del gioco e della paura

Dire che un uomo è pittore, fa il pittore, dipinge: è una cosa seria, non è vero? L'uomo dipinge, compone musica, scolpisce, e sono tutte attività serie, serissime, ma in realtà sono giochi di adulti, adulti che continuano a giocare e giocare, come la mamma che dice al suo bambino: "Finisci il disegno prima di cena" per toglierselo dai piedi almeno cinque minuti. E l'adulto gioca, per rimandare di altri cinque minuti la morte, il futuro, domani. Che domani, chi lo sa, potrebbe rompersi il giocattolo. Eppure lo facciamo tutti, di rimandare la morte in un modo o nell'altro.
Un uomo mi ha portato in una soffitta: era scura e bassa, con una finestra a mezzaluna che dava sulle luci della città di notte. Mi ha fatto salire le scale a chiocciola, senza toccarmi senza sfiorarmi. Sul soppalco un letto blu, il cuscino dava su un'altra piccola mezzaluna dorata e le pareti erano spoglie. "Volevo solo farti capire che, se vorrai, ci sarà questa possibilità", maniera splendida per dire e non dire.
L'ho fatto fermare sul penultimo gradino, gli ho messo le braccia intorno alle spalle, appoggiandogli la testa sopra. Anche un gradino più in basso, riusciva ad essere più alto di me e in quell'altezza mi piaceva perdermi, anche se non del tutto, che non era il momento, e chissà se lo sarà mai. Poi ho ripensato a quel letto tutta la notte, e per tutta la notte mi sono chiesta perché non ho voluto giocare, le fantasie alla fine sfibrano, e anche le parole e anche i sensi logorati sfibrano, alla fine. E quando ne abbiamo parlato, davanti a un bicchiere di vino, lui ha detto "Sei tanto intelligente che a volte sfiori la stupidità" e ha disegnato un cerchio con le dita della mano come a dire: gli estremi si toccano, e poi mi ha toccato, baciandomi lieve i polpastrelli.
C'è qualcosa, del gioco, che fa paura. Gadamer l'ha colto con esattezza, dicendo che il gioco è qualcosa di tremendamente serio, nel gioco è "in gioco" l'essere autenticamente uomo: giocare è una roba da grandi.
E in quella soffitta non mi sono voluta mettere in gioco.
C'è stato un abisso profondissimo che non ho voluto guardare, su quel letto blu scuro. Ho lasciato i miei occhi sui suoi cuscini bianchi, rotondi, belli, e talmente giocosi, talmente allegri... giocosi e belli e allegri fino allo spasimo. Per quello spasimo ho dovuto chiudere gli occhi, e affondare il viso sulle sue spalle.
La cura delle emozioni sfibrate e logore è solo nei gesti precisi e senza scampo: ma la mia testa riesce sempre a trovare una via di scampo, e affama il mio corpo, lo punisce, lo stanca. Ho un corpo ludico e una testa impietosa e tiranna, figlia e ostaggio di una paura panica e totalizzante. Ha ragione, quest'uomo. Il cerchio si chiude, tutto alla fine si rivela nel suo opposto, e ci sarà infine una battaglia che la mia testa perderà: per sfinimento.
V

venerdì 1 febbraio 2008

L'essenza dell'erotismo

Parlavo con un amico, stasera, e gli spiegavo un concetto che in questi giorni mi ha stordito nella sua evidenza. Gli dicevo: ho iniziato a scrivere un romanzo, è un romanzo di dolore, una storia atavica e sempre uguale, in cui si parla di un'infanzia piagata e distrutta; ma mi sono resa conto, scrivendo le prime pagine, quanto parlare di vita e di morte e di dolore sia in fondo parlare di eros, di istinto, correnti, passioni, fuoco che marchia la pelle e pulsa, di voglia e piacere e desiderio e ansia di essere colti di sorpresa, presi di spalle e messi al muro. Senza via di scampo.
C'è una superficie profondissima in un corpo, un calore agghiacciante, un perenne rabbrividire di sensazioni che chiedono di essere rivoltate: portate alla luce e nascoste in nerissimi abissi. Il nostro corpo pretende di essere svelato e violato, di essere usato e consumato - e l'anima - dimenticata. Che l'anima dimora nella pelle più che altrove, perché è proprio ed esattamente e solo nella superficie che splende una profondità senza fine.

La vita: un ansimo.
Ed è a quest'ansimo che si deve la vita.

V

giovedì 24 gennaio 2008

L'arte del bacio: estetica circolare

Quando in What women want la tizia sfigata (quella che lavora al bar, per intenderci, ma che pare abbia velleità recitatorie - o forse mi confondo, che 'sti film son tutti uguali) va finalmente a letto con Nick Marshall, ad un certo punto si chiede cosa lui stia facendo con la lingua... nel senso: alza gli occhi al cielo e si annoia, mentre sembra che con la bocca stia baciando un maccherone troppo condito.
Ieri sera mi pare d'aver detto a un uomo che bacia bene. Sì, è andata così: gli ho detto c'è una buona base ma puoi migliorare, e di certo un altro mi avrebbe forse mandato a cagare, ma lui no, lui - dal primo bacio all'ultimo - è effettivamente migliorato, tanto che alla fine ho concluso te lo dico anche per altruismo, che vedrai le altre come mi saranno riconoscenti. Ieri sera ero del tutto suonata. Suonata ed egoista. Per giustificarmi potrei citare la frase che Reth Butler dice a Rossella, in lacrime per la dipartita del suo secondo marito: "E' questo il guaio: dovreste essere baciata, e spesso, e da uno che ci sa fare". Ecco, è una cosa del genere che ho provato ieri sera.

