Ho sempre avuto un modo tortuoso di pensare: adatto la realtà alle mie supposizioni. Fiuto l'aria, scruto le iridi del mio interlocutore, inseguo impervi sentieri interpretativi e, in un modo o nell'altro, faccio centro. Ho sempre avuto delle vibrisse al posto dell'anima, e sensazioni al posto di giudizi.
Per me, la sensazione è Dio.
Da ragazzina, al ginnasio, la mia prof d'italiano (un'autentica mostruosità travestita da donna), vedendomi annoiata durante la lettura ad alta voce di non so quale pagina di letteratura, mi chiese:
"Che c'è? Non ti piace questa poesia?"
Le risposi: "No. La trovo brutta."
"E da che cosa giudichi che è brutta? Sentiamo..."
"Non saprei dirle", conclusi, "ma quando una cosa è brutta, avverto un disagio lungo la schiena, come un brivido, ma senza freddo." Le vidi una traccia di sorriso sulle labbra: la mia risposta - in un qualche modo che allora non seppi spiegarmi - le era piaciuta. Da quell'ombra di sorriso sono passati quindici anni.
Nel frattempo, e con un certo disappunto, mi sono resa conto che non ci sono più "vibrisse al posto dell'anima" (stronzate adolescenziali!), ma decine di gatti che, incresciosi, mi passeggiano su e giù per la schiena. Vanno, vengono, si arruffano tutti e talvolta si azzuffano anche. Ci si fanno le unghie, i fetenti, sulla mia schiena! ed io abbozzo, ché non posso fare altrimenti.
Nota: la prof sorrise perché, come mi spiegò molto tempo dopo, quei "brividi epidermici" erano lo stesso strumento di giudizio estetico che affliggeva Hemingway. Non ho mai verificato l'esattezza di questa notizia, per paura che i gatti scappino e non si facciano più vivi. A questo, ormai, sono legate le mie aspirazioni letterarie...
V
lunedì 5 maggio 2008
Tra gatti, schiene e sensazioni (sognando Hemingway)
lunedì 21 aprile 2008
Stanotte vorrei dormire tra le pagine di un libro
E' semplicemente una serata di pensieri approssimativi. O forse, non è poi così semplice.
Milano oggi mi ha accolto con un piovigginare stizzoso e un carico di notizie - come se dalla vita mi fossi assentata più di un fine settimana qualunque. Come se la vita avesse avuto il tempo di fare tre volte il giro del mondo mentre io ancora mi stavo allacciando le scarpe per uscire. Ed è una sensazione sgradevole, di orizzonti mutati e stagioni impazzite, notti con soli accecanti e giorni più neri del nero. Sono questi i momenti in cui la vita mi fiacca i coglioni con una manata portentosa che soffoca i pensieri, fa scivolare lacrime di rabbia. Presto risucchiate da pori onnivori, da pori cannibali e feroci.
Non ne resta traccia.
Stanotte vorrei aprire un libro e stendermici dentro, per finalmente dormire tra parole di altri, ed altre braccia.
V
venerdì 18 aprile 2008
Su e giù per i ponti di pietra
Capita: si perde la strada.
La musica m'infastidisce, mi infastidiscono le persone: le loro parole i loro silenzi. C'è una corda, nella mia anima, tesa come un ponte di pietra tra una sponda e l'altra, e suono quella corda di pietra con un archetto d'acciaio, un archetto affilato come un bisturi. Non intendo mollare questo ponte d'acciaio e di sangue. Non intendo muovermi di qui - finché non mi sarà passata, finché la rabbia si ritirerà come bava perlescente di lumaca. Consumerò queste pietre coi miei piedi (pelle contro cocci contro cemento scottante, fino all'usura), userò milioni di volte l'aria: bevendo e sputando e assaggiando, piegandola e stropicciandola dentro i miei polmoni, su su fino ai pensieri meno afferrabili. E urlerò, se è il caso, tirerò calci, sarò sgraziata e rozza. Sarò sola con me stessa, a fare del mio corpo violino suonato da un bisturi, carne che suppura e testa che si svuota. Non voglio altro: piedi che si consumano sopra un ponte, piedi liberi.
Passerà, lo so. Ma per ora, ho perso la strada.
V
lunedì 14 aprile 2008
Con Berlusconi ha vinto la volgarità
E non c'è nemmeno bisogno di spiegare il perché. Ha vinto la volgarità, la menzogna, l'apparenza e la mancanza di serietà. Il dramma è che hanno perso gli Italiani.
