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mercoledì 23 aprile 2008

Scandalosamente autoreferenziale

Se ognuno di noi - scrive Cioran - confessasse il suo desiderio più segreto, quello che ispira tutti i suoi progetti e tutte le sue azioni, direbbe: "Voglio essere elogiato". Nessuno però vi si lascerà indurre, giacché è meno disonorevole commettere un abominio che proclamare una debolezza così miserevole e umiliante, nata da un sentimento di solitudine e di insicurezza del quale soffrono, con uguale intensità, i reietti e i fortunati.
Arrivata, con oggi, al centesimo post, mi concedo una pausa di scandalosa autoreferenzialità, pubblico una foto che recentemente mi è stata scattata da Samuele Silva e ringrazio di cuore Gian Luca per avermi attribuito il fatidico premio D eci e Lode, scrivendo di me cose bellissime: "Perché mi piace il suo modo di scrivere, perchè ad oggi ogni suo post mi ha arricchito e perchè è una bella persona. Ci sarebbero tanti altri che vorrei nominare, ma la lista sarebbe così lunga che sminuirebbe questo premio e so, inoltre, che chi leggerà il blog di Valentina capirà che se lo merita". Scandalosamente autoreferenziale, quindi.
Per annunciare che, a breve, traslocherò questo blog in un'altra e più personalizzata dimora.
Per tirare le orecchie alle mie blogo-zie Anna e Marina che mi hanno dimenticato, abbandonandomi alla più triste delle solitudini blogosferiche (Marina, nemmeno ti sei accorta che ho tolto la moderazione dei commenti, sciagurata!).
Per ringraziare Enzo Rasi di una piccola speranza che ci ha dato, scrivendo: "... dopo, riapro il cantiere". Ti aspettiamo.
V

giovedì 17 aprile 2008

A lezione da Flaiano

Nell'arco di ventanni, tra il 1950 ed il 1970, Ennio Flaiano si appuntò alcuni pensieri attorno alla politica, la fede, Dio e la tivù, la società, gli uomini e le donne, i viaggi e le diverse culture. Pensieri confluiti in una delle sue opere più rappresentative: il Diario degli errori. Flaiano è di una modernità straordinaria (come quando parla, ad esempio, dell'agonia marcescente del Festival di Sanremo o della colpevole superficialità dell'italiano medio, anestetizzato - oggi come ieri - dalla sua razione quotidiana di panem et circenses).
Ma tra tutti i pensieri, ne voglio citare uno che mi piace particolarmente, e che trovo adatto a questo periodo. E' un breve dialogo del 1967 che potremmo intitolare "Viviamo, grazie a Dio, in un'epoca senza fede". Eccolo:

Chi ti ha creato e messo al mondo?
Non lo so.
Non è Dio?
E' possibile. Ma siccome Dio ha creato e messo al mondo anche il ministro Mattarella e il ministro Andreotti, anzi sembra che la loro esistenza gli sia più preziosa e utile della mia, la cosa mi lascia indifferente.
Per quale fine sei stato creato?
Per dire di no.
A cosa vuoi dire no?
A te, principalmente.
Che cosa ti ho fatto?
Mi hai tolto la fede.
V

domenica 13 aprile 2008

Perché ho cambiato idea

Andrò a votare, come già avevo deciso di fare. Non solo: esprimerò una preferenza, cosa che fino a ieri pensavo non avrei fatto. E adesso questa scelta - che fino a ieri ritenevo impraticabile e avvilente - mi sembra invece l'unica possibile, l'unica davvero morale.
Non sono stata folgorata sulla via di damasco, non ho sofferto di tardivo ed incontenibile innamoramento politico. Non sono stata convinta nottetempo da un video elettorale scovato su youtube né da parole più sagge di altre che, in un modo o nell'altro, mi sono giunte fino alle orecchie. Ho semplicemente riletto una celeberrima poesia di Montale. Tutto è nato da lì: da una negazione, da un verso.


Non domandarci la formula che mondi possa aprirti,
sì qualche storta sillaba e secca come un ramo.
Codesto solo oggi possiamo dirti,
ciò che non siamo, ciò che non vogliamo.

Per la forza di quel 'non', ho deciso chi votare. E perché la pilatesca ignavia di lavarsene le mani - circondati da irraggiungibili ideali di purezza e perfezione - mi è sembrata, infine, la scelta più vile.
V

sabato 12 aprile 2008

Le quattro gonne di Anna Bronski

Io lo so dove sono: sono qui, in questi piedi che danzano e confusa tra mille molecole di una luce abbagliante. E anche se il mio corpo non c'è davvero, chi se ne frega. Io ci sono, in qualche modo - e sono la pazzia di Oskar col suo tamburo di latta, nascosta come il nonno sotto le fitte quattro gonne di una giovane Anna Bronski. Quattro, come i balzi dei miei piedi irrequieti; quattro, come i miei sorrisi.

Primo sorriso.
Ieri sera, guardandolo, non ho trattenuto una carezza. E' stata una carezza non pensata né voluta ma come dire - sbocciata, come un tic. E' nata nelle dita prima ancora che nella testa, e solo poi è diventata: reale.

Secondo sorriso.
Ho ricevuto una mail, stamattina, e la fotografia di un mare accecante e poche parole: "E' bello tornare a capirsi". In quelle parole, la dolcezza di un messaggio inatteso e desiderato - come quelle cose che non sai di desiderare fin quando non le hai tra le mani e pensi com'erano vuote le mie mani, prima.

Terzo sorriso.
A come mi hai afferrato il braccio, martedì sera. Di fronte a Le Trottoir (la testa fitta delle tante sere con Mara, negli anni a bere e fumare e tentare di parlare americano con gli americani, fallendo e ridendo e ballando), mi hai preso il braccio e l'hai stretto, avvicinandomi. Ho nascosto il viso dietro ai capelli, ma ho sorriso.

Quarto sorriso.
"Ricordi cos'hai detto anni fa, al Tenco?", non ricordavo, no. "Parlavamo di tradimenti, e io ti chiedevo se per te anche baciare significa tradire. Tu hai risposto: 'anche solo guardare è tradire'. Ricordi?" E, sì, all'improvviso ricordo. 