Ma poi, come sempre, la riflessione trascende l'attimo, e un bacio diventa il simbolo di un mondo a sé in cui ciò che conta è l'estetica del gesto, la bellezza del momento, un attimo ed un momento in cui il bacio diventa percorso, e la bellezza è meraviglia panica che riempie i polmoni e li feconda. Un bel bacio è ritmica circolare che vaga e ritorna, si perde in chiacchiere in rivoli in strade scure in cui i passi risuonano sempre con un'eco spaventosa; perché un bel bacio è exitus e reditus direbbe Tommaso riprendendo Platone, andata e ritorno, viaggio e riposo e brezza sulla pelle sudata quando le lenzuola sono corde intrecciate ai piedi del letto e il cuscino è di traverso.
Nel quadro di Hayez, a ben guardare, c'è un'ombra sul fondo, un'ombra - che scappa che spia - nell'antro buio dietro i due amanti. Mi piace pensare che quell'ombra sia il desiderio, sia il pericolo e la voglia di ancora, e altro, e poi. Che il bacio genera altri baci poiché è consuetudine e mania: e lascia insoddisfatti, perché penetra, ma non scava. E per questo - ritorna.
V

sabato 19 gennaio 2008

S'i' fosse foco

Odio questi giorni perché non so scrivere una canzone, e con una canzone nelle vene sarebbe tutto più facile. Invece posso solo scrivere parole - e questo perché la maestra un giorno mi legò al banco e, come un'orchessa avida, mi strinse la mano attorno alla penna costringendomi a fare tre archi alla emme.
Odio questi giorni perché non so dipingere un quadro, e anche se lo sapessi dipingere sarebbe un quadro in bianco e nero, lanci di colore, tagli e sputi e dolore che violenta la tela. E sarebbe un quadro che nessuno guarda volentieri.
Questo è uno di quei giorni in cui rivorrei tutto il mio passato, ma anche vorrei già il mio futuro, tutto assieme, per saettare come un fulmine tra ieri e domani uccidendo l'oggi. Oggi è un giorno che solo la passione può salvare, solo il fuoco può purificare. Una passione scritta, una passione da pagina virtuale - che la forza di viverla, questa passione, chi mai ce l'ha. E' un giorno da cantastorie, di castellane e vergini, donne opulente ed eccessive, streghe.

Tra novembre e dicembre ero goddess, i miei post di quel periodo sancivano la rinascita e il formicolio. Era una bufera di sensazioni forti, un carillon di decine di musiche diverse. E, nell'istante stesso in cui ho detto a me stessa che il destino sarebbe finalmente sfociato, il destino ha chiuso le porte a doppia mandata, e l'eros si è spento: inceppato, annichilito. Le parole hanno ecceduto la realtà, ancora una volta. Le parole hanno esagerato, costringendo la vita a ritrarsi nel suo guscio di lumaca. Eppure non chiedevo altro che vivere la passione, viverla e cavarla fuori come un ragno dal buco.
Cercavo la passione, era la sola cosa che volevo. Ma non sono stata brava a coglierla, ho lasciato passare l'attimo, e non l'ho colto. Ho invece conosciuto un uomo; per la prima volta nella mia vita, quest'uomo ha la mia età, è nato pochi giorni prima di me, e però ha qualcosa di maturo e forte. Non ne sono innamorata, ma è la cosa più vicina all'amore che provo da mesi. Mi protegge il suo esserci, forte, e costante e impermeabile ai miei balzani umori mestruati. C'è della delicatezza, in lui, un'istintiva capacità a vincere le resistenze, e adattarsi.
Ma io volevo ardere, non intenerirmi! Volevo lasciarmi andare senza pensare alle conseguenze, senza chiedermi "e domani?", senza telefonate il giorno dopo, senza niente. Il niente, rivestito di pelle carne e sangue. Un niente pulsante ed erotico, la celebrazione dell'istante in cui perdersi e non ritrovarsi, mai.
Cos'è successo invece, tra quel niente e l'istante?

Se io fossi fuoco, e questo schermo fossero pagine di un quaderno ingiallito, brucerei tutto, e me prima di tutto e questi pensieri troppo pesanti. Invece li lancio come bottiglia nel mare, il mare si prenderà cura di loro, e io di me stessa, e tutto rientrerà nei binari di uno straziante dopopranzo assolato. Aspetterò che quest'uomo mi chiami, per ridere ancora, e nella risata non pensare. Che quello che vorrei lo nascondono gli occhi chiusi dietro palpebre che vibrano appena. Forse sarà il vento.
V

mercoledì 9 gennaio 2008

Greta Garbo all'ombra di Gabriel Garcia Marquez

L'articolo pubblicato da La Stampa nella pagina culturale dell'8 gennaio ci informa che in Francia è appena uscito il libro Le discours amoureux contenente, tra le altre cose, un centinaio di pagine inedite che l'autore aveva eliminato dalla stesura definitiva dei Frammenti di un discorso amoroso. Riporto alcune frasi del Roland Barthes inedito.

"Eros è giovane solo nei miti, nei romanzi e nelle storie elaborate per i bisogni eugenetici della specie ("ebbero molti figli perché s'amarono da giovani"). Ma la passione amorosa non fa attenzione all'età (come non fa attenzione al sesso o all'oggetto); non soltanto piomba su di voi in qualsiasi momento, ma opera un'elevazione magica, un esonero d'ogni sentimento dell'età: il soggetto amoroso, alla lettera, non ha età (non sa più che cosa sia l'età) - o ha tutte le età nello stesso momento; va a zonzo attraverso il tempo, mescola senza prevenire la tenerezza infantile e il lassismo crepuscolare. Come il puer senilis della retorica antica e medievale, immagine mitica e al contempo giovanile e saggia, egli fa parte di quella razza bizzarra, un po' gnostica (faustiana?), che congiunge le età ritenute contraddittorie, mantiene in sé l'infanzia (attraverso la struttura immaginaria, materna) e vive tuttavia con conoscenza di causa, alla fine di un lungo passato, vicino alla morte, nell'ombra puerile".