V
sabato 12 aprile 2008
Le quattro gonne di Anna Bronski
Io lo so dove sono: sono qui, in questi piedi che danzano e confusa tra mille molecole di una luce abbagliante. E anche se il mio corpo non c'è davvero, chi se ne frega. Io ci sono, in qualche modo - e sono la pazzia di Oskar col suo tamburo di latta, nascosta come il nonno sotto le fitte quattro gonne di una giovane Anna Bronski. Quattro, come i balzi dei miei piedi irrequieti; quattro, come i miei sorrisi.
Primo sorriso.
Ieri sera, guardandolo, non ho trattenuto una carezza. E' stata una carezza non pensata né voluta ma come dire - sbocciata, come un tic. E' nata nelle dita prima ancora che nella testa, e solo poi è diventata: reale.
Secondo sorriso.
Ho ricevuto una mail, stamattina, e la fotografia di un mare accecante e poche parole: "E' bello tornare a capirsi". In quelle parole, la dolcezza di un messaggio inatteso e desiderato - come quelle cose che non sai di desiderare fin quando non le hai tra le mani e pensi com'erano vuote le mie mani, prima.
Terzo sorriso.
A come mi hai afferrato il braccio, martedì sera. Di fronte a Le Trottoir (la testa fitta delle tante sere con Mara, negli anni a bere e fumare e tentare di parlare americano con gli americani, fallendo e ridendo e ballando), mi hai preso il braccio e l'hai stretto, avvicinandomi. Ho nascosto il viso dietro ai capelli, ma ho sorriso.
Quarto sorriso.
"Ricordi cos'hai detto anni fa, al Tenco?", non ricordavo, no. "Parlavamo di tradimenti, e io ti chiedevo se per te anche baciare significa tradire. Tu hai risposto: 'anche solo guardare è tradire'. Ricordi?" E, sì, all'improvviso ricordo.
V
Mia nonna non portava una sola gonna, portava quattro gonne, una sopra l'altra. Non che portasse una gonna e quattro sottane; ben quattro cosiddette gonne indossava, una gonna portava l'altra, ma lei le portava tutt'e quattro in base a un sistema che ne mutava ogni giorno l'ordine. Quella che ieri era al di sopra, oggi stava subito sotto, e la seconda diventava la terza. Quella che ieri era ancora la terza le stava il giorno dopo vicino alla pelle. La gonna ieri più vicina al corpo faceva chiaramente mostra oggi del proprio motivo, e cioè di nulla affatto: le gonne di mia nonna Anna Bronski prediligevano tutte la stessa tinta, quella delle patate. Sembrava che le donasse.G. Grass, Il tamburo di latta
giovedì 10 aprile 2008
Sognando il lungosenna
Amo questa fotografia di Cartier-Bresson perché esprime gioia. Gioia, orgoglio, spensieratezza. L'ho scelta perché la amo, e anche perché sto vivendo il mio periodo parigino (abiterò un mese a Parigi, quest'estate, in una mansarda sui tetti di Belleville) e ascolto Brassens, Jacques Brel, ed in particolare questa splendida poetica Amsterdam. Leggo e rileggo la Vargas per addormentarmi la sera (mi faccio prendere per mano da Adamsberg, e camminiamo ventosi sul lungosenna). Ripasso con un amico la grammatica francese, in vista di un suo esame, e riscopro l'asmatico piacere di ricordare, una dopo l'altra, tutte le eccezioni dei suoi verbi.
Questa foto di Cartier-Bresson è miracolosa, tanto più che il bambino ha i piedi tagliati e molto cielo sopra la testa: cielo, muri e persone, uno scorcio di strada, là dietro. E' felice, il bambino-bilancia che esibisce con orgogliosa sicurezza le due bottiglie. E anche io lo sono, a tratti, perché sento qualcosa come una pienezza dell'essere, un bastare a me stessa, una consapevole, dolce anestesia dal mondo. Non sento il mondo, non mi entra in nessuno dei cinque sensi; in compenso mi entra nei polmoni una straordinaria quantità d'aria, di sole e mare, di - quasi - felicità. E' una di quelle sensazioni che si disperdono con - troppa - facilità, ma nel momento in cui arrivano: commuovono per la dolcezza. Vedo trasparenti e lievi molte cose, in questo attimo calmo. E proprio perché so che non durerà a lungo, dico a quest'attimo ciò che disse Faust al suo: "Fermati, sei bello".