V

Mia nonna non portava una sola gonna, portava quattro gonne, una sopra l'altra. Non che portasse una gonna e quattro sottane; ben quattro cosiddette gonne indossava, una gonna portava l'altra, ma lei le portava tutt'e quattro in base a un sistema che ne mutava ogni giorno l'ordine. Quella che ieri era al di sopra, oggi stava subito sotto, e la seconda diventava la terza. Quella che ieri era ancora la terza le stava il giorno dopo vicino alla pelle. La gonna ieri più vicina al corpo faceva chiaramente mostra oggi del proprio motivo, e cioè di nulla affatto: le gonne di mia nonna Anna Bronski prediligevano tutte la stessa tinta, quella delle patate. Sembrava che le donasse.
G. Grass, Il tamburo di latta

sabato 5 aprile 2008

Le emozioni del Rockpoeta

Il Rockpoeta è venuto ad Imperia, ieri, per fare un reading delle sue poesie. Avevo conosciuto Daniele poco prima della Pasqua, ad un evento allegramente autoreferenziale come una BlogBeer. Ieri l'ho rivisto, completo grigio scuro ("La mia divisa da lavoro", mi ha detto sorridendo), e un po' di nervosismo nelle gambe mai ferme. In una storica libreria della città - quella dove ragazzina compravo i libri di testo, quella in cui ho nascosto seppellito le mie prime emozioni letterarie - Daniele "il" Rockpoeta ha iniziato ad interpretare alcune delle sue ultime poesie. Come questa, questa o quest'altra, intima e delicata, che quando la recitava - piano e pudico - quasi mi vergognavo di essere spettatrice di un sentimento così personale, così esclusivo. Ma le poesie di Daniele sono state, soprattutto, poesie di aspra denuncia, scritte su semplici pagine graffate ma - graffiate - sulle pelle come unghiate feroci, ferite strazianti. Ha messo in gioco il suo corpo, esposto i suoi occhi, interpellato ognuno di noi e se stesso per primo; ha vibrato e sussultato e infine placato al suono delle sue parole dei suoi versi, e le sue idee, le sue denunce, hanno saturato l'aria di dolore e bellezza.
V

venerdì 28 marzo 2008

Primavera, tempo di meme

Negli ultimi giorni sono stata pensata e nominata in merito a due meme, di quelli che piacciono a me. Decido di farli entrambi, e di farli insieme.

Il meme della pagina 161 mi è stato passato da Silvio, Contemporary Life, e consiste nel prendere in mano un libro (in teoria, quello che più ci è piaciuto) e riportare la frase più significativa di pagina 161. Ora, di libri che mi sono piaciuti tanto ce ne sono a valanghe; scelgo il primo che ho adocchiato e di cui ho un ricordo splendido: Laclos, Le relazioni pericolose. (Volendo, si potrebbe pensare che la scelta non sia del tutto casuale, ma si riallacci in qualche modo all'acceso dibattito suscitato dal mio ultimo post...).
"Gli uomini si lasciarono andare all'allegria e le donne vi si rassegnarono. Tutti avevano l'odio nel cuore, ma non per questo le parole erano meno tenere; l'allegria risvegliò il desiderio che a sua volta gli conferì un fascino nuovo. Questa incredibile orgia durò fino al mattino e quando si separarono le donne dovettero credersi perdonate, ma gli uomini, che avevano covato il loro risentimento, il giorno dopo ruppero definitivamente; e non contenti di aver abbandonato le loro leggere amanti, completarono la loro vendetta rendendo pubbliche le loro avventure."


Il secondo meme, invece, mi è stato passato dal caro Daniele, Viva el Barça, e consiste nell'elencare cinque canzoni che, in un modo o nell'altro, fanno parte di noi, ci abitano nell'anima. Come giustamente fa notare Dani, non è facile selezionare soltanto cinque canzoni... io ci provo.

Def Leppard, Let's get rocked
Il rock è la musica del liceo, quando traducevo e studiavo greco (con amore) sulle note dei Nirvana, AC/DC, Led Zeppelin... mi facevano correre i neuroni e mi riempivano di energia. Lasciavo il dizionario sulla scrivania, e cominciavo a saltare per la stanza, gridando in un inglese stentato. Credevo che la vita fosse dietro l'angolo, in una chitarra arrabbiata o dolce, in una frase tradotta con facilità. La vita si sarebbe, invece, fatta rincorrere a lungo.



De Gregori, Caterina
E' la canzone di un periodo, quello dei vent'anni, e di un amore: il primo, il più lungo e il più bello. Perché non ti bastano per piangere le lacrime di tutto il mondo, quando la notte scende e ti si gelano le braccia. In questa canzone c'è tutta la leggera bellezza, la ciclotimica esasperazione di un'adolescenza che si attarda in fattezza da donna.



Sakamoto, Marry Christmas Mr. Lawrence
Le sere, ricordo, le sere d'inverno seduta per terra con la schiena appoggiata al termosifone, e un libro sulle ginocchia e il telefono accanto a me, ad aspettare. Sakamoto, per me, è l'attesa. E Roland Barthes, che dell'attesa degli amanti ha descritto ogni ansimo, ogni sospiro, ogni più amara piega.



Gilberto & Jobim, Desafinado
La Bossa Nova è nata a casa di Pietro, che casa poi non era ma un garage pitturato di nero, un lenzuolo a separare il letto dalla cucina - guaranà - e Gilberto cantava sensuale e malinconico, assorbito da ogni poro di quelle pareti scure. La Bossa Nova è stata la passione per il portoghese, l'eterea Lisbona fragile di cielo chiaro e Pessoa che, in lingua originale, mi faceva vibrare bocca lingua e gola in un canto smisurato.



De André, Sidun
E, in ogni sua nota o parola o frase, tutto l'album Creuza de mä, in cui ci sono le mie radici, la mia anima tutta e ogni mia appartenenza. Sidun è una canzone di guerra. Ascoltatela, ci insegna molto sulla vita, la morte e noi stessi. Vi lascio con la traduzione del testo, che è cantato in dialetto genovese.