Devo ammettere che se Wolfghost non avesse dato ad un mio post una risposta che è suonata secca alle mie "corde" interiori, non avrei scritto su Roland Barthes, sull'Eros, sui frammenti inediti e, sicuramente, non avrei rispolverato quella spassosa foto presa a Villa Cimbrone in cui Greta Garbo conobbe ore di "segreta felicità". Straordinario. Le ore di segreta felicità, dico. Fuggire da Hollywood, portarsi Leopold appresso e fornicare dal mattino alla sera sul magnifico golfo campano in primavera, e guadagnarsi così un'effigie impressa nel marmo e nell'immortalità secula seculorum. Amen.
No no no! Alla fine decido di non essere d'accordo con il saggio Wolf. La passione (come la chiama lui) e l'eros (come ho deciso d'ora in poi di chiamarlo io) non raggiunge il suo apice nel pathos ("insicurezza e sofferenza"). Piuttosto, come scrive Roland Barthes: la passione amorosa (l'eros!) "piomba su di noi in qualsiasi momento" e "opera un'elevazione magica"! Non è sofferenza, non è insicurezza e non è nemmeno un surrogato di quello stupido amore che tutti vanno invocando come molle spezzate.
Sicuramente Greta Garbo si è meritata quell'iscrizione nel marmo perché era la Divina, non per le sue ore di "segreta felicità" con Leopold. Ma è vero anche che se fosse andata in quella villa a picco sul mare per curarsi la scoliosi, l'effigie stessa avrebbe avuto meno conturbante fascino, e non avrebbe aperto la mente ad astute fantasie pruriginose furbescamente suscitate dall'ammiccante ma trattenuta espressione "ore di segreta felicità". Che delizia! E se avesse trascorso lì la sua prima notte di nozze? Be', le ore di passione non sarebbero più state "segrete", e addio incanto, addio senso del peccato, addio immaginazione e sogno e "magica elevazione"!
No, non voglio sentir parlare d'amore, non voglio sentir dire che la passione è un surrogato dell'amore - in cui capita di inciamparsi come in un ciottolo più grande di altri. D'altra parte non mi sembra di ricordare che Roland Barthes, nei suoi Frammenti, abbia mai parlato d'altro che dell'amore-innamoramento, dell'amore-passione, dell'eros che fa avvampare le guance e aspettare con un'ansia da braccio della morte la chiamata dell'amato...
Mi piace pensare che Gabriel Garcia Marquez avesse a mente i Frammenti quando scrisse una delle pagine più divertenti, ironiche e sagge sull'amore-passione. Perché questo è, al momento, l'unico tipo di amore che riesco a concepire.

"Quando Florentino Ariza l'aveva vista per la prima volta, sua madre l'aveva scoperto da prima che lui glielo raccontasse, perché aveva perso la parola e l'appetito e passava le notti in bianco a rigirarsi nel letto. Ma quando incominciò ad aspettare la riposta alla sua prima lettera l'ansia gli si complicò con diarree e vomiti verdi, perse il senso dell'orientamento e soffrì di repentini svenimenti, e sua madre si terrorizzò perché il suo stato non assomigliava ai disordini dell'amore ma ai danni del colera. [...] L'esame rivelò che non aveva febbre né dolore in nessuna parte e che l'unica cosa concreta che sentiva era il bisogno urgente di morire. [Al vecchio omeopata] bastò un interrogatorio insidioso, prima a lui poi alla madre, per comprovare una volta di più che i sintomi dell'amore sono gli stessi del colera".

V

lunedì 7 gennaio 2008

Riassumendo e guardando avanti

E' bizzarro, e anche un po' perverso: rileggendo alcuni miei post - specie quelli in cui parlo di Carlo e di questa cerebrale passione evoluta a singhiozzo - ho notato che i fatti tra me lui sono accaduti esattamente dopo aver detto a me stessa basta, non ne ho più voglia. Come un ragazzo pigro che rimanda ogni cosa all'ultima ora dell'ultimo giorno, così il destino ha trattenuto il respiro, e fatto uno scatto in avanti proprio un attimo prima che l'indifferenza mi annoiasse fino al punto di non ritorno.

Quando tre anni e mezzo fa conobbi il mio ultimo fidanzato ricordo che fu un attimo di folgorante immobilità: lui era una bellissima esplosione di capelli neri, denti bianchi, mascolinità brutale e gambe saldamente piantate per terra. Lo avevo desiderato, dal primo istante, con una passione totalizzante e accentratrice che non lasciava molto spazio per altro. Bruciava e devastava. Tutto, anche me. Che non desideravo altro che farmi carbonizzare da quel fuoco, e mettermici dentro più comoda, accoccolata; persa. L'ho goduto molto quell'uomo, l'ho anche amato e l'ho conosciuto. L'ho conosciuto, amato e goduto talmente tanto che oggi il suo pensiero non mi fa più male, e non mi fa più niente.

Il 2007 è stato un anno difficile ma anche strano. Ho fatto delle cose strane - ad esempio, iniziare a scrivere un blog - e gettato qualche seme, ho interrotto una relazione e non ne ho iniziata nessuna. Ho conosciuto persone nuove, recuperato contatti persi nel tempo, cambiato colore di capelli; ma è stato difficile perché ho dovuto resettare e ripartire, ripensarmi sotto altre spoglie. Una fatica sfibrante a tratti, ma che qualche volta è valsa la pena. Accanto alla quindicenne ancora talvolta spaventata e inerme, rabbiosa e incredula, la ventinovenne (a volte traballante) sta. E in questa epifanica capacità di stare in piedi da sola è tutta la mia felicità di ragazza.

L'altra notte, in un'ostinata pozza di insonnia, ho preso in mano L'amante e l'ho riletto in un poco più di un'ora. Pur leggendo con rapidità da affamata, non mi è sfuggito il lento, piagato e ansimante ritmo di quel dolore, e alla fine - quasi senza commozione, sicuramente senza sentimentalismo - mi sono ritrovata il cuscino bagnato di lacrime. Poche, qualche manciata, versate non so se per il volto sfiancato di una diciottenne di tanti anni fa, o per l'idea di quello squillo di telefono arrivato, a distanza di anni figli libri separazioni e sconfitte, nella casa in penombra di una vecchia. Forse è lo squillo. Parigi intera perforata da quel suono, e io stessa.