V
Pink Martini, Sympatique
sabato 5 aprile 2008
Le emozioni del Rockpoeta
Il Rockpoeta è venuto ad Imperia, ieri, per fare un reading delle sue poesie. Avevo conosciuto Daniele poco prima della Pasqua, ad un evento allegramente autoreferenziale come una BlogBeer. Ieri l'ho rivisto, completo grigio scuro ("La mia divisa da lavoro", mi ha detto sorridendo), e un po' di nervosismo nelle gambe mai ferme. In una storica libreria della città - quella dove ragazzina compravo i libri di testo, quella in cui ho nascosto seppellito le mie prime emozioni letterarie - Daniele "il" Rockpoeta ha iniziato ad interpretare alcune delle sue ultime poesie. Come questa, questa o quest'altra, intima e delicata, che quando la recitava - piano e pudico - quasi mi vergognavo di essere spettatrice di un sentimento così personale, così esclusivo. Ma le poesie di Daniele sono state, soprattutto, poesie di aspra denuncia, scritte su semplici pagine graffate ma - graffiate - sulle pelle come unghiate feroci, ferite strazianti. Ha messo in gioco il suo corpo, esposto i suoi occhi, interpellato ognuno di noi e se stesso per primo; ha vibrato e sussultato e infine placato al suono delle sue parole dei suoi versi, e le sue idee, le sue denunce, hanno saturato l'aria di dolore e bellezza.
V
martedì 11 marzo 2008
Pioggia, e la notte (Cantico dei Cantici)
In un attimo ho ritrovato la mia più spinta architettura interiore, fatta di emozioni che gesticolano e svettano, di pugni allo stomaco d'adrenalina e impazienza. Esattamente com'era successo alcuni mesi fa, un istante è bastato - come un click - ad aprire mondi e lasciar fluire intorpidite sensazioni viscerali. Ho guardato il mare attraverso queste persiane che stillano gocce di pioggia come resina, e mi è sembrato che la bellezza mi avesse teso la mano per traghettarmi nell'ovunque che lei circonda. Mi ha afferrato, cruda, fino a farmi chiudere gli occhi digrignare i denti, e la mia pelle non aveva più nessun confine riconoscibile, era in quell'ovunque quell'istante. Perché se le tue mani mi afferrano, è come se la bellezza stessa mi afferrasse: levigata, forte, prepotente. Ho amato le tue mani come il tuo sapore, che ha lasciato un bisogno di ritorno su quelle stesse vie le strade i ponti e le scorciatoie che mi hai disegnato addosso. E' stata la notte a vestirmi e svestirmi e lasciare scie di intenso piacere come volute di facile comunione: un glorioso cercarsi trovarsi che non conosce soluzione di continuità. E' durato una notte, ma ancora oggi cola dal cielo e fluisce nelle vene come questa pioggia-resina che rimane incrostata al cervello incrostata alla carne. L'acqua non può lavare ciò che il desiderio ha smosso e poi infiammato, che l'acqua lava solo quello che si lascia scivolare via; ma le tue braccia mi trattengono, e la pioggia è impotente.
"Mi son levato la tunica,
perché indossarla ancora?
Mi son lavato i piedi,
perché imbrattarli ancora?..."
"Il mio diletto spinse la mano
dentro lo spiraglio,
e si commosse per lui il mio cuore.
Mi levai per aprire al mio diletto
e stillarono mirra le mie mani,
e le mie dita mirra fluente
sulla maniglia della serratura."
Cantico dei Cantici
V
martedì 4 marzo 2008
Sono stufa (la Pietà Rondanini)
E' inutile girarci intorno: aveva ragione
Umberto Galimberti quando disse, molto tempo fa, che quella dei giovani, oggi, è una generazione che ha un'unica preoccupazione: procurarsi un'incredibile quantità di tempo libero per assaporare fino in fondo l'assoluta insignificanza del proprio peso epocale. Di questa mia generazione - che abbraccia forte ma non stringe nulla - sono stufa, e stufa sopra tutti di me stessa, e della mia pochezza onanistica, del mio giro di amicizie, dei ventenni, dei trentenni e di ogni forma di umanità che mi circonda.
