Per me nei libri c'è qualcosa di magnetico. Hanno una dimensione, un odore, un peso, una consistenza - lo sa bene Silvia alla quale un giorno di tanti anni fa, durante un'ora di lezione, tirai addosso il libro di letteratura greca (copertina rosa rigida e 760 pagine di papier velouté): colpii il muro, ma lei scappò lo stesso dalla classe piangendo. Forse avevo esagerato.
So che sembra strano, ma è un ricordo che ogni volta mi fa ridere, sempre, risate di pancia, allegre. Penso a lei - tenue, delicata ragazza dagli occhi chiari e la pelle diafana - seduta vicino al muro con fare educato e composto, ed io, alla sua sinistra, imbestialita e schiumante, che - non riuscendo ad aver ragione di lei - scelgo la Via della Violenza a quella del Dialogo, agguanto il malloppo rosato e glielo scaglio contro, mentre le sue pupille si dilatano per lo stupore e, forse, la paura.
In classe cala un silenzio da fiato sospeso, e il mio buon vecchio professore di filosofia, vedendo Silvia prendere rapida e congestionata la porta dell'aula, mi osserva divertito da sopra gli occhiali e cantilenando chiede: "Valentina, cosa le hai fatto stavolta?" Io, come risposta, mi guardo la mano ancora lorda del reato commesso, raccatto il libro finito a terra, alzo le spalle e non rispondo, immusonita.
Non ho idea di cosa mi faccia ridere, in questo ricordo: forse pensare che il prof mi voleva bene davvero (e mi capiva), forse la quieta dolcezza di Silvia, o com'ero io allora e come eravamo, oppure il libro di greco in sé, un mattone di dimensioni clamorose, o quant'ero litigiosa e furiosa e viscerale - e quanto la amavo. Certo, litigavamo spesso. Io ero una rompicoglioni (e qualcuno opinerebbe che la sono rimasta): intransigente, tignosa, aggressiva. La Silvia, a modo suo, aveva una qualità dura, ed una natura fredda e pungente. Ne uscivano scintille, e quando eravamo nel bel mezzo di una tenzone verbale (ricordo soprattutto quelle davanti a scuola, sul portone d'ingresso) io allungavo il collo e scuotevo la testa "come un gallo da combattimento" - mi disse un giorno mia madre. Da quel momento, smisi di litigare per strada.
C'è tutto un mondo, dentro i libri. Per questo non li impresto e non li regalo, e sono gelosa anche che qualcuno possa toccarmeli, aprirli, farci pieghe non mie, seminarli di frammenti epiteliali estranei.
Quel libro di greco, ad esempio, è lì. Con la sua rilegatura spessa, gli appunti ordinati, il piccolo topo disegnato a matita da Silvia vicino al capitolo: "il Ratto delle Sabine", o forse quello era il manuale di Letteratura Latina, non so più non ricordo. Ma da qualche parte, nei miei libri del Liceo, c'è questo topino minuscolo e orecchiuto, con una bella codina grigia e lunga e le zampine agili, che da un decennio almeno sta vagando - ingordo e curioso - tra le pagine di un libro. E ci dorme, tra quelle pagine, ci pascola, ci cresce, si nutre e ammazza il tempo, gioca all'interno di una "o", ci dà di fioretto con le "p", guada fiumi costruendo ponti di "m"... Una bella vita, la sua, immortale e lieve, affollata e però silenziosa. E' nel suo paradiso: che è il mio paradiso, o come vorrei che fosse.
V
lunedì 4 febbraio 2008
Il peso dei libri e il Paradiso dei topi
venerdì 18 gennaio 2008
La cerimonia degli aperitivi: le insegnanti
Ad un certo punto la mia coppa di vodka martini ha preso il canale sbagliato: devo essere diventata tutta rossa, occhi lacrimosi e gesto affettato della mano verso la mia gola (paonazza). No, non c'entra l'alcool che è andato di traverso. La serata, mi stava andando di traverso. Così ho finto un malore, mi sono scolata il bicchiere, e sono fuggita - contrita come si conviene - a duecento metri da lì, in un altro locale, altro vodka martini. Lì ho incontrato Alessandro.