Sabato sera mi sono lasciata abbracciare, perché abbracciarsi aveva una qualità diversa. Carlo aveva una qualità diversa: dopo settimane che non lo salutavo non lo guardavo - per ripicca, per noia - e dopo l'assenza di Budapest, improvvisamente si è avvicinato, mettendomi una mano intorno alla vita e dandomi qualche bacio in quella zona ibrida e calda che non è guancia, non è orecchio e nemmeno collo, ma un magnifico incrocio di pelli e sensibilità diverse. Quando si è allontanato, da dietro mi ha di nuovo sfiorato la mano - ed è in quel momento che ho capito. L'indifferenza, il silenzio, l'assenza di segnali. Poi, da parte mia, l'arroganza e l'orgoglio. Tutte balle. In questo caso la passione non è fuoco, ma è il possente e lento avanzare al mare degli enormi fiumi limacciosi che attraversano foreste, e le sconfinate pianure cinesi. Un destino, che sfocerà.

V

lunedì 10 dicembre 2007

Ma mère m'a dit (la Notte e il Fascino)

Mia madre, figlia sessantaquattrenne del proibizionismo sessuale, s'è detta preoccupata dei miei rientri all'alba durante il fine settimana. Troppe volte, troppo tardi. O troppo presto, a seconda dalla prospettiva da cui si guarda il giorno: se dalla fine - o dall'inizio. Durante il fine settimana la notte è il mio giorno, trapunto di molti soli; io lo abito con disinvoltura, lo indosso, e nulla mi piace altrettanto che sentirmi avvolta rannicchiata nella notte. Quel buio; quello stop della mente. Sentirmi me stessa senza il dovere di esserlo; nelle mie maschere la mia essenza.
Sabato qualcosa (un'emozione, forse) mi ha preso alla gola, mordendo con avidità. Mi ha gettata a terra. Ho adorato da subito quella sensazione di violenza e forza, quel brutale piegarmi le braccia dietro la schiena e vincermi. Mi ha fatto sentire gli occhi liquidi, e caldi; persi, immersi nel desiderio. Ciò che immagino è irripetibile. Sono lapilli di carenza e fuoco che nelle mie notti tengo troppo moderatamente a freno, ma che deflagrano infine di giorno - nelle parole, purtroppo. Solo nelle parole. Che, di volta in volta, bastano sempre meno, appagano sempre meno e, al pari esatto di un erotomane, pretendono di più, svelano sempre di più, e incalzano. Sono la mia personalissima fonte di dipendenza.
Riflettevo: ciò che rende attraente la Bestia non è, come stupidamente ci vuol far credere l'autore, la dolcezza che infine riesce a suscitare in Belle un sentimento di amore, ma dovrebbe essere proprio la sua forza, la sua rudezza, il potere che deriva dalla sua mostruosa imponenza. In questo c'è del fascino (e d'altra parte nel significato stesso di fascino c'è la notte, il mistero, la malia e l'accerchiamento, il piegarsi della volontà ad un potere oscuro; il fascino è Anatolij Kuragin), non in quella specie di goffo peluche che lancia palle di neve e mangia la zuppa col cucchiaio... patetico.
Due volte la stessa carezza, è vero, non è la stessa cosa. Ma qualcos'altro può esserci al suo posto. Qualcosa di più coinvolgente, e di meno facilmente definibile. Appoggiata alla parete stavo parlando con un'amica, finché lui, all'improvviso ma con decisione, si è quasi lanciato su di me prendendomi la spalla, spingendomi quasi con tutto il corpo contro il mio che, avvicinando tanto i suoi occhi ai miei e le sue labbra, ho sentito le pupille dilatarsi di stupore e bellezza, ho posato la testa al muro in stato di totale inerme abbandono mentre lui mi parlava e mi diceva di raggiungerlo alla consolle dove stava mettendo i dischi. Non importa quello che è successo dopo. L'ho raggiunto, certo. Non subito, non di slancio, ma girandoci intorno, temporeggiando, irretendo. E' stata una danza.
Parlavo di legacci, qualche post fa. Ecco, quei legacci si sono infittiti, tagliano la pelle e penetrano la carne. Sono ormai dentro di me.
E' un errore credere che io ami. Non amo - non ancora, e nemmeno quasi. Ma di notte mi accade sempre più spesso di respirare, assieme alla fredda aria di mare, fascino e buio e stelle e un senso da omphalos, da ombelico del mondo. Mia madre non sa quale sacro sentimento di onnipotenza anima le mie notti, e le sue immagini sono immorali grovigli di azioni impure. Le mie, di immagini, sono ben più oscure, e ben più roventi; ma le consegno talvolta alle parole e, più spesso, al silenzio ermetico della mia testa. Tric trac: le rotelle girano, macinano fantasie, disegnano scenari e mondi e sogni. Null'altro che il fascino più torbido, accompagnato dalla realtà più casta.
... Ma solo in attesa che la realtà riesca - finalmente, ed infine - a cogliermi di soppiatto, ululando e spazzando la mia mia terra con potenza di tormenta, piegando reticenze e vanità, sospingedomi come fa il vento con le anime dantesche del secondo girone dell'Inferno. Insomma, ubriacandomi con una potenza che finora ho solo pensato, ma - mai - vissuto.
V