Sono stufa dell'umanità morta sul lavoro, che si becca gli applausi ai funerali come se si trovasse, cadavere, sull'ultimo palcoscenico mediatico del suo passaggio terreno.
Sono stufa dello sguardo profondamente buio e senza fede di questo nostro papa accentratore e anacronistico, che al posto del cuore e sotto l'abito nasconde furtivamente una voragine di spaventosa brama di potere.
Sono stufa dei telegiornali, delle notizie strumentalizzate, del mare di parole che invece di indirizzare confonde, dei programmi fasulli e della tirannia dell'immagine. Sono stufa di chi pontifica, di chi giudica, di chi punta il dito e di chi frigna balbettii inarticolati e osceni.
Sono stufa di questi giovani senza meta e senza coglioni, che si sballano perché pensano di non avere altre possibilità o altro ideale che non sia la logica del qui e ora - un qui e ora vuoto come loro e come loro senza futuro.
Sono stufa - ma poi mi vien da piangere su questa impotenza a voltare pagina voltare mondo, e mi sento come tutti: prigioniera di un colossale piagnisteo egoriferito, vittima di cliché che non riesco a scrostarmi di dosso perché il più delle volte nemmeno li riconosco, giocata, e messa nel sacco. Fatico ad uscire da questi miasmi catramati come a suo tempo faticò Michelangelo a far uscire la Pietà dal marmo: un'idea che tenta in ogni modo tenta di farsi spazio farsi forma, sgomita, si de-forma, s'ingegna a diventare definitezza e chiarezza, ma non riesce. Rimane lì, a metà strada tra l'atto e la potenza, rimane intenzione, anelito dolorante, ispirazione verso un infinito che mai potrà raggiungere, né - forse - comprendere.
V
La Pietà Rondanini
domenica 2 marzo 2008
Incontrando Piazzolla, tra pioggia e notte
Detesto Piazzolla, perché ogni volta che lo ascolto mi lascia una scia nell'animo deserta e secca - come dopo appena pianto.
Ieri sera camminavo per le vie strette e buie di Cervo, le mani nelle tasche del cappotto e il collo chiuso nelle spalle contratte. Guardavo a terra, i ciottoli bagnati dall'umidità della notte, e il passo corto e svelto, e alla fine Nicola mi ha detto: "Cammini troppo veloce, scivolerai, che c'è bagnato", e intanto mi stava un passo indietro, ogni tanto si fermava e io, accelerando, voltavo la testa e abbassavo il mento sulla spalla per guardare dov'era rimasto dove fosse finito. Ma lui era lì, ad un paio di metri da me, dietro, quasi ridosso ad un qualche muro, e mi guardava. Uno sguardo vago e un po' sperso, ma bello. E la bellezza Nicola la teneva tutta contratta nelle mani affondate nei jeans, la bellezza lo percorreva in un'onda circolare e sfibrante, che se affrettavo il passo era per sfuggire a quell'onda quel moto caldo che nemmeno lui sapeva di emanare, come odore di pioggia dopo che ha smesso: la bellezza dei vent'anni, che si vergogna di se stessa o più spesso si ignora, dimentica e gloriosa nella sua sfacciataggine pudica. Non potevo nulla di fronte a quella bellezza che non era mia e in fondo nemmeno sua, che strisciava sul selciato e rasentava muri e colava giù dal cielo assieme alla nebbia fredda della notte.
Poi abbiamo sentito una musica che usciva dal portone, da una finestra filtrata da tende scure, era Piazzolla che suonava, e Nicola non poteva sapere e io non sapevo come farglielo capire che detesto Piazzolla e quell'umidità di pianto che mi lascia nell'anima. Eppure mi sono fermata, appoggiandomi a lui in silenzio, e noi due al muro. In quell'istante di gambe finalmente ferme (più nessun bisogno di altrove, e con un nodo in gola che era spazi siderali di distanza tra noi e un senso di scottante emozione), la sua bellezza è diventata la mia, e anche la musica - senza parole nella cornice di quella notte umida e stranita - mia.
V
sabato 16 febbraio 2008
Dire di no
Alla soglia dei trent'anni ho scoperto di saper dire di 'no'. E' una bella scoperta, che dà un senso di potere vicino all'onnipotenza. I miei 'no' sono detti piano, ché io in fondo sono un animo gentile, ma a volte mi scopro questo sguardo duro negli occhi, una lontananza dalle situazioni che mai avevo provato prima. Sono 'no' che talvolta nemmeno hanno bisogno di essere pronunciati, 'no' che chiudono una tenda su palcoscenici che non voglio calcare, un silenzio o talvolta anche un sorriso. Che vogliono dire, solo e soltanto: no.