Non sono fuggita per incontrare Alessandro, che Alessandro l'ho incontrato per caso, con un amico che è anche mezzo amico mio. Sono fuggita perché (oh, come vorrei saper rendere l'idea, ragazzi!, darvi davvero l'impressione di quello ho provato...) perché ad un certo punto ho messo a fuoco la situazione e ho dovuto guardare in faccia la realtà: mio dio mio dio, ero ad un tavolo (di legno chiaro, per inciso: una vera pacchianeria) di un locale pieno di spifferi, troppo illuminato e frequentato da alcuni noti ubriaconi del porto. Ma non è questo il punto. Il punto è che ero ad un tavolo con sette (7!) donne, sette per dio!, sette donne di cui sei (6...) insegnanti...
Ho l'ardire di pensare di aver reso l'idea.
Ero disperata.
Non è una disperazione "di categoria": non nutro un odio particolare per gli insegnanti: certi, in passato, mi hanno salvato la vita, alcuni mi hanno dato una meta, o svelato un sogno ad occhi aperti. Pochi li ho amati, con ardore e travaglio. Altri li ho - obiettivamente e prosaicamente - detestati... ma devo riconoscere che erano creature detestabili, non insegnanti detestabili - se capite cosa voglio dire.
Ma ieri sera, ad un certo punto (sempre lo stesso punto), la realtà si è trasformata. Nel giro di mezz'ora, repentinamente come per Gregor Samsa, tutto ciò che mi stava intorno ha assunto una sfumatura surreale e insopportabile, i cliché si sono concretati, uno-per-uno: dai discorsi sugli "Uomini", agli imperdibili aneddoti sui genitori degli alunni, alla declamazione delle immani fatiche del lavoro d'insegnante (una certa Monica, prof di matematica, fagocitando una manata di patatine ha sospirato accorata: "Per reggere questi ritmi, al pomeriggio devo sempre andare a fare il riposino", e - sgrunch! - giù per l'algoritmico palato un'ennesima manata di patatine unte). Non erano più individui: erano un sol uomo di gesti, "eh sì, è proprio così", capi che si scuotevano, espressioni in serie, occhiali, e zampe insettivore che spazzolavano via tutto alla velocità della luce. Accidenti, la scuola le affama, a quelle giovani donne lì!
Diciamo che il lato comico della vicenda lo vedo ora - ed è conseguenza dell'aver incontrato Alessandro e Chris ed essermi divertita e aver riso e scherzato e fatto un po' la stupida senza paura di essere né giudicata né bacchettata - ma durante quell'interminabile mezz'ora ero piuttosto abbattuta. E arrabbiata! Caspita, mi dicevo, sono carine 'ste ragazze qua! Sono curate, spigliate, ben vestite e bionde; se gli va di culo, sono anche alte e magre e col nasino a punta. Sanno parlare, hanno studiato, sono serie e misurate. Allora perché sono così vuote? Perché sono le maschere di loro stesse? Perché hanno quell'aria da prof anche quando sono tutte insieme a prendere un aperitivo?
Non potevi sbagliare, neanche ad essere ottuso: io sono scappata all'ennesimo sguardo che mi strusciava addosso dal basso verso l'alto e dall'alto verso il basso, quello sguardo da sopra gli occhiali, anche se in alcuni casi gli occhiali manco c'erano. Ho pensato: come gli indurisce lo sguardo, insegnare, a questa gente. Come le disumanizza, come le omologa, come le svuota... e le riempie di formule, frasi fatte, lezioni. Questa gente dalla cattedra non scenderà mai, e glielo leggi in faccia, con un margine di errore dieci a uno.
C'era questa bella giovane donna, ieri, al tavolo: Erika, prof di lettere. Lei era quella che aveva il culo di essere alta, magra e col nasino all'insù, bionda e molto sorridente. Ed era quella che aveva la sfiga dello sguardo-lumaca, una pupilla glaciale e offensiva che mi faceva saltare i nervi. Guardava, guardava tutto senza sosta, masticava guardava sorrideva, e la qualità disumana del suo sguardo inautentico mi metteva nei piedi la voglia di altrove. Il malore mi ha colto - per grazia di dio - subito dopo averla vista tirare su il dito medio ad un uomo che, passato a fianco a lei, ha avuto il coraggio di guardarla.