Il mio bambino il mio, il mio.
Labbra grasse al sole di miele, di miele.
Tumore dolce benigno di tua madre,
spremuto nell'afa umida dell'estate, dell'estate,
e ora grumo di sangue orecchie e denti da latte.
E gli occhi dei soldati cani arrabbiati con la schiuma alla bocca,
cacciatori di agnelli,
a inseguire la gente come selvaggina
finché il sangue selvatico non gli ha spento la voglia.
E dopo il ferro in gola, i ferri della prigione,
e nelle ferite il seme velenoso della deportazione,
perché di nostro dalla pianura al molo
non possa più crescere albero né spiga né figlio.
Ciao bambino mio, l'eredità è nascosta
in questa città che brucia, che brucia nella sera che scende
e in questa grande luce di fuoco,
per la tua piccola morte.

venerdì 14 marzo 2008

Etty Hillesum e la bellezza del mondo

Hetty Hillesum era una giovane donna luminosa. Così la ricordano alcuni sopravvissuti che hanno condiviso con lei i giorni di prigionia a Westerbork prima di essere destinati ad Auschwitz. Era luminosa, intelligente, forte e passionale - anche nelle sue umanissime fragilità di donna, di ebrea e di individuo in itinere. E' stata una pensatrice di abissale profondità ed elevata spiritualità, capace di osservare l'individuo nei suoi più oscuri anfratti interiori ma senza mai perdere quella luminosità che la contraddistingueva. Eppure, Etty Hillesum non è diventata nota come Anne Frank o Primo Levi. Perché?
All'inizio pensavo fosse perché Etty Hillesum è effettivamente una lettura complessa: ricerca psicologica e misticismo, istanze etiche e visioni straordinariamente moderne, ne fanno un percorso arduo, in certi tratti. Poi, parlando una notte con degli amici (attorno ad un bel tavolo tondo di legno chiaro), abbiamo capito il vero motivo di questo ostinato mezzo oblio: lei non è rassicurante, lei ci sbatte in faccia una verità che non vogliamo ascoltare, lei ci dice: "Il marciume che c'è negli altri c'è anche in noi [...] E' l'unica lezione di questa guerra: dobbiamo cercare in noi stessi, non altrove". Noi siamo Hitler, noi siamo i vicini di Erba - non il nostro dirimpettaio, non un'epoca storica lontana da qui ora.
Eppure (ma in questo 'eppure' non c'è niente di consolotario) dobbiamo conoscere e saper riconoscere in noi stessi questo marciume per poterlo strappare via, perché non si può "migliorare qualcosa nel mondo esterno senza aver prima fatto la nostra parte dentro di noi".
Questa donna scelse di essere deportata ad Auschwitz con la propria famiglia, rifiutando i numerosi progetti di fuga che le erano stati offerti. Decise, senza illusioni o false speranze, che quello sarebbe stato il suo destino, "essere divorata dai pidocchi in Polonia". Lo scelse, e non era infelice, né tantomeno pazza o sognatrice. Non era una martire. Questa donna, chiusa su un treno merci che l'avrebbe rapidamente portata alla morte, lanciò da quel treno una cartolina che fu in seguito ritrovata da alcuni contadini. Su di essa, Etty aveva impresso il suo testamento e la sua testimonianza: "Abbiamo lasciato il campo cantando".

Ho aperto a casaccio la Bibbia ma stamattina non dava risposta. Non importa molto, del resto, non c'erano vere domande da fare, c'è solo una gran fiducia e riconoscenza che la vita sia tanto bella, e perciò questo è un momento storico: non perché tra poco io devo andare con S. alla Gestapo, ma perché trovo ugualmente bella la vita.
Probabilmente è da lì che mi viene questa serenità, questa pace interiore: dalla coscienza di sapermela cavare da sola ogni volta, dalla constatazione che il mio cuore non si inaridisce per l'amarezza, che i momenti di più profonda tristezza e persino di disperazione mi lasciano tracce positive [...] Partirò sempre dal principio di aiutare Dio il più possibile e se questo mi riuscirà, bene, allora vuol dire che saprò esserci anche per gli altri.
La maggior parte degli occidentali non capisce l'arte del dolore, e così vive ossessionata da mille paure. E la vita che vive la gente adesso non è più una vera vita, fatta com'è di paura, rassegnazione, amarezza, odio, disperazione. [...] Si deve accettare la morte, anche quella più atroce, come parte della vita. Io sono quotidianamente in Polonia, sono accanto agli affamati, ai maltrattati e ai moribondi, ogni giorno - ma sono anche vicina al gelsomino e a quel pezzo di cielo dietro la mia finestra, in una vita c'è posto per tutto. Per una fede in Dio e per una misera fine.

Etty Hillesum, Diario

V

martedì 11 marzo 2008

Pioggia, e la notte (Cantico dei Cantici)

In un attimo ho ritrovato la mia più spinta architettura interiore, fatta di emozioni che gesticolano e svettano, di pugni allo stomaco d'adrenalina e impazienza. Esattamente com'era successo alcuni mesi fa, un istante è bastato - come un click - ad aprire mondi e lasciar fluire intorpidite sensazioni viscerali. Ho guardato il mare attraverso queste persiane che stillano gocce di pioggia come resina, e mi è sembrato che la bellezza mi avesse teso la mano per traghettarmi nell'ovunque che lei circonda. Mi ha afferrato, cruda, fino a farmi chiudere gli occhi digrignare i denti, e la mia pelle non aveva più nessun confine riconoscibile, era in quell'ovunque quell'istante. Perché se le tue mani mi afferrano, è come se la bellezza stessa mi afferrasse: levigata, forte, prepotente. Ho amato le tue mani come il tuo sapore, che ha lasciato un bisogno di ritorno su quelle stesse vie le strade i ponti e le scorciatoie che mi hai disegnato addosso. E' stata la notte a vestirmi e svestirmi e lasciare scie di intenso piacere come volute di facile comunione: un glorioso cercarsi trovarsi che non conosce soluzione di continuità. E' durato una notte, ma ancora oggi cola dal cielo e fluisce nelle vene come questa pioggia-resina che rimane incrostata al cervello incrostata alla carne. L'acqua non può lavare ciò che il desiderio ha smosso e poi infiammato, che l'acqua lava solo quello che si lascia scivolare via; ma le tue braccia mi trattengono, e la pioggia è impotente.  

"Mi son levato la tunica,
perché indossarla ancora?
Mi son lavato i piedi,
perché imbrattarli ancora?..."
"Il mio diletto spinse la mano
dentro lo spiraglio,
e si commosse per lui il mio cuore.
Mi levai per aprire al mio diletto
e stillarono mirra le mie mani,
e le mie dita mirra fluente
sulla maniglia della serratura."

