Ci vogliono far credere che distruggere monumenti commemorativi sia uno scempio gratuito e ingiustificato, un gesto di inaudita barbarie. Ci vogliono far credere che un manipolo di giovani ed ignoranti bestie si aggira là fuori inneggiando il Duce e martellando, profanando, scoperchiando, insozzando e distruggendo - in totale inconsapevolezza.
Ce lo vogliono far credere, ma non è così. Martellare, profanare, scoperchiare, insozzare e distruggere non sono semplicemente le azioni sconsiderate e vigliacche di una gretta minoranza di bastardi.
Martellare, profanare, scoperchiare, insozzare e distruggere, oggi come ieri un monumento alla memoria o un cimitero, non è un gesto esclusivamente vandalico o spregiatore. Non è un'azione inconsapevole, ignorante o barbara. Non è uno scempio gratuito, né tanto meno ingiustificato.
Attentare all’integrità dei monumenti alla memoria - oltre ad essere un gesto di razionale, pianificato odio – significa intaccare e ferire a morte la storia di un popolo nel suo punto più vitale e vulnerabile: l'identità storica e sociale. Profanare la memoria (bene fragile e impaurito che non sappiamo più salvaguardare) significa gettare bombe a mano contro quella barriera che ci argina dagli orrori del passato, definisce gli insegnamenti del presente e ci permette di proiettare tremanti speranze nel futuro. Nel momento in cui questa barriera vacilla - ormai esausta sotto i colpi degli stupratori della memoria - gli orrori del passato rischiano di riversarsi nel presente, e il futuro chiudersi su di noi come un sipario nero ormai fin troppo logoro.
V
lunedì 28 aprile 2008
Stupratori della memoria
sabato 26 aprile 2008
L'antipatia del fuoriclasse (Nadal)
Oggi a Montecarlo, Rafael Nadal ha battuto il russo Davydenko con un imbarazzante 6-3, 6-2. In una giornata grigia e nemmeno troppo calda, l'animalesca potenza del tennista spagnolo ha fatto polpette del rassegnato Davydenko. E' stata una partita penosa (quattro o cinque i punti davvero ben giocati da Davydenko) e molte le prodezze dell'incontenibile spagnolo, baciato da un talento eccezionale, dalla potenza ben indirizzata dal fiuto e persino dalla fortuna, persino dalla rete, che in un paio di occasioni gli ha dato ragione in maniera sfacciata.
Impossibile non ammirare Nadal. E' bello, in un suo modo non misurato e non convenzionale. Ha muscoli che la pelle fatica a trattenere; nelle pause tra un break e l'altro, trema d'impazienza; ad ogni colpo di racchetta grida e ansima perché lui ci fa l'amore, con la terra rossa e la racchetta. Dopo i primi colpi, già sai che vincerà - come sai che il leone non avrà pietà sulla gola scoperta della sua preda. Affonderà i denti, e strapperà la carne. Impossibile non ammirarlo, non desiderare la sua potenza e la sua astuzia, i guizzi delle sue braccia e delle gambe. Dalla sua parte ha tutto: bellezza, bravura e fortuna. Ma non la solidarietà di chi lo guarda e di chi ipnotizza. Suscita venerazione, suscita brama. Ma non simpatia. La simpatia è un sentimento tra pari, e lui è un cacciatore solitario, che se ne sta là - piantato coi piedi nella terra rossa di cui è Re, e da cui esclude tutti (sudditi, nobili, consiglieri), circondandosi solo di ammirati spettatori della sua impareggiabile bravura.
V
giovedì 17 aprile 2008
A lezione da Flaiano
Nell'arco di ventanni, tra il 1950 ed il 1970, Ennio Flaiano si appuntò alcuni pensieri attorno alla politica, la fede, Dio e la tivù, la società, gli uomini e le donne, i viaggi e le diverse culture. Pensieri confluiti in una delle sue opere più rappresentative: il Diario degli errori. Flaiano è di una modernità straordinaria (come quando parla, ad esempio, dell'agonia marcescente del Festival di Sanremo o della colpevole superficialità dell'italiano medio, anestetizzato - oggi come ieri - dalla sua razione quotidiana di panem et circenses).
Ma tra tutti i pensieri, ne voglio citare uno che mi piace particolarmente, e che trovo adatto a questo periodo. E' un breve dialogo del 1967 che potremmo intitolare "Viviamo, grazie a Dio, in un'epoca senza fede". Eccolo:
Chi ti ha creato e messo al mondo?V
Non lo so.