lunedì 3 dicembre 2007

Un'altra volta la stessa carezza

I fatti sono evoluti con una rapidità incontrollabile. In una sera ho avuto tutto: l'incontro-evento fulminante, l'idea e la carne, le mani. Non so come sia accaduto, perché non avrei avuto il coraggio di farlo accadere; eppure, mentre c'ero, era solo una naturale estensione, fatta di pelle e respiro, dei miei post. Un frammento di vita più pensata che vissuta. Lui teneva gli occhi chiusi, e il riverbero della luce dei lampioni disegnava curve di stanchezza sul viso. Io lo guardavo, e seguivo con un dito il suo profilo; intanto mi dovevo dire che, sì, davvero ero lì con lui, e che l'aveva voluto lui e che lui era abbandonato tra le mie mani ad occhi chiusi. E che c'ero io, lì. Davvero.
Ma questa è già la fine del racconto. Cominciamo dal principio.
Vedendomi, quella sera, si è avvicinato, mi ha baciato le guance per la prima volta, e si è fermato finalmente accanto a me. Finalmente, per la prima volta, non è passato oltre dopo avermi incrociato; ma si è fermato, stabile, non esattamente di fronte a me, non di fianco ma di tre quarti, il viso rivolto avanti e il corpo a creare una specie di abbraccio immobile. Abbiamo iniziato a chiacchierare e fin dall'inizio è stata come l'apertura di una diga, una valanga di racconti, sensazioni, fatti e ricordi, di confidenze e di sciocchezze. Abbiamo trascorso un'eternità in mezzo al locale a parlare l'uno addosso all'altro, e a sussurrarci nelle orecchie per soverchiare i decibel della musica alta e per stare vicini annusare la sua pelle. Le parole che ci dicevamo erano in realtà un'accattivante rete di pretesti, perché nel giro di poche battute ci siamo ritrovati a dirci come ci saremmo contattati in futuro. Lui la prende alla lontana: "Potresti telefonare in ufficio e lasciare il tuo numero. Quando lavoro faccio filtrare le chiamate, ma se lasci il numero ti richiamo io". Arriccio il naso, non so, forse non mi piace molto l'idea, gli rispondo. Allora lui propone: "Prendi l'elenco del telefono, e cerchi il mio nome..." Rido come se fosse un'idea impraticabile, come se non possedessi alcun elenco telefonico. Ma lui si corregge subito: "E' meglio se prendiamo una scorciatoia", dice infine. "Ti lascio il mio numero di cellulare, così non ci sono filtri", e gli mostro tutta la mia più recitata sorpresa... Mi dice: "Aspetta qui", va in cucina, ritorna poco dopo e mi lascia tra le mani un cartoncino su cui ha scritto il nome e il numero. Mi allontano, e fremo.
C'è qualcosa nell'aria, una nascosta sensualità che sento fluire dalle viscere, che mi pervade e mi eccede. Niente mi sembra impossibile o incredibile, tutto è come deve essere. E' il beethoveniano das muss sein!, il destino che bussa alla porta, una necessità impellente categorica che si fa avanti con martellante ineluttabilità. La sento nella schiena, che lui più e più volte sfiora abbraccia accarezza, come per caso. Tende a chiudermi negli angoli, a bloccarmi la strada, ad allungare un braccio per sbarrare l'uscita: nessuno di questi gesti ha l'aria di essere deciso né di essere finalizzato a me. Sembrano gesti casuali, ed è durante una di queste trappole (lui mi impedisce di scendere dallo sgabello su cui sono, e mi ritrovo incastrata tra lui e il muro) che gli dico: "Un po' di settimane fa ti ho visto alla consolle che mettevi dischi in giacca e cravatta... Avevi una cuffia sull'orecchio, e tenevi la testa piegata sulla spalla. Quella visione mi ha emozionato". E' un punto di non ritorno, le carte sono date.
La mano vincente è quella di un uomo che alle 5 del mattino posa la sua guancia sulla mia accarezzandomi il collo. Tiene gli occhi chiusi, e il riverbero dei lampioni disegna curve di stanchezza. La sua bocca è tirata, taglia una ferita in mezzo al viso, e lo stupore di averlo qui mi fa toccare con dita leggere ogni suo tratto. Lui è immobile, ogni tanto dice una frase breve, e sorride; mi tiene le mani, e non c'è fretta, non c'è nemmeno una domanda e nemmeno una risposta. In questo c'è solo il presente, un attimo lungo ore e lungo carezze che non si danno l'assillo del domani, e nemmeno del dopo. E' difficile da spiegare e pure da capire, ma per me non c'è futuro in quella bellezza che ho bevuto. Come se il presente fosse già passato, questa notte ha realizzato tutte le sue potenzialità. Baciare quelle labbra - morderle, esattamente come avevo sognato di fare - mi ha del tutto appagato, lasciandomi quieta e sfamata. Lui, però, ha gettato un seme di futuro, uno piccolo, e problematico. Mi ha detto: "Scrivimi", e io: "Cosa vuoi che ti scriva?", "Che mi desideri..." Io lo ascolto, guardo i suoi occhi socchiusi e gli domando: "Davvero credi questo?", "Certo. Cos'altro? Tu non sei innamorata di me. Mi vuoi. E io sono qui". "Non vorresti esserci?", "L'ho scelto, ed è una cosa rara. Ma ci stiamo infilando in un casino..." Mi accendo una sigaretta e butto fuori il fumo prima di dire: "Perché? Tu vedi una progettualità in questo 'casino'?", ma non risponde subito. Infine dice: "Sì". Poi, in un momento di inattesa loquacità, aggiunge: "Vorrei portati fuori... Vorrei farti vedere i posti che mi piacciono, dove mi diverto lontano da qui, dove riesco a lasciarmi andare... E tu cosa vuoi?". Niente, sarebbe la risposta. Nient'altro che questo, e ora. Ma mi sembra una cosa inaccettabile da dirsi, una saracinesca abbassata sulle dita di una persona. Do una riposta simmetrica alla sua: "Vederti... ogni tanto", e mi chiudo nel mio silenzio fatto di lunghe boccate di fumo.
La poesia accade. Non è un fiore di serra, coltivato e alimentato a concime; è espressione della creativa fecondità della natura. La poesia ha reso quelle carezze reali lungo l'arco di una notte una rosa spontanea che stupisce per il suo odore caldo di petali maturati al sole. Un'altra volta la stessa carezza sarebbe un'altra cosa. Sarebbe l'appendice prosaica di un sogno nato e vegliato tra le pagine di un libro.
V