Cantico dei Cantici

V

lunedì 10 marzo 2008

E la lotta si fa scivolosa e profonda (1996)

Stavo seduta con Manuel nella sua macchina e davanti al mare. Con quel suo particolarissimo senso del momento, silenziosamente aveva inserito una cassetta nello stereo catalizzando la mia attenzione con un solo cenno del capo, e facendomi ascoltare per la prima volta Anime Salve. Era il 1996: io e lui ci eravamo conosciuti da poco - ma saremmo rimasti insieme a lungo.
Manuel è De André, più di quanto lui stesso sappia. Scivola attraverso i giorni con occhi umidi e passo saltellante, e nella sua stranita levità posa sguardi stupiti e belli sulle cose: occhi di tre quarti che tagliano il mondo e lo sfaccettano come fosse pietra preziosa. L'ho amato molto, nell'età in cui amare è un lusso e una fortuna e lo si fa così: sconsideratamente e a rotta di collo.
Passavamo ore ad ascoltare De André: non solo delle sue anime sciolte e libere e risolte e vaganti, ma anche il De André storico, quello delle ballate e il dialettale, compagno di merende e rime con Paolo Villaggio, e il poeta dei Vangeli apocrifi. E sempre ci stupiva, nel suo percorso di musicista in versi, la perfezione ricercata e - solo infine - trovata nella pronuncia della parola: dolore. De André dice 'dolore' e tu senti dolore. In quel filo rauco che percorre le note e i testi, quella vena di sensualità e mistero di cui è increspata la sua voce, il 'dolore' rappresenta il vertice e la meta del suo percorso di ricerca: umana e poetica.
... e allora siamo cresciuti così, insieme, io guardando quelle sue promesse di lacrime negli occhi, le orecchie ben spalancate a cogliere accenti e tormenti del bel Fabrizio, e lui a osservare - affamato, è vero, ma quieto - il mondo e le sue luci, i suoi angoli bui e sporchi senza ritrarsi, ma sempre in silenzio: che a Manuel il mondo traboccava dagli occhi ma raramente sgorgava parola (un sollievo di lacrime a invadere gli occhi, e dagli occhi - cadere). E nonostante mi sentissi soggiogata e schiava di quegli occhi muti, io mi sentivo come la moglie di Anselmo: sognavo del mare che, quando ingorga gli anfratti, si ritira e risale. Il mare è diventato idea di fuga, e la fuga, poi, si è fatta lontananza.

Oltre il muro dei vetri si risveglia la vita, che si prende per mano a battaglia finita
come fa questo amore che dall'ansia di perdersi ha trovato in un giorno la certezza di aversi.

V

Dolcenera, F. De André

domenica 9 marzo 2008

Lezioni di filosofia nel giorno della donna

Il mio vecchio, illuminato professore di Filosofia morale all'università, Virgilio Melchiorre, ha dato quella che, secondo me, è una delle più affascinanti descrizioni fenomenologiche della distinzione tra uomo e donna. Oggi, nell'ormai abusata Festa della donna, propongo alcune delle più interessanti tesi da lui espresse nel saggio Metacritica dell'eros.

L'uomo è per natura cavaliere errante: il suo spirito - attratto dal trascendente e dall'altrove - vaga e vaga, fatalmente attirato da orizzonti sconosciuti. Ma il pericolo intrinseco di questo irrisolto vagare sta nella tentazione di fuggire - senza fedeltà e senza memoria - anche da se stesso, e al contempo nel rimanere prigioniero di questa fuga che si attua senza soluzione di continuità, come condanna o destino. La donna, per natura stanziale e castellana, Terra e grembo e custodia, memoria e fedeltà, reca in sé i pericoli della sterile conservazione, della pochezza di vedute e prospettive.
Eppure, uniti questi due limiti e queste due grandezze, ne deriva una formidabile ricchezza relazionale, che è tanto più profonda quanto più intenso è il rapporto. Finitezze ed infinità maschili e femminili si possono allora incontrare laddove l'uomo diventi cavaliere della finitezza e lei castellana dell'infinito, ovvero poli alternati e complementari in cui la donna riesce a fiorire come finitezza aperta all'infinito, e l'uomo a definirsi come infinito determinato dal finito.
Citando Schleiermacher, potremmo concludere dicendo che

l'uomo con l'amore guadagna di unità, di collegamento di tutto ciò che è in lui col suo vero e sommo centro, insomma di chiarezza e di carattere; la donna invece di coscienza di se stessa, di espansione, di sviluppo di tutti i germi spirituali, di contatto col mondo intero. [...] Voi uomini ci perfezionate; ma noi vi consolidiamo.

[Tratto da L'amore romantico]

V

martedì 4 marzo 2008

Sono stufa (la Pietà Rondanini)

E' inutile girarci intorno: aveva ragione
Umberto Galimberti quando disse, molto tempo fa, che quella dei giovani, oggi, è una generazione che ha un'unica preoccupazione: procurarsi un'incredibile quantità di tempo libero per assaporare fino in fondo l'assoluta insignificanza del proprio peso epocale. Di questa mia generazione - che abbraccia forte ma non stringe nulla - sono stufa, e stufa sopra tutti di me stessa, e della mia pochezza onanistica, del mio giro di amicizie, dei ventenni, dei trentenni e di ogni forma di umanità che mi circonda. 
Sono stufa dell'umanità morta sul lavoro, che si becca gli applausi ai funerali come se si trovasse, cadavere, sull'ultimo palcoscenico mediatico del suo passaggio terreno.
Sono stufa dello sguardo profondamente buio e senza fede di questo nostro papa accentratore e anacronistico, che al posto del cuore e sotto l'abito nasconde furtivamente una voragine di spaventosa brama di potere.
Sono stufa dei telegiornali, delle notizie strumentalizzate, del mare di parole che invece di indirizzare confonde, dei programmi fasulli e della tirannia dell'immagine. Sono stufa di chi pontifica, di chi giudica, di chi punta il dito e di chi frigna balbettii inarticolati e osceni.
Sono stufa di questi giovani senza meta e senza coglioni, che si sballano perché pensano di non avere altre possibilità o altro ideale che non sia la logica del qui e ora - un qui e ora vuoto come loro e come loro senza futuro.
Sono stufa - ma poi mi vien da piangere su questa impotenza a voltare pagina voltare mondo, e mi sento come tutti: prigioniera di un colossale piagnisteo egoriferito, vittima di cliché che non riesco a scrostarmi di dosso perché il più delle volte nemmeno li riconosco, giocata, e messa nel sacco. Fatico ad uscire da questi miasmi catramati come a suo tempo faticò Michelangelo a far uscire la Pietà dal marmo: un'idea che tenta in ogni modo tenta di farsi spazio farsi forma, sgomita, si de-forma, s'ingegna a diventare definitezza e chiarezza, ma non riesce. Rimane lì, a metà strada tra l'atto e la potenza, rimane intenzione, anelito dolorante, ispirazione verso un infinito che mai potrà raggiungere, né - forse - comprendere. 
V