Non è Dio?
E' possibile. Ma siccome Dio ha creato e messo al mondo anche il ministro Mattarella e il ministro Andreotti, anzi sembra che la loro esistenza gli sia più preziosa e utile della mia, la cosa mi lascia indifferente.
Per quale fine sei stato creato?
Per dire di no.
A cosa vuoi dire no?
A te, principalmente.
Che cosa ti ho fatto?
Mi hai tolto la fede.
martedì 15 aprile 2008
Viva l'Italia, l'Italia che resiste
Mi spiace sentire di persone che si tappano la bocca, persone che vogliono fuggire, ritenendo che questo Paese non abbia più nulla da offrire - se non uno stupore sempre più amaro, sempre più impotente.
Chiedetemi se sono felice, e vi risponderò di no. Ma non sono disperata, non mi sento piegata. Ho letto molti post, da ieri sera ad oggi. E ci sono stati due atteggiamenti che più di tutti mi hanno infastidito - e questo senza voler esprimere nessun giudizio sulle sponde politiche da cui provenivano (che è anche la ragione per cui non li linko).
Da un lato, c'è l'atteggiamento di chi dice: fate schifo! E' l'atteggiamento di chi sputa veleno sulla maggioranza dando in escandescenze verbali che, francamente, ho trovato offensive e arroganti. Io non so dove stia la Verità di casa (e dubito anche che abbia un unico domicilio, per intenderci). Ma so di sicuro dove non sta. Non sta nell'offesa violenta dell'altro, del suo giudizio e della sua opinione. Offendere è vigliacco. Offendere è burino. Offendere, e alzare in maniera scomposta la voce, è degradante solo per chi lo fa.
Dall'altro lato, c'è l'atteggiamento di chi dice: me ne voglio andare! Ebbene: fatelo. Se vi è intollerabile questo Paese, se non riuscite più a sentirvi cittadini italiani, se capite che non ci sono margini di miglioramento, di lotta, di discussione, allora andatevene. Ma davvero, concretamente, con armi e bagagli. Non fosse che andarsene è difficile - e allora ci si accoccola nel proprio giardino, come serpentelli ciechi, e si aspetta: che qualcosa cambi. Perché il compromesso è quasi sempre più facile che una rigida coerenza. E passato l'attimo iniziale di cocente delusione, tutto infine torna come prima.
A me non piace quest'Italia che ha votato Berlusconi e la Lega, questo è innegabile. Penso, come ho scritto nel mio precedente post, che sia una vittoria volgare, la vittoria di tutto ciò che per me è non-valore, anti-etica. Ma sono qui e rimango qui, anche con un certo orgoglio, e sicuramente con gli occhi bene aperti. Queste elezioni, per la prima volta nella mia vita, mi hanno insegnato qualcosa di importante: ad esserci, a prendermi delle responsabilità, a credere in un principio che porta il nome di "bene comune". In cui credo. E che voglio, nel mio infinitesimale angolino di mondo e di coscienza, provare a costruire.
V
lunedì 14 aprile 2008
Con Berlusconi ha vinto la volgarità
E non c'è nemmeno bisogno di spiegare il perché. Ha vinto la volgarità, la menzogna, l'apparenza e la mancanza di serietà. Il dramma è che hanno perso gli Italiani.
V
domenica 13 aprile 2008
Perché ho cambiato idea
Andrò a votare, come già avevo deciso di fare. Non solo: esprimerò una preferenza, cosa che fino a ieri pensavo non avrei fatto. E adesso questa scelta - che fino a ieri ritenevo impraticabile e avvilente - mi sembra invece l'unica possibile, l'unica davvero morale.
Non sono stata folgorata sulla via di damasco, non ho sofferto di tardivo ed incontenibile innamoramento politico. Non sono stata convinta nottetempo da un video elettorale scovato su youtube né da parole più sagge di altre che, in un modo o nell'altro, mi sono giunte fino alle orecchie. Ho semplicemente riletto una celeberrima poesia di Montale. Tutto è nato da lì: da una negazione, da un verso.
Non domandarci la formula che mondi possa aprirti,
sì qualche storta sillaba e secca come un ramo.
Codesto solo oggi possiamo dirti,
ciò che non siamo, ciò che non vogliamo.
Per la forza di quel 'non', ho deciso chi votare. E perché la pilatesca ignavia di lavarsene le mani - circondati da irraggiungibili ideali di purezza e perfezione - mi è sembrata, infine, la scelta più vile.
V
mercoledì 2 aprile 2