sabato 1 dicembre 2007

La tenerezza e la bellezza

Da una settimana, ormai, sono soggiogata dall'inconsapevole dolcezza di due occhi timidi. Se la loro timidezza sia immaginata o reale, non saprei dire. Ma, come nel caso di Carlo, anche questa volta - più che l'evento - ciò che mi scuote è la bellezza di un'idea, tutta concentrata nella bellezza di un corpo: l'idea che si fa carne.
Non mi piace la bellezza negli uomini. Gli uomini davvero belli che ho conosciuto nella mia vita hanno sempre avuto un che di innaturale: sono uomini che, per la maggior parte, guarda sempre in alto, senza degnare di uno sguardo noi poveri esseri umani inferiori al metro e ottanta - e sì che la compagnia è grande. Guardare un simile personaggio è arido e deludente. Benché spesso siano uomini statuari, il paragone con le statue è improprio: la statua infatti sa porsi puramente alla vista emergendo nella sua nascente tridimensionalità, si lascia guardare velando e svelandosi, e creando uno spazio prospettico magico e intenso che lega tutti - spettacolo e spettatori - in un unico evento. Un uomo bello, al contrario, si ritrae alla vista degli altri pur vivendo per essere guardato. Ma il suo lasciarsi guardare è infecondo come il vecchio cimelio dei nonni tenuto chiuso nella vetrinetta del salotto buono, quello che nessuno abita mai. E' triste, appunto.
Questo ragazzo che da una settimana vedo è bello: niente di più che bello, ma anche niente di meno. Di un'altezza strepitosa, magro e spontaneamente elegante di modi, è giovane, è timido, è sensuale.
Ieri sono arrivata al locale, ho posato borsa e cappotto, e lui è passato accanto a me con una pila di bicchieri puliti in mano. Era serio. Bocca carnosa ma non stucchevole. Capelli spettinati, occhi accigliati e naso piccolino, corto. Ne stavo ammirando la perfezione quando lui, vedendomi, si ferma un istante, schiarisce tutto (un'esplosione di denti bianchi, occhi luminosi e una rete di brevissime rughe attorno alla bocca) e si ferma per salutarmi, darmi un bacio sulla guancia, mentre io gli tengo il braccio. E' una consistenza setosa di muscoli e carne, di calore e sangue. Il frammento di pensiero che rimane incastrato nei miei occhi, mentre gli tocco il braccio, mentre lui mi bacia, mentre i bicchieri chi se li ricorda più (e la Carletta commenta: "Era inutile che io gli dicessi anche solo 'ciao'!"), è che questo ragazzo - più giovane di me - non ha capito di possedere una bellezza franca e pulita che emoziona. E' ignaro, perciò la sua bellezza trasuda qualcosa che gli altri non sanno nemmeno di avere: la tenerezza. Non è una tenerezza di bambino o cucciolo (ho conosciuto ragazzi belli che già a 16 anni riuscivano ad essere fastidiosamente vuoti), ma è il disarmante potere che nasce dalla profondità, dalla tridimensionalità, dal mistero - e che non è mero fascino, non si identifica con una camicia nera attillata né in un certo modo di tenere la sigaretta. E' tutto questo, ed è altro che gli gira intorno, dietro, al di là, si intreccia si sovrappone e si incastra come una gemma che sorge dal suo stelo. E' come piega la testa quando parla; è lo sguardo di lato che non osa fissare; è la spontaneità di una timidezza attraente e un poco impacciata.
La tenerezza rende preziosa la sua bellezza.
In un certo senso, lui è rassicurante come un paesaggio di Jane Austen, ma vivifica quell'asessuata atmosfera british con un calore e una sensualità vibranti che lo rendono desiderabile oltre che bello e tenero. Racchiudo tutto il desiderio che lui mi evoca in una sola, ultima immagine: mentre ero in un angolo a parlare con qualche amico, mi volto verso di lui e, tra decine di teste, intravedo, dietro il bancone, il suo collo lasciato scoperto dalla camicia. Una pelle chiara, una linea limpida e netta che crea una curva di piacere fisico, e là - nell'incavo delle clavicole - una piccola collana brilla di luce ammiccante, canto delle sirene che mi ha intrappolato. Un sorriso sfuocato sta ai margini di questa visione, splendida cornice di un quadro d'autore.
V

domenica 11 novembre 2007

Merleau-Ponty e il chiasmo delle mani

Siamo arrivati davanti al nostro solito locale che tirava un vento freddo di mare. La Carletta aveva uno dei suoi tipici vestitini cortissimi e attillati, cintura bassa e giacca di pelle marrone. Era graziosa, come sempre. Come sempre, il suo naso si arriccia quando sorride, e gli occhi azzurri struccati danno un senso di simpatica allegria. Mi stava aspettando per la cena. La Cate, tutta in nero (capelli neri, occhi neri, vestito nero e piumino) ci ha raggiunto mentre aspettavamo le nove e mezza fumando. Giacomino si godeva il suo mozzicone di sigaro toscano lontano dalla sua teutonica fidanzata-robot, e i miei occhi vagavano qua e là, chiaramente indirizzati.
Sì, lo so. Dopo l'immagine eroticamente fulminante di domenica scorsa - Carlo alla consolle che mette dischi con la sua aria da maschiaccio - ho cercato di stordire le mie sensazioni con la definitezza apollinea e rassicurante della forma letteraria. Ho mangiato letteratura per stoppare i languori del mio stomaco esigente, e ho rigurgitato rassicuranti frammenti di cultura. Ma chi voglio prendere in giro. Ieri sera, prima di uscire, sono stata talmente disonesta con me stessa da mettermi addosso le prime due cose che avevo lasciato da giorni a penzolare sulla sedia, non prima, però, di aver provato mezzo guardaroba: abiti, gonne, autoreggenti, trasparenze e tacchi. Poi mi sono sentita ridicola (o insicura), e ho pensato che i sogni è meglio lasciarli ben chiusi a riposare dietro le palpebre, o al limite nelle parole sperse di un blog. Allora mi sono infilata un paio di vecchi jeans, un maglioncino nero girocollo e stilavali. Cappotto, e profumo. Credo che in parte fosse anche un gesto scaramantico: quando avevo conosciuto il mio precedente fidanzato, più di tre anni fa ormai, in agosto, io ero irritata con me stessa perché non avevo avuto voglia di lavarmi i capelli, ancora fatti di salino per la spiaggia del pomeriggio. Ma qui non si tratta né di fidanzati né di capelli: ognuno è, grazie a dio, al proprio posto.
Ceniamo e siamo in dieci al tavolo: si beve champagne, ne mando giù parecchio. Carlo sta mangiando lì vicino, mi dà le spalle. Carletta ogni tanto mi guarda e mi sorride arricciando tutto il naso: è l'unica a cui ho raccontato la mia fantasia. Mentre sono più le cose che lascio nel piatto che quelle che mangio - o al massimo, le divido con Lorenzo - Maurizio mi riprende: "L'altra, lì", e mi indica, "si veste sempre come se dovesse affrontare il gelo polare: accollata fino al mento, chiusa e impacchettata, che non si vede niente". Gesticola, e tutti ridono. Poi mi lancia uno sguardo penetrante e conclude: "Ah! Se io fossi te, vedresti cosa combino in giro!" Affermazione che, tutto sommato, decido di prendere come complimento.
Ogni tanto mi ritrovo a dare un'occhiata alla schiena che, in linea d'aria, si trova ad un metro e mezzo da me. La guardo, Carletta mi guarda, ridiamo, e decido di fare come per l'abbigliamento: una bella alzata di spalle, e poi chi se ne frega.
Il locale si riempie velocemente, e la serata trascorre tutta con noi del gruppo che, a turno, balliamo, salutiamo conoscenti ed ex, teniamo lontani personaggi sgraditi, e percorriamo i dieci metri del locale affollato per uscire a fumare. Attività che ci prendono molte ore in un rilassante niente di niente.
Ogni tanto guardo - quello sguardo indirizzato di cui parlavo all'inizio - e ogni tanto mi lascio guardare.