Il mio primo 'no': a Effe, che a distanza di mesi pensa che io sia la stessa, gli stessi i sentimenti e la mia dipendenza da lui.
Il secondo 'no': a Silvia, che in una mail mi ha fatto sapere di aver scoperto il mio blog e averlo trovato 'interessante'. Non è interessante, il mio blog: è autoreferenziale, vanesio e talvolta sofferto. Ma mi rifiuto di pensare che sia banale quanto lo è l'aggettivo 'interessante'.
Il mio terzo 'no': a Francesco, alle sue questioni irrisolte, al passato che si ostina a non passare, ai germi di complicazioni, tormenti e passi falsi che mi deviano dal mio leggero (ed egoista) buon umore di queste settimane.
Sì, sono felice di avere la forza per sbattere delle sacrosante porte in faccia. E poi, non appena voltate le spalle, tornare a ridere per tutto quello che invece amo.
V
venerdì 15 febbraio 2008
Fame d'aria (la strada e la morte)
La strada mi ha preso: ho passato giorni camminando, le mani in tasca e l'autismo ormai consueto della gente con l'iPod. La strada mi ha stupito, perché scorreva facile sotto i miei piedi - e non faceva male, e non faceva paura e nemmeno fatica. Felice: a momenti. Uscivo dal cancello del mio palazzo, "quello rosso e basso", svoltavo dalla parte in cui c'era più sole e, per prima cosa, mi accendevo una sigaretta (che la sigaretta all'aria aperta ha un sapore buonissimo). E ovunque dovessi andare, ci andavo a piedi. Mi alzavo presto al mattino: avevo fame d'aria, di strada e di buona musica, bisogno di riempirmi occhi di immagini, polmoni di respiri profondi, e le orecchie di rumori attutiti e batteria. Milano è bella quando decide di concedersi come ha fatto con me in questi giorni. Si è data, si è fatta penetrare e percorrere, e c'era una tale grazia nel suo elegante offrirsi, una tale condiscendente benevolenza che mai avrei smesso di camminarla.
Ma poi ho visto un'altra faccia di Milano la Bella: la strada che fagocita, più affamata - lei - di me.
Le gambe si sono inceppate, la strada non è più stata né facile né felice ma solo sporca e collosa. Mi sono stancata, così, all'improvviso, e ho provato una grande pena: per la città, certo, e anche per la sua impietosa fame di vite.
V
venerdì 8 febbraio 2008
Le mie notti, nel momento
Mi piace scrivere la notte, e questa è una notte particolarmente bella per scrivere. Una notte da Ludovico Einaudi, anche se alla fine ascolto Irene Grandi altrimenti mi immalinconisco troppo, e non è notte da malinconie, questa. Questa notte mi piace perché la abito bene, mi scende giù per i fianchi come un vestito che non fa pieghe, che accompagna sfiora.
Anche ieri è stata una bella notte, e quando siamo entrati al Valerie ci siamo seduti al bancone - e subito ho dato un occhio a me stessa tre anni prima che, là, nell'angolo dietro l'entrata, al tavolo con gli amici... Ma no, che infine era una stagione diversa e gli amici: certi sono gli stessi ma cambiati anche loro, e quelli nuovi vanno e vengono come onde del mare lasciandomi in fondo invariata, come spiaggia di pietra lavica.
Eppure ieri notte, in quell'occhiata a tre anni fa, mi si è dilatato il cuore di un burbero affetto e di un'ancor più scontrosa nostalgia - voglia di ritorno, voglia di afferrarmi, in quell'angolo angusto di spazio e tempo. Afferrarmi in un impeto narcisistico, e baciarmi a lungo e a palpebre abbassate, e un'infinita estenuante tenerezza per me stessa. Ieri avrei preso quella ragazza di 26 anni e l'avrei guardata negli occhi, passando da una pupilla all'altra come fanno gli innamorati arsi di sete.