La Pietà Rondanini

lunedì 18 febbraio 2008

L'arte della felicità: continuare a correre

In Donne che amano troppo, la Norwood enuncia una tesi tanto semplice quanto illuminante: per noi donne abituate alla sofferenza, all'insoddisfazione e alle "montagne russe" emotive, ogni altro stato d'animo - specie quelli positivi e sereni - appare estraneo, in-concepibile. Certo, tutte noi vogliamo essere felici e ci rappresentiamo un'idea di felicità verso cui crediamo di voler tendere. Ma in realtà, solo ciò che ci è famigliare e consueto è la nostra norma, è l'unico habitat che non ci spaventa perché meglio di tutti gli altri lo conosciamo e lo sappiamo gestire.
Per una vita sono stata vittima di questa logica implacabile: un'infanzia disastrata, l'adolescenza silenziosa e cieca e sorda di un autismo esplosivo, poi una lenta presa di coscienza tormentosa e a tratti dilaniante come lame aguzze di pugnale. Camminavo rasente i muri per avere appiglio e al tempo stesso luogo in cui nascondermi, o passare inosservata, stavo curva su me stessa reggendomi uno stomaco-anima torturato da ininterrotti crampi.
Per donne così, la felicità è un'arte, e come ogni arte destabilizza e impazzisce coordinate e bussole, crea simboli e forme e significati. Dipinge un mondo, spalanca finestre e abbatte muri, perché dei muri alla fine non c'è più bisogno. La mia felicità di oggi non è nell'aver guadagnato una meta ma in questa corsa lieve e grata, coi polmoni in fiamme e gli occhi spalancati. Che poi la strada è spesso in salita, e si sa. Spesso gli occhi bruciano, e i muscoli anche e la stanchezza è talvolta vile richiamo a fermarsi, a gettare la spugna e tornare a chiudere tutto: occhi, cuore e polmoni.
Finché ti volti indietro e quello che vedi non sei più tu, ma un'estranea che ti fa pena tenerezza, ti spacca l'anima per la fragilità di quelle ciglia che oscurano gli occhi e vorresti per dio vorresti fermarti, e tornare indietro, laggiù, e abbracciarla cullarla, darle tutta te stessa perché il suo sguardo possa aprirsi, e la sua bocca.
E' un attimo, ma decidi di voltare la testa e continuare a correre.
V

giovedì 7 febbraio 2008

Un "nuovo" comandamento della ragione: Heidegger

Venerdì 20 marzo 1998, La Stampa pubblicò un breve articolo intitolato Il filosofo della mutua in cui si dice che, laddove hanno fallito psicologi e psicoterapeuti, può benissimo riuscire un filosofo: problemi di cuore o pratici, assilli, drammi interiori, insicurezze e coscienze zozze; moniti leggi morali e liste della spesa. Il filosofo, insomma, sarebbe una sorta di Tavola della Legge prêt-à-porter, un bignamino dell'anima. L'onnipotente dio della ragione, ai miei occhi di diciottenne.
Dieci anni fa andavo in sollucchero per notizie come questa (sottolineavo intere frasi, ritagliavo i giornali, archiviavo e, sospirando, sognavo il mio futuro): non per niente, decisi di studiare filosofia. Con gli anni - e un minimo di prospettiva - ho dato una calmata ai miei bollenti ideali adolescenziali di rivoluzione e guarigione del mondo, per accoccolarmi sul più disilluso ma concreto monito del Candide: bisogna coltivare il proprio giardino. Che poi, se hai un giardino che dà sul mare, c'è ancora ampio spazio per i sogni...
Fino ad oggi. Cercando un riferimento bibliografico, mi sono capitate per le mani le lezioni universitarie di Heidegger a Friburgo (1931/32). Bel libro compatto, color ocra e liscio, tutto sottolineato. In fondo ad una pagina, vedo che ho scritto: "Bello!", allora sono andata a rileggere, e ho sorriso.
Mi è venuto in mente Il filosofo della mutua, e ho pensato: ho sottovalutato quella ragazzina diciottenne che credeva che la Ragione potesse indirizzare, raddrizzare e aizzare gli animi ad una sana presa di coscienza. Guarda qua, leggi cosa scrive Heidegger, e dimmi tu se non è il comandamento che - oggi - deve guidare le nostre vite e le nostre scelte. Sì, mi sono risposta, è così.

La vostra comprensione [delle cose] non dipende in primo luogo dal fatto che comprendiate male, per nulla o in modo eccellente, e nemmeno dal fatto che abbiate una maggiore o minore conoscenza delle dottrine filosofiche, ma soltanto dal fatto che ognuno di voi, per sé, abbia esperito o sia pronto a esperire la necessità di essere qui ora, nel fatto che in ognuno di voi parli qualcosa di ineludibile e lo reclami a questa storia. Senza di questo tutta la scienza rimane solo un addobbo e a maggior ragione tutta la filosofia soltanto facciata.