... E infine, mentre ritornavo da un giro fuori, nel percorrere il breve corridoio mi sono ritrovata faccia a faccia con Carlo. La gente era talmente tanta che non si riusciva ad andare né avanti né indietro. L'unica cosa che ho potuto fare è stata guardarlo, guardarlo dapprima con ironica curiosità (toh, chi si vede...), guardarlo poi con la nuova consapevolezza creata da ore e ore di fantasie e immagini (ecco l'oggetto del mio desiderio...). Ma fantasie e immagini riguardano me sola, sono state in questi giorni la mia ora d'aria, il mio carburante, il mio lusso e la mia trasgressione. Quello sguardo, invece, riguardava noi due. Era relazione.
Ci siamo ritrovati di fronte. Come sempre, senza dirci nessuna parola. L'ho guardato, in quell'immobilità calda fatta di corpi ammassati, l'ho guardato e subito ho pensato che, no, sarebbe stato umiliante continuare a guardarlo se lui avesse fissato lo sguardo in un'altra direzione: che so, dietro di me, di fianco, o anche in aria o per terra. Eppure, istante dopo istante, decidevo di rimanere lì, e scoprivo con fugace meraviglia che anche lui rimaneva lì, piantato in questi miei occhi, fermo, intenso.
Ho pensato che sarebbe stato umiliante se lui non mi avesse guardato; ma mi guardava, e la paura è diventata pudore. Mi sono sentita nuda, e senza volerlo ma volendo nascondermi, ho abbassato lo sguardo e deciso di provare a fare un passo in avanti. Impossibile. Perché nell'attimo in cui ho abbassato gli occhi, lui ha alzato la sua mano all'altezza delle spalle, e io mi sono chiesta, del tutto impreparata, cosa volesse quella mano. Forse un saluto silenzioso, un pat pat amichevole? Improvvisamente spaesata, ho alzato a mia volta la mano, quella sinistra vicino alla sua, e ho provato a fare un gesto di saluto (e pensando al tempo stesso che razza di saluto è tra due persone che se possono si passano a fianco evitando di parlarsi, ma sempre sotto fiuto l'uno dell'altro?).
Alzando a mia volta la mano, lui l'ha presa nella sua. Non l'ha stretta, non l'ha massaggiata, non ha tentato uno di quegli impacciati baciamano degli uomini senza fantasia. L'ha presa, e toccata. L'ha toccata, e accarezzata. E accarezzandomi - abbastanza a lungo da non potermi sbagliare sulle intenzioni di quel tocco - proseguiva il suo sguardo. Ho risposto a quella carezza, e le nostre mani sono diventate il chiasmo dei sentimenti contraddittori, di eleganza e animalità, di desiderio e fuga, silenzio e contatto. Erano mani toccanti e toccate, ma non semplicemente e banalmente perché la sua era toccante (ovvero, il principio del moto e dell'azione) e la mia toccata, soggiogata e agìta; erano mani che si toccavano elevate alla seconda, perché anch'io toccavo lui come lui si lasciava toccare da me. E' stato scambio di liquidi, umori e sesso. E' stato un sesso inaspettato e trasgressivo. Gli ho idealmente mostrato la gola in segno di resa, e mantenuto per il resto della serata il mio silenzio come segno di "altrove", closed, ma forse, al prossimo incrocio...
V