Mi sono amata, ieri notte, e mi sono lasciata amare, ho deciso di salire tutti i gradini di quella soffitta, uno per uno. E ho vissuto qualcosa che la bella e insicura ragazza di tre anni fa non avrebbe saputo vivere, e avrebbe vissuto in maniera vorace e complicata (scalando abissi quando la superficie è tanto vasta e tanto profonda). E' successo che sono stata bene, nel momento, e in prospettiva. Mi sono messa seduta: ho appoggiato il mento alle ginocchia piegate, sistemandomi gli occhiali sul naso. Poi ho appoggiato la guancia alla gamba e l'ho guardato di traverso per un po', quasi a lungo. Non c'era nulla che mi disturbava in quello che vedevo, nessuna domanda e nessun rovello, niente razionalismi, e nemmeno asperità o durezze o paure.
Alla fine, mi sono scoperta che sorridevo.
V
giovedì 7 febbraio 2008
Dolcezza di un sole chiaro (unire i puntini)
Dolce, e stanca e sfiancata di sensazioni, mi rintano per un po' dentro di me, e decido di non uscire. C'è un bel sole e un bel vento, oggi, e stamattina mentre guidavo mi sono sentita come un'adolescente che bigia scuola: con quel sole che mi scaldava la faccia, e il vento dal finestrino che faceva svolazzare la cenere in giro, ero mezzo nell'aria e mezzo inchiodata a terra. Futile ma radicata, concreta e coi pensieri spettinati.
Ci sono giorni in cui non sorrido e non mi va di farlo. E giorni come questo, in cui è la dolcezza che forza le labbra a schiudersi, e gli occhi si striano di un battito lento di ciglia.
In questi giorni ho ripensato ai miei ultimi dieci anni: a Praga, la magica e bella e stanca di notti nebbiose; al 1° maggio polacco quando ero in piazza a Varsavia per festeggiare l'ingresso della Polonia nell'Unione Europea; alle ultime ore delle mattine di Liceo, un senso esausto di cervello in fumo e declinazioni latine. E mi è capitato di pensare: c'è un ostinato residuo di felicità in tutto questo. Ho rivisto la mia vita in prospettiva, ho "unito i puntini", come disse Steve Jobs in un celebre discorso. Dà un senso di completezza guidare la mattina, col sole e una sigaretta accesa, costeggiare il mare e al tempo stesso unire i puntini e intravedere il disegno, la trama che essi svelano. E' un bel sentire, davvero. Un sentire che placa.
V
martedì 5 febbraio 2008
Del gioco e della paura
Dire che un uomo è pittore, fa il pittore, dipinge: è una cosa seria, non è vero? L'uomo dipinge, compone musica, scolpisce, e sono tutte attività serie, serissime, ma in realtà sono giochi di adulti, adulti che continuano a giocare e giocare, come la mamma che dice al suo bambino: "Finisci il disegno prima di cena" per toglierselo dai piedi almeno cinque minuti. E l'adulto gioca, per rimandare di altri cinque minuti la morte, il futuro, domani. Che domani, chi lo sa, potrebbe rompersi il giocattolo. Eppure lo facciamo tutti, di rimandare la morte in un modo o nell'altro.
Un uomo mi ha portato in una soffitta: era scura e bassa, con una finestra a mezzaluna che dava sulle luci della città di notte. Mi ha fatto salire le scale a chiocciola, senza toccarmi senza sfiorarmi. Sul soppalco un letto blu, il cuscino dava su un'altra piccola mezzaluna dorata e le pareti erano spoglie. "Volevo solo farti capire che, se vorrai, ci sarà questa possibilità", maniera splendida per dire e non dire.
L'ho fatto fermare sul penultimo gradino, gli ho messo le braccia intorno alle spalle, appoggiandogli la testa sopra. Anche un gradino più in basso, riusciva ad essere più alto di me e in quell'altezza mi piaceva perdermi, anche se non del tutto, che non era il momento, e chissà se lo sarà mai. Poi ho ripensato a quel letto tutta la notte, e per tutta la notte mi sono chiesta perché non ho voluto giocare, le fantasie alla fine sfibrano, e anche le parole e anche i sensi logorati sfibrano, alla fine. E quando ne abbiamo parlato, davanti a un bicchiere di vino, lui ha detto "Sei tanto intelligente che a volte sfiori la stupidità" e ha disegnato un cerchio con le dita della mano come a dire: gli estremi si toccano, e poi mi ha toccato, baciandomi lieve i polpastrelli.