V

martedì 5 febbraio 2008

Del gioco e della paura

Dire che un uomo è pittore, fa il pittore, dipinge: è una cosa seria, non è vero? L'uomo dipinge, compone musica, scolpisce, e sono tutte attività serie, serissime, ma in realtà sono giochi di adulti, adulti che continuano a giocare e giocare, come la mamma che dice al suo bambino: "Finisci il disegno prima di cena" per toglierselo dai piedi almeno cinque minuti. E l'adulto gioca, per rimandare di altri cinque minuti la morte, il futuro, domani. Che domani, chi lo sa, potrebbe rompersi il giocattolo. Eppure lo facciamo tutti, di rimandare la morte in un modo o nell'altro.
Un uomo mi ha portato in una soffitta: era scura e bassa, con una finestra a mezzaluna che dava sulle luci della città di notte. Mi ha fatto salire le scale a chiocciola, senza toccarmi senza sfiorarmi. Sul soppalco un letto blu, il cuscino dava su un'altra piccola mezzaluna dorata e le pareti erano spoglie. "Volevo solo farti capire che, se vorrai, ci sarà questa possibilità", maniera splendida per dire e non dire.
L'ho fatto fermare sul penultimo gradino, gli ho messo le braccia intorno alle spalle, appoggiandogli la testa sopra. Anche un gradino più in basso, riusciva ad essere più alto di me e in quell'altezza mi piaceva perdermi, anche se non del tutto, che non era il momento, e chissà se lo sarà mai. Poi ho ripensato a quel letto tutta la notte, e per tutta la notte mi sono chiesta perché non ho voluto giocare, le fantasie alla fine sfibrano, e anche le parole e anche i sensi logorati sfibrano, alla fine. E quando ne abbiamo parlato, davanti a un bicchiere di vino, lui ha detto "Sei tanto intelligente che a volte sfiori la stupidità" e ha disegnato un cerchio con le dita della mano come a dire: gli estremi si toccano, e poi mi ha toccato, baciandomi lieve i polpastrelli.
C'è qualcosa, del gioco, che fa paura. Gadamer l'ha colto con esattezza, dicendo che il gioco è qualcosa di tremendamente serio, nel gioco è "in gioco" l'essere autenticamente uomo: giocare è una roba da grandi.
E in quella soffitta non mi sono voluta mettere in gioco.
C'è stato un abisso profondissimo che non ho voluto guardare, su quel letto blu scuro. Ho lasciato i miei occhi sui suoi cuscini bianchi, rotondi, belli, e talmente giocosi, talmente allegri... giocosi e belli e allegri fino allo spasimo. Per quello spasimo ho dovuto chiudere gli occhi, e affondare il viso sulle sue spalle.
La cura delle emozioni sfibrate e logore è solo nei gesti precisi e senza scampo: ma la mia testa riesce sempre a trovare una via di scampo, e affama il mio corpo, lo punisce, lo stanca. Ho un corpo ludico e una testa impietosa e tiranna, figlia e ostaggio di una paura panica e totalizzante. Ha ragione, quest'uomo. Il cerchio si chiude, tutto alla fine si rivela nel suo opposto, e ci sarà infine una battaglia che la mia testa perderà: per sfinimento.
V

martedì 29 gennaio 2008

Bauman: il fallimento di una relazione

Pochi giorni prima che la mia relazione finisse, Effe ed io passeggiavamo per Alassio finché siamo entrati in una stretta sgangherata libreria del Budello. Una libreria come un piccolo utero: una casa, insomma, e con una padrona accogliente. Ricordo che siamo usciti di là con sacchetti pieni di libri, e io pensavo Ci torneremo presto! Mi sentivo in pace e tesa, percorsa dalle correnti di tutti i libri non ancora letti che ci portavamo dietro. La prossima volta che veniamo a mangiare sushi..., devo aver pensato. E i miei pensieri sul selciato avevano una baldanza leggera mentre mi accoccolavo meglio sotto il braccio di lui, e lui sorrideva.
Non ci tornammo più. Insieme, almeno.
E questa cosa mi è entrata dentro come un puntello, e ha procurato tanto più dolore quanto più mi sono piaciuti quei libri, uno ad uno nel corso delle settimane seguenti: dalla Vargas a Bauman, da Caprarica a Richler, teologia romanzi saggi e poesia. Ogni abbuffata di pagine - per settimane - è stato bulimico rifiuto di soffrire, testardo coriaceo indispettito rifiuto di piangere. Che è servito a cementarmi il carattere, a non cedere, ché anche questo è un modo di crescere - fottuto e stronzo e amaro modo di crescere ma pur sempre crescere. E crescendo, i sentimenti impariamo ad aggirarli più facile, e noi più furbi più scafati e loro più subdoli e sempre meno riconoscibili, sempre più lenti. E magari un sentimento esce a mesi di distanza, scoppia, come bolla di sapone in bocca - lasciando quel gusto amaro che ha il sapone e anche un po' acido.
Bauman dice che il fallimento di una relazione è quasi sempre fallimento di comunicazione, e scrive: "L'amore è uno dei rimedi palliativi alla manna/calamità dell'individualità umana, uno dei cui molti attributi è la solitudine a cui è destinata la condizione di separazione [...]. L'amore è sempre venato di un impulso antropofagico". E infatti io avrei voluto mangiarlo, ogni attimo, e il voler divorare l'altro è esperienza universale d'amore, possesso e desiderio. Ma poi (ed è la legge di ogni digestione, e di ogni passione) tutto viene espulso, eliminato, cagato... davvero. E mi spiace che le parole a volte facciano male, facciano storcere la bocca e irritare e dare fastidio e protestare talvolta, ma mai quanto certi sentimenti: e questa si chiama consolazione. Che niente mai farà altrettanto male di un brutto sentimento, nemmeno una brutta parola.
E allora Bauman critica l'amore ai tempi del cellulare, ci disprezza a noi generazione di "stay tuned". Senza tanti giri di parole, ci dice che siamo vani, superficiali: abbiamo smesso di "desiderare" per barattare il troppo impegnativo desiderio con la ben più agevole "voglia": ho voglia di te, che se avessi Moccia sottomano - mi scusino tutti, mi scusi Moccia più di tutti - lo torturerei capello per capello per essere andato dietro gli squallidi fantasmi di una generazione vuota troppo vuota, assecondandola.
Concludo, e passo il testimone a questo Grande Vecchio del pensiero occidentale.

Il desiderio è la brama di consumare. Di assorbire, divorare, ingerire e digerire - di annichilire. Per contro, l'amore è il desiderio di prendersi cura e di preservare l'oggetto della propria cura. Un impulso centrifugo, a differenza del desiderio che è centripeto: un impulso a espandersi, a fuoriuscire, a protendersi all'esterno... Se il desiderio vuole consumare, l'amore vuole possedere.
Forse parlare di desiderio, oggi, è eccessivo. Come per lo shopping: oggigiorno chi va per negozi non compra per soddisfare un desiderio, ma semplicemente per togliersi una voglia. Ci vuole tempo per seminare, coltivare e nutrire il desiderio. Il desiderio ha bisogno di tempo per germogliare, crescere e maturare...
Quando è pilotata dalla voglia, la relazione tra due persone segue il modello dello shopping. Al pari di altri prodotti di consumo, è fatta per essere consumata sul posto ed essere usata una sola volta. Innanzi tutto e perlopiù, la sua essenza è quella di potersene disfare senza problemi.