V
giovedì 10 gennaio 2008
Silvia. Le amicizie fragili parte II
Nessun uomo mi ha mai fatto il male che Silvia, con un solo sguardo gelido dei suoi occhi verdi, è riuscita a farmi un giorno. Sono quattro, forse cinque, gli anni che non ci vediamo. E molti mesi, forse anni, che non ci sentiamo. Non mi manca, non più ormai, e forse una parte di me la odia ancora, e un'altra parte sicuramente la ama come quindici anni fa quando, passeggiando assieme per i corridoi della scuola durante l'intervallo, sentii, con un brivido alla schiena che da allora non ho mai più provato, sentii proprio e precisamente quel brivido di commozione e adrenalina che sale: l'eccitante e vertiginosa sensazione di aver trovato l'anima gemella, il diamante per la mia montatura e l'impalcatura delle mie fragilità. Per me lei era bellissima. La guardavo durante le lezioni, ed era perfetta.
Di lei, ancora oggi, saprei dire molte cose: che quando sbadiglia gli occhi le si riempiono di lacrime, che la sua apple pie è la più buona che potrete mai assaggiare, che è pulitissima ma il suo astuccio era un covo di malattie infettive, che si vestiva come piace a me e aveva una pelle che faceva luce. Di lei conosco l'odore della sua pelle e come dorme. La consistenza dei suoi capelli. So che mi scostava le coperte dal letto la sera quando uscivo. Conosco la sua precisione, il suo orgoglio e il suo puntiglio nel fare e rifare le equazioni. Io me ne sono sempre sbattuta i coglioni, lei mai. Ricordo di tutti i pomeriggi al telefono, di quella volta che volevo facessimo insieme una versione di latino e, benché a lei non andasse, la costrinsi; quando ci vedevamo "alle sei e un quarto da Arca" e lei era sempre un paio di minuti in ritardo; e di quando in Grecia la figlia di un nostro professore ci chiese, con incantevole accento d'ingenuità: "Voi due siete amiche del cuore?" e io la fissai per sentire dalla sua voce il suo "Sì", e dentro di me vibrare.
E, purtroppo, nemmeno riuscirò a dimenticare di quando una sera, in un locale con amici a Milano, lei sbatté in modo petulante la mano sul tavolo proclamando "Al centro dell'attenzione adesso voglio esserci io", così come non dimenticherò il veleno che il giorno del mio ventiquattresimo compleanno lei e Giacomo mi sputarono addosso con rabbia. Dopo quel giorno, il buio; una lunga, sofferta dissolvenza che mai finirà perché mai perdonerò. E mai capirò perché non so, e non voglio sapere e nemmeno ricordare. Quel giorno, tutto si ferma alle mie lacrime che scendono a grossi grani nella zuppa che stavo mangiando, mentre lei mi accusava di qualcosa che non so e non voglio né sapere né ricordare. Come dopo un incidente, un tradimento scoperto, uno choc: non si sa più cos'è successo davvero, chi ha detto cosa, in che modo sono andati i fatti, o perché si è arrivati a quel punto.
Eppure ci siamo arrivate, ed è stata la mia sconfitta più grande.
In camera di Silvia, nella vecchia casa quella che mi è cara, c'era una fotografia attaccata alla parete sopra il letto. Era un suo primo piano: lei ride voltandosi all'improvviso verso l'obiettivo, i capelli neri seguono il movimento del corpo con un lieve odore di brezza.
V
lunedì 7 gennaio 2008
Riassumendo e guardando avanti
E' bizzarro, e anche un po' perverso: rileggendo alcuni miei post - specie quelli in cui parlo di Carlo e di questa cerebrale passione evoluta a singhiozzo - ho notato che i fatti tra me lui sono accaduti esattamente dopo aver detto a me stessa basta, non ne ho più voglia. Come un ragazzo pigro che rimanda ogni cosa all'ultima ora dell'ultimo giorno, così il destino ha trattenuto il respiro, e fatto uno scatto in avanti proprio un attimo prima che l'indifferenza mi annoiasse fino al punto di non ritorno.