C'è qualcosa, del gioco, che fa paura. Gadamer l'ha colto con esattezza, dicendo che il gioco è qualcosa di tremendamente serio, nel gioco è "in gioco" l'essere autenticamente uomo: giocare è una roba da grandi.
E in quella soffitta non mi sono voluta mettere in gioco.
C'è stato un abisso profondissimo che non ho voluto guardare, su quel letto blu scuro. Ho lasciato i miei occhi sui suoi cuscini bianchi, rotondi, belli, e talmente giocosi, talmente allegri... giocosi e belli e allegri fino allo spasimo. Per quello spasimo ho dovuto chiudere gli occhi, e affondare il viso sulle sue spalle.
La cura delle emozioni sfibrate e logore è solo nei gesti precisi e senza scampo: ma la mia testa riesce sempre a trovare una via di scampo, e affama il mio corpo, lo punisce, lo stanca. Ho un corpo ludico e una testa impietosa e tiranna, figlia e ostaggio di una paura panica e totalizzante. Ha ragione, quest'uomo. Il cerchio si chiude, tutto alla fine si rivela nel suo opposto, e ci sarà infine una battaglia che la mia testa perderà: per sfinimento.
V
venerdì 1 febbraio 2008
Rincorrendo il tramonto in autostrada
Stasera sono stanca. O meglio: spossata. Una spossatezza che mi è entrata nel cervello, nei muscoli e nell'anima tutta. L'altro giorno, sull'anima, mi stava il mondo intero. Stasera no, stasera c'è solo un gran deserto. Sono io, e i miei libri e l'assenza totale di ogni stimolo (né musica, né corpi, né chiamate - che ho spento ogni contatto con l'esterno). E' come una giornata quando muore: quell'ora intima in cui si perde il senso delle cose fatte e ancora non si progetta il domani. Un'ora strana, in verità. In cui sarebbe bello essere in treno verso ogni dove, o viaggiare in una macchina silenziosa che rincorre il tramonto in autostrada.
Ne ho fatti tanti di viaggi così: momenti in cui si crea una strana alchimia con l'esterno che si proietta con brama centrifuga contro i finestrini, e il di fuori fugge in macchie scure di case e industrie e cemento mentre gli alberi schizzano come scarabocchi rapidi fuori dagli occhi. Ne ho fotografati decine di viaggi così. Tutti fotogrammi della mia vita che tentava di raccontarsi, quando viverla diventava struggente in maniera insopportabile.
Ora basta. Rimando ogni cosa a domani, che stasera è buona solo per dimenticarsi.
V
L'essenza dell'erotismo
Parlavo con un amico, stasera, e gli spiegavo un concetto che in questi giorni mi ha stordito nella sua evidenza. Gli dicevo: ho iniziato a scrivere un romanzo, è un romanzo di dolore, una storia atavica e sempre uguale, in cui si parla di un'infanzia piagata e distrutta; ma mi sono resa conto, scrivendo le prime pagine, quanto parlare di vita e di morte e di dolore sia in fondo parlare di eros, di istinto, correnti, passioni, fuoco che marchia la pelle e pulsa, di voglia e piacere e desiderio e ansia di essere colti di sorpresa, presi di spalle e messi al muro. Senza via di scampo.
C'è una superficie profondissima in un corpo, un calore agghiacciante, un perenne rabbrividire di sensazioni che chiedono di essere rivoltate: portate alla luce e nascoste in nerissimi abissi. Il nostro corpo pretende di essere svelato e violato, di essere usato e consumato - e l'anima - dimenticata. Che l'anima dimora nella pelle più che altrove, perché è proprio ed esattamente e solo nella superficie che splende una profondità senza fine.
La vita: un ansimo.
Ed è a quest'ansimo che si deve la vita.
V
martedì 29 gennaio 2008
Vero è...
... che ci sono giorni così che sgorgano da serate altrettanto così, il cui senso e la cui speranza è solo in una rapida fuga verso l'oblio. C'è chi mi ha detto, ieri sera: "Hai una deriva selvaggia, in questo periodo. Ti lasci amare adorare criticare blandire o corteggiare (a seconda dei casi) senza minimamente metterci un'acca di te". Lode a te, o amico, perché è vero è tutto vero.