Z. Bauman, Amore liquido

V

Sciarada - per concludere la serata

E' una serata di rallentato fancazzismo. Una di quelle serate da "film vecchi", come mia madre chiama i film in bianco e nero, o le commedie americane degli anni Cinquanta, quelle meravigliose pellicole in technicolor con donne spumeggianti con la messa in piega cotonata. Impagabili... Fringuellano qua e là con abiti dai colori sgargianti, indaffarate, esponenziali: personaggi che sfoggiano un intero repertorio di scale musicali, un su e giù di toni alti e poi gravi, accordi trilli arpeggi, e nessuna profondità. Hanno sguardi enfatici, sopracciglia a punto interrogativo e ciglia iperboliche. Le adoro, perché sono futili, e anche facili. E quando, come stasera, sono stanca di me stessa e mi vengo a noia, piuttosto che citarmi addosso passo la palla ad un divertente dialogo, che semplicemente è come vorrei essere.
V

Lui: «Noi ci conosciamo?»
Lei: «Che cos’è che glielo fa credere?»
Lui: «Non so ma me lo stavo chiedendo»
Lei: «Vede, io conosco già tanta di quelle persone che finché non ne muore qualcuno non posso far conoscenza con nessun altro»
Lui: «Be’, se qualcuno dovesse entrare in agonia mi avverta»

Lei: «Mi sta nascondendo il panorama»
Lui: «Scusi… Quale parte del panorama preferisce?»
Lei: «Quella che mi nasconde lei»
Lui: «Capisco»
Lei:«Sono le ultime ore di vacanza, devo tornare a Parigi questo pomeriggio… Come si chiama?»
Lui: «Peter Joshua»
Lei: «Io mi chiamo Regina Lampert»
Lui: «Ah. Esiste un signor Lampert?»
Lei: «Sì»
Lui: «Congratulazioni»
Lei: «Non c’è di che, sto per divorziare»
Lui: «La prego, se è per me non lo faccia»
Lei: «No, no, no. E’ che non lo amo più»
Lui: «Be’, almeno lei è onesta»
Lei: «Esiste una signora Joshua?»
Lui: «Sì, ma siamo divorziati»
Lei: «Oh, non era una proposta. Era solo una curiosità»

Tratto da Sciarada (1963) di Stanley Donen, con Audrey Hepburn e Cary Grant.

sabato 26 gennaio 2008

Il Giorno della Smemoratezza (27 gennaio)

Domani in Italia si celebra il Giorno della Memoria: già da qualche giorno si sono aperte le danze della commemorazione ufficiale di un Paese che celebra, per meglio dimenticare. Ma la Shoah è molto più della retorica del ricordo, e noi siamo troppo amareggiati, troppo superficiali (invasi e violentati da miliardi di stimoli potenti e veloci e cannibali), troppo spiritualmente macilenti per soffermarci un attimo a pensare che la Shoah non ha prodotto solo quei cadaveri strazianti che i documentari di seconda serata ci costringono a vedere ogni anno, lo stesso giorno (perché se non sono "emozioni forti" nessuno più reagisce). Siamo talmente imbottiti di cliché, che ci appare arduo capire che la Shoah - a suo modo - è stata anche gioia. A dispetto degli aguzzini e degli stupidi di tutto il mondo e di ogni tempo.

Perché persino là, accanto ai camini, nell’intervallo tra i tormenti c’era qualcosa che assomigliava alla felicità. Tutti mi chiedono sempre dei mali, degli “orrori”: sebbene per me, forse, proprio questa sia stata l’esperienza più memorabile. Sì, è di questo, della felicità dei campi di concentramento che dovrei parlare loro, la prossima volta che me lo chiederanno. Sempre che me lo chiedano. E se io, a mia volta, non l’avrò dimenticata.

Imre Kertesz, Essere senza destino

V

La furia e la pena

Ieri sono passata alla Tim per aggiornare un contratto ormai scaduto. Si sa come vanno queste cose: entri nel negozio speranzosa di cavartela con un ticket per il posteggio (zona blu) da mezzora, e torni con la multa incastrata sotto i tergicristalli. Perché di mezzore ce ne hai impiegato quattro (due ore in tutto, per semplificare i calcoli). Ma.
C'è un importante "ma": sono uscita con un nuovo contratto, pare convenientissimo (sicuramente per la Tim lo è), e pure con un nuovo cellulare sottobraccio, rifilatomi per forza dalla zelante commessa di turno con le parole: "Sai, costa 369 euro, è uno dei più belli che abbiamo, pensa: lo teniamo addirittura in vetrina!", e me lo ha porto come l'ostia consacrata. L'ho osservato per un istante: in effetti è un aggeggio supersonico e pieno di opzioni e slide e porte USB e pertugi per le memorie aggiuntive, un pezzo che sale l'altro che scende, profili in pendant tra loro, schermo da 12 pollici ed è pure dotato di parola! Mi parla, il fetente... o forse sono io che inizio a sentire le Voci. Non so.
Comunque non è questo il punto. Non è la Tim - che ormai i cellulari te li tirano dietro, e tutti sono lì a sorridere inebetiti dalla gioia. Il punto è questo: dopo un'ora e quaranta minuti, quando stavo ormai quasi per uscire dal negozio, entra 'sta tipa (che esibiva un attrezzo bianco, dal lato A telefono e dal lato B lettore mp3: insomma, un miracolo di tecnologia che lei candidamente ammetteva di non riuscire a far funzionare) tipa che, dopo aver visto la faccia da prete invasato della commessa mentre mi porge il cellulare nuovo, mi afferra per un braccio con fare risoluto e financo minaccioso, esclamando: "Come hai fatto ad averlo gratis?!"
Ecco, il punto non è il cellulare, non è le ore che si sprecano quotidianamente in cazzate, non è la rottura di dover avere qualcosa che in realtà non vuoi (ancorché gratis), no, niente di tutto questo. A dire il vero, il punto esatto della faccenda si trova nel viso sfigurato della tipa che mi ha preso per il braccio: nei suoi occhi iniettati di sangue, nella sua stretta rapace, nella sua fame di cose, nel suo vuoto pneumatico esistenziale.
In altre parole il punto è: in queste ultime settimane a me l'Italia mi duole, e a questa folle incosciente le duole il telefonino.
E a quanti altri duole il telefonino più della Patria? Duole più la squadra di calcio, i pettegolezzi, il Big Brother, l'amante, la coca, il divertimento, lo status, metterla nel culo a Tizio o andare per saldi (che guarda Stefania che bella borsa che c'ha, dove l'hai comprata Stefi?)... A troppi, e troppo spesso anche a me.
Chiudo con una citazione, anzi due. Una citazione scritta, ed una cantata.
V

Noi siamo tutti responsabili di tutto e di tutti,
davanti a tutti
ed io più di tutti gli altri.