Quando tre anni e mezzo fa conobbi il mio ultimo fidanzato ricordo che fu un attimo di folgorante immobilità: lui era una bellissima esplosione di capelli neri, denti bianchi, mascolinità brutale e gambe saldamente piantate per terra. Lo avevo desiderato, dal primo istante, con una passione totalizzante e accentratrice che non lasciava molto spazio per altro. Bruciava e devastava. Tutto, anche me. Che non desideravo altro che farmi carbonizzare da quel fuoco, e mettermici dentro più comoda, accoccolata; persa. L'ho goduto molto quell'uomo, l'ho anche amato e l'ho conosciuto. L'ho conosciuto, amato e goduto talmente tanto che oggi il suo pensiero non mi fa più male, e non mi fa più niente.
Il 2007 è stato un anno difficile ma anche strano. Ho fatto delle cose strane - ad esempio, iniziare a scrivere un blog - e gettato qualche seme, ho interrotto una relazione e non ne ho iniziata nessuna. Ho conosciuto persone nuove, recuperato contatti persi nel tempo, cambiato colore di capelli; ma è stato difficile perché ho dovuto resettare e ripartire, ripensarmi sotto altre spoglie. Una fatica sfibrante a tratti, ma che qualche volta è valsa la pena. Accanto alla quindicenne ancora talvolta spaventata e inerme, rabbiosa e incredula, la ventinovenne (a volte traballante) sta. E in questa epifanica capacità di stare in piedi da sola è tutta la mia felicità di ragazza.
L'altra notte, in un'ostinata pozza di insonnia, ho preso in mano L'amante e l'ho riletto in un poco più di un'ora. Pur leggendo con rapidità da affamata, non mi è sfuggito il lento, piagato e ansimante ritmo di quel dolore, e alla fine - quasi senza commozione, sicuramente senza sentimentalismo - mi sono ritrovata il cuscino bagnato di lacrime. Poche, qualche manciata, versate non so se per il volto sfiancato di una diciottenne di tanti anni fa, o per l'idea di quello squillo di telefono arrivato, a distanza di anni figli libri separazioni e sconfitte, nella casa in penombra di una vecchia. Forse è lo squillo. Parigi intera perforata da quel suono, e io stessa.
Sabato sera mi sono lasciata abbracciare, perché abbracciarsi aveva una qualità diversa. Carlo aveva una qualità diversa: dopo settimane che non lo salutavo non lo guardavo - per ripicca, per noia - e dopo l'assenza di Budapest, improvvisamente si è avvicinato, mettendomi una mano intorno alla vita e dandomi qualche bacio in quella zona ibrida e calda che non è guancia, non è orecchio e nemmeno collo, ma un magnifico incrocio di pelli e sensibilità diverse. Quando si è allontanato, da dietro mi ha di nuovo sfiorato la mano - ed è in quel momento che ho capito. L'indifferenza, il silenzio, l'assenza di segnali. Poi, da parte mia, l'arroganza e l'orgoglio. Tutte balle. In questo caso la passione non è fuoco, ma è il possente e lento avanzare al mare degli enormi fiumi limacciosi che attraversano foreste, e le sconfinate pianure cinesi. Un destino, che sfocerà.
V
Mara. Le amicizie fragili parte I
In un paio di precedenti post ho scritto di rotture, di un'amicizia decennale che non ha resistito al tempo, ai cambiamenti, all'attrito rumoroso di caratteri troppo diversi e diverse sensibilità. Forse un giorno riuscirò a parlare di Silvia, non ora. Non ancora, benché siano ormai passati secoli da allora. Ma nel primo post che scrissi, ed è già quasi un anno, parlavo di Mara, di un viaggio a Praga e di carta assorbente. Di quel viaggio ho ricordi miracolosi, e anche ad essi, un giorno forse, dedicherò tempo e parole. Era il 1999, si usavano ancora le macchine fotografiche tradizionali - quelle coi rullini, quelle che non sai se le foto vengono bene o no, e ogni volta è una sorpresa. Mara aveva i capelli cortissimi e biondi, un sorriso fiducioso e aperto, occhi meravigliosamente chiari. Ricordo di un pomeriggio caldo e sfiancante; eravamo sdraiate sugli scalini di una qualche chiesa e sicuramente i miei piedi erano congestionati e gli occhiali da sole mi facevano sudare il viso. Mara aveva iniziato a raccontare barzellette a ripetizione: mi facevano male gli addominali, dalle risate. Perché Mara - prima che la vita la indurisse - era simpatica, di una simpatia timida, a volte aggressiva, talvolta seducente nella sua infantile ritrosia. Era tutta una scoperta.