Vero è che la gente o m'incazza o mi scivola addosso, è ai bordi della strada, come dire. Non mi interessa, non mi piace, non mi fa simpatia (tranne rarissimi fortunati casi). Non mi interesso nemmeno io, se è per questo. Mi interesso come potrei dire: "Bello" di un decoro sul muro, e dimenticarmene subito dopo. Sono piena di correnti immobili, di rabbia repressa, di fuoco inesploso. E infatti scrivo male, a pezzi, ad ansimi, a colpi secchi sui tasti perché i polpastrelli sono furiosi, e io pure, e tutto intorno.
Non ne cavo niente da questo lunedì. Solo scosse, ciclico ritorno dell'uguale.
Voglio essere placata. O innescata.
V
venerdì 25 gennaio 2008
I volti di Massimo (e il tempo si è reso silenzio)
Se date retta a mia madre, io nella vita ho fatto un sacco di viaggi. Ma date retta a me: ne ho fatti pochi, pochissimi, un niente, che quello che vorrei è di essere sempre in un'altra parte con un'altra pelle sotto cieli che dimenticano di mantenere promesse - come qui - ma almeno sono promesse diverse.
Nel mio niente di viaggi, il cielo che più ha promesso, mantenendo infine di meno, è stato quello di Lisbona: un cielo che si fa luce, un "tempo che si rende silenzio" - come scrive Massimo Arzani, che del viaggio - e del mare - ha fatto il suo lavoro, e filosofia di vita anche, e forse arte; o forse, un modo come gli altri di riempire gli spazi.
Lisbona mi aveva promesso tutto mi aveva giurato, anzi, che avrei fatto saltare il banco: con l'uomo che amavo e la vita che volevo, ogni cosa era vergine, e da scoprire - che se non l'avessi scoperto, forse.
Lisbona è una città dal volto strano, "senza volto" dice Massimo, ma un volto ce l'ha: nell'aria chiara e rarefatta, limpida come una vibrazione (e precisa: come un diapason, che da quell'aria e da quel cielo proprio non puoi fuggire, e ci rimani incastrato e nemmeno sai come).
Massimo si guarda attorno: già a Budapest l'avevo notato, quel balletto degli occhiali, gambe e sguardo che vagano in più d'una direzione: qui, e altrove. E nemmeno nelle pagine del suo libro è riuscito a trattenersi: le ha abitate il tempo necessario per scriverle e poi - poi le ha lasciate, quasi scappando, tentato da un altro qui e un altro altrove.
Ma alla fine, qualcosa di Massimo è rimasto nelle pagine del suo libro: la carne, che si fa parola, e pulsa affascina e irretisce. Massimo si sofferma: su un volto di donna, un frammento di quotidiano colto al volo, una storia che consuma nel giro di un giorno - o di molti mesi. Si sofferma, ed è come un lusso per lui perché intanto, tra lui e la vita, c'è tutto il mare del mondo.
V
mercoledì 23 gennaio 2008
E son tutte rose e fiori (once a month)
A mezzogiorno Francesco mi ha telefonato chiedendomi se mi andava di mangiare un boccone assieme. Ci siamo ritrovati in questo locale spartano - tovaglie di carta giallina e tendine a quadri alle finestre - che il sole però rendeva allegro e terso. Ne abbiamo approfittato per prenderci un po' in giro, come spesso si fa tra noi, e c'era una tale rilassatezza buona, un divertimento epidermico e bello (come quando hai la risata sulle labbra ma non scoppia, e resta lì, sul ciglio della bocca e solletica e si dirama in tutto il corpo), che mi sono sentita bene, in pace con me stessa. Leggera; come la nostra conversazione, come i sentimenti che ci legano.
Poi ovviamente - e siccome non volevo dare troppa pubblicità a quell'incontro - sono arrivate più o meno dieci persone che conoscevo, una dietro l'altra, o a gruppetti e coppie, a distanza di cinque minuti, e mi sono detta 'cazzo' e poi: 'chi se ne frega', che la giornata era talmente buona e bella che ho scrollato le spalle mettendomi gli occhiali scuri - per fare notizia, già che c'ero. E allora, tra un boccone di bistecca e un altro (lo ammetto: tra un lancio di mollica e l'altro...), ho pensato: com'è facile essere me stessa, oggi.
La testimonianza che queste parole lasciano non è profonda, ma nemmeno un po'. Anzi, è sciocca e anche vana. Che in fondo, checché ne diciamo, è come vorremmo essere sempre, se solo potessimo permettercelo.
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