giovedì 8 novembre 2007

Seta tra le gambe

Ieri stavo scrivendo un articolo di critica comparativa su un oscuro Francescantonio Grimaldi; ero accoccolata sulla grande poltrona del mio studio, portatile bollente sulle gambe incrociate, il manuale di storia della filosofia moderna sul bracciolo sinistro e la Vita di Diogene cinico su quello destro. Era un momento così, di concentrazione, di calma, e di un indecifrabile sorriso in faccia, sorriso di perplessità, suppongo, e di un certo solleticante disinteresse. Me lo sentivo stampato sulle labbra, il sorriso, e la cosa mi divertiva; sì, ero di buon umore nonostante "il" Grimaldi.
Tutt'a un tratto, mi si bloccano le dita, mi si impalla il cervello, e un nodo mi chiude la bocca dello stomaco.
Una visione.
Una stupefacente, invadente, potente visione.
Diogene il Cinico cade, ma c'è da dire che era già instabile. Io, invece, dopo mesi e tanti di silenzio e sordità e cecità e gelo, erutto. Per una sola visione. Per un ricordo, o meglio per un frammento di immagine che, da domenica, mi è rimasto impigliato nella retina, e ha fermentato ora dopo ora dopo notte e sogni e risvegli sempre uguali, fino a riversarsi con frastuono di onda in quel desiderio e in quella voglia che mi hanno assalito, sbaragliandomi, senza mancare il colpo.
Domenica è stata una serata strana, sdoppiata, un po' come il mio mercoledì, ieri: un muro di berlino tra una destra e una sinistra, tra un prima e un dopo, tra il gelo e il disgelo.
Ero con amici in questo minuscolo locale sul mare, caldo e rosso di luci radenti, scuro di parquet e piccola pista da ballo con tavolini di legno lungo le pareti. Bevevo il mio bicchiere di vino, e mi annoiavo passeggiando qua e là in silenzio, raggiungendo gli amici, facendomi riempire il bicchiere, uscendo a fumare (togli il cappotto rimetti il cappotto... senza soluzione di continuità, per ammazzare la noia e dare una meta alle gambe). In realtà stavo anche guardando un ragazzo che mi piaceva pigramente, ma io non ero convinta non ero nella parte. Lui, occhi spaventosamente azzurri e faccia bella, corpo minuto e capelli neri, girava per il locale con altrettanto fateless, e spesso ci trovavamo di fronte di lato di schiena o braccio a braccio, a frugarci fra i tratti del viso.
Ero fuori forma, sì, ma del tutto indifferente no.
Durante una sigaretta in compagnia, appena fuori del locale, vedo che lui s'infila la giacca, guarda due o tre volte attraverso la portavetri, esce e, passandomi al fianco, mi saluta, appena appena, ma sufficiente a farsi sentire. Ruoto su me stessa - il cappotto stretto al collo per ripararmi dal vento che mi butta i capelli negli occhi - e rispondo con una certa baldanza. I miei amici credono che io e lui ci si conosca, e non sanno che quel "Ciao" è frutto di una manciata di sguardi. Sale in moto, e va via.
Non so bene quale reazione tutto questo mi abbia creato; fatto sta che il suo ciao, o la sua fuga, o i suoi occhi, o tutto insieme o forse niente di tutto questo, mi ha fatto buttare l'ennesima sigaretta, togliere con decisione il cappotto e mettermi a ballare con i miei amici sulla piccola pista semibuia e, dopo qualche canzone di rodaggio, lanciarci a ballare sui tavoli, io, la Carletta, Lorenzo e un tizio di cui mi sfugge il nome (come dire: la differenza tra nameless e fateless non è acqua e, a meno che non si tratti del gatto di Holly, un nameless è anche e inevitabilmente un loser).
Il dj viene a bersi un bicchiere con noi; ridiamo. Gli facciamo i complimenti per la bella musica, gli dedichiamo un coro scherzoso (il suo cognome fa rima con qualcosa per cui tutti lo prendono in giro), lo circondiamo in gruppo e cantiamo per lui... ci fa allegramente segno con le mani che siamo un po' alticci, e ci sfugge per andare a fumare regolarmente fuori del locale. Noi sospiriamo, ci riprendiamo dalle risate un po' alcoliche, lancio un'occhiata alla Carletta e ci ritroviamo di nuovo in pista a ballare. Lorenzo si congratula con me per "la svolta" che sono riuscita a dare alla serata. Ce ne compiacciamo in due.
Nel girarmi a parlare con qualcuno che mi stava picchiettando la spalla, inciampo con lo sguardo nella consolle, e al posto del nostro dj c'è il proprietario del locale che mette i dischi in giacca e cravatta, tenendo la cuffia accostata ad un solo orecchio, e ha la testa piegata verso la spalla. Lo conosco ormai da un anno, ci siamo spontaneamente antipatici, ma per qualche ragione l'ho sempre trovato erotico in modo quasi doloroso: non certo bello, basso e magro, occhiali e capelli cortissimi, il suo viso ha un'aria totalmente attraente e scorbutica, al punto che ogni volta sono sempre consapevole di dove si trova, in quale esatto punto del locale, e il mio corpo contro voglia assorbe dal suo una specie di calore, di onda magnetica, di legacci sottili e impalpabili che mi irritano, mi indispettiscono e mi attraggono.
Ecco, questa è l'immagine che ieri, mentre cercavo di cavare sangue da Francescantonio, mi ha immobilizzato le dita, interrotto il respiro e riempito di un insinuante e liscio languore.
Durante il resto del pomeriggio non c'è stato spazio per molto altro che lasciarmi andare a quella fitta di desiderio che, inaspettatamente, mi ha colto in mezzo alle gambe; e l'immagine di Carlo alla consolle mi stringeva i fianchi in maniera talmente prepotente che l'unica fantasia che riuscivo a concedermi era quella di avvicinarmi a quell'uomo che mette dischi, alzargli la testa e mordergli le labbra, non delicatamente, non giocosamente, non astutamente: mordergliele e basta, respirargli addosso, sentire il suo alito, sfiorargli con la mano la cravatta ma non toccarlo, non lasciarmi andare, non lasciarlo andare tenermelo lì, nella nicchia scavata dal muro, tra un angolo e il banco, morderlo, tirargli il labbro e succhiarlo, e il fiato, respirarci addosso, scoprire lì per lì che l'antipatia latente non è che voglia, e il passaggio dall'odio al desiderio è un detonatore potentissimo, morderti, morderti fino a stancarmi dell'idea.
Ma chissà com'è, l'idea non mi stanca mai.
L'ho pensato, immaginato, rivoltato e indagato in ogni prospettiva e modo e luogo e tempo. Stamattina, quando mi sono svegliata, la fantasia non mi bastava più. Mi sono strusciata fra le lenzuola, sono scivolata nel letto come tra le sue braccia sul suo corpo, corpo di seta, corpo caldo e scivoloso come il desiderio, duro e implacabile e martellante. Era un desiderio fatto di occhi azzurri, di cravatte, di disgelo e di mani. C'è tutto, in questo desiderio: ci sono tutti i mesi passati a far decantare il dolore, a elaborare la fine di una storia infelice, a ricostruirmi una nuova identità ed un nuovo volto.
E' un'esplosione, ormai. Una lava che non smette di eruttare.
Non voglio più smettere di scrivere. Non voglio più smettere di immaginare questa fantasia. Voglio portarmi dentro, fra le cosce, tutta la smania che il mio risveglio ha rivelato. L'epifania di una sensualità che vuole essere raccolta e bevuta a piene mani.
V