Ho ancora in mente il fotogramma della prima volta che la vidi, nella grande aula a pianterreno della sede di Sant'Agnese. Aveva un giaccone sui toni dell'azzurro e una borsa tracolla. Paolo ci presentò apostrofandomi acido: "Fosse per te, non conosceremmo nessuno, qui". In questi anni Paolo si è fatto prete, e devo riconoscere che già allora possedeva meravigliose qualità di caritatevole fratellanza cristiana. Lei mi era apparsa molto sicura di sé, a suo agio, e la sua stretta di mano - una mano bella, lunga e nervosa - era forte.
Non so cosa sia accaduto in questi ultimi anni dopo l'università, che cosa ci abbia allontanato al punto da decidermi di mettere fine ad un'amicizia che non mi disturbava, non mi invadeva e spesso mi consolava. Se un percorso c'è stato, si è perso nella memoria del tempo, in questo rapporto fatto ormai di tantissime telefonate e pochi incontri - la lontananza, gli impegni, incastri mancati. Forse in dieci anni quello che mi ha allontanato e ferito è stato rendermi conto che lei, nonostante le molte parole le continue confidenze, mai è riuscita ad aprirsi con me, mettendo se stessa realmente in gioco.
Un pomeriggio di pochi anni fa eravamo sedute ad un tavolino del Caffè Litta (ci passavamo ore e ore sempre ogni giorno, a intessere un dialogo che non trovava mai soluzione di continuità, un ad libitum di parole e scambio emotivo). Mi sentivo a tal punto vicina a lei, plasmata da giornate intere trascorse insieme, da credere di poter sfiorare la sua anima sfondando al tempo stesso il suo ultimo baluardo, quello della sua più reticente difesa interiore. Iniziai a dirle quale potesse essere, secondo me, il motivo di alcuni suoi disagi e con cautela, con la consapevolezza che per la prima volta mi stavo addentrando nel più sacro dei territori - l'intimità, provai a parlarle di lei. Di come la vedevo, e di quali esperienze emotive avessero potuto spingerla ad essere talvolta così rigida, così corazzata, così impaurita...
Chiaramente il discorso mi rimase strozzato in gola. Lei, dopo le mie prime parole, abbassò lo sguardo e con voce dura replicò: "Non ne voglio parlare, e non voglio sapere niente".
Questo, credo, fu il requiem della nostra amicizia. Con questa frase, secca, Mara cristallizzò il nostro rapporto a quel che era, senza possibilità di dargli un'evoluzione, un di più o un di meno di prossimità. Ma ciò che è peggio è che gli anni hanno trasformato quella che era spaventata fragilità interiore (che mi sarebbe piaciuto osservare e accudire e prendere tra le braccia) in fastidiosa arroganza intellettuale. Quel "no" che tanto tempo fa aveva delimitato un terreno e piantato paletti, con gli anni è diventato un "io" smisurato e accentratore che dalla sua prospettiva cancella gli altri per meglio preservare se stesso. A Budapest non sono riuscita, mea culpa, a vedere "la" Mara dietro questo io. Non ne ho avuto voglia, lo ammetto, non ne ho nemmeno avuto la forza: al suo primo attacco verbale ho tagliato la corda, ho messo un veto e chiuso la porta. Vilmente, ma anche con coraggio.
Ora mi è rimasto solo un velo di nostalgia, il dubbio di aver fatto una cazzata e il rimpianto di non essere un'amica migliore di quella che sono.
V