F. Dostoevskij


Franco Battiato, Povera Patria

giovedì 17 gennaio 2008

Il fosforo di guardia segnala urgenza di potere

La spazzatura di Napoli. Benny XVI e il Centro Sociale "La Sapienza". Mr. & Mrs. Mastella.
Facce di un'Italia che ha smesso di stupire e continua a precipitare. A me duole l'Italia: mi duole non capirla e mi duole soprattutto non avere voglia di capirla. E' squallida.
In fondo alla pagina d'apertura del mio blog, ho citato la frase finale del libro di Foa, Questo Novecento. E' una frase realistica e incisiva, e non a caso l'ho messa come prima della lista: per ricordarmi che a volte la mia mente scappa in un altrove, e tutto il corpo la segue. Ma questo altrove è disimpegno; e il disimpegno è male. Soprattutto oggi, soprattutto di fronte a questa vergogna che siamo, a questo squallore.
Io non ho parole da dire migliori di altre, non ho opinioni folgoranti o tesi inattaccabili da avanzare. Io ho il mio dolermi dell'Italia, del suo oscuro recente passato, del suo imbarazzante presente, del fracasso che fa e dell'ignoranza che esibisce. Mi duole, l'Italia, e mi dolgo per me stessa, per non saper fare meglio di così, per il mio algido rimanere ai margini, giudicante. E' troppo poco quando ai "diversi" (le voci che escono dal coro) non rimane che sognare la fuga all'estero, o sognare la fuga dalla realtà. E' troppo poco.
Mi resta da citare una canzone, una delle più crude di De André, una delle più cinicamente calzanti a questa Restaurazione della barbarie.
V

SOGNO NUMERO DUE, Fabrizio De André

Imputato ascolta,
noi ti abbiamo ascoltato.
Tu non sapevi di avere una coscienza al fosforo
piantata tra l'aorta e l'intenzione:
noi ti abbiamo osservato
dal primo battere del cuore
fino ai ritmi più brevi
dell'ultima emozione,
quando uccidevi,
favorendo il potere,
i soci vitalizi del potere
ammucchiati in discesa
a difesa della loro celebrazione.
E se tu la credevi vendetta
il fosforo di guardia
segnalava la tua urgenza di potere
mentre ti emozionavi nel ruolo più eccitante della legge,
quello che non protegge:
la parte del boia
.
Imputato,
il dito più lungo della tua mano
è il medio,
quello della mia
è l'indice,
eppure anche tu hai giudicato.
Hai assolto e hai condannato
al di sopra di me,
ma al di sopra di me,
per quello che hai fatto,
per come lo hai rinnovato,
il potere ti è grato.
Ascolta
una volta un giudice come me
giudicò chi gli aveva dettato la legge:
prima cambiarono il giudice
e subito dopo
la legge.

Oggi, un giudice come me,
lo chiede al potere se può giudicare
.
Tu sei il potere.
Vuoi essere giudicato?
Vuoi essere assolto o condannato?

martedì 15 gennaio 2008

Oggi è un bel giorno, per essere una parola (la Signora Franca)

La Signora Franca ha iniziato così uno dei suoi post, e quando l'ho letto mi sono sentita fremere fin nel profondo. Anche il mio alluce (la mia gola, il mio occhio, la mia ascella: tutto) stava godendo. E più mi addentravo nel blog, più ne ero rapita. Quello che leggevo era quello che volevo leggere, e come avrei voluto scriverlo.
Ma il godimento, sorprendentemente, è stato breve lasciandomi insoddisfatta: hai voglia a girare e rigirare la Signora Franca come il cuscino in una notte insonne, cliccando a più non posso su ogni link. La verità è che, oltre a qualche post vecchio di anni, nel giro di appena sei mesi il blog è stato bruscamente sopraffatto dal nulla. Mi sono allarmata, ho presagito qualcosa che non avrei voluto, non da lei: il silenzio. L'abbandono. Il silenzio come una boscaglia incolta dove avrebbe dovuto dimorare un giardino esotico.
Nel suo ultimo post (23 luglio 2005), i commenti si sprecano; lei risponde a tre o quattro persone come se fosse in confidenza, ma sempre rivolgendosi - ricambiata - con il "lei": una femmina acuta, sarcastica, opulenta. Che, tutt'a un tratto, tace, evadendo in un'assenza soffocante senza punti cardinali e senza direzione in cui guardare.
Svanita, e nemmeno una scia me ne indica la dimora oggi.
Alla fine del dicembre 2005 tornano due amici a salutarla sul blog, scrivono brevemente: "Un saluto veloce" e "Buon anno Signora sempre Franca". Poi, ancora una volta, un vuoto di mesi. Come scia di nave che va perdendosi - ma piano - altri commenti nell'arco di un anno si aggiungono da nuovi lettori; il blog si riempie mano a mano di sterpaglia: messaggi pubblicitari, spam, cartacce e bottiglie rotte, e mozziconi e pietrisco. Finché, straziante e furiosamente tenero, un vecchio amico torna a scriverle il 9 novembre 2006: "Saranno le illusioni a farmi passare di qua, di tanto in tanto?"
Lontano, laggiù, non si vede più nulla. Né scia di nave né impronta di antico giardino.

Cominciamenti. La Signora Franca.

Cominciare dalla fine, mi sembra un buon principio.
Dunque, questa è la mia ultima pagina.
Correttamente, dovrebbe apparire la scritta

FINE

come usava nei romanzi di una volta. Anche nel film, di una volta. Nelle vite, di una volta.

Comments:

Chi sei veramente? Sembri una sensuale provocatrice...
P.


[28 gennaio 2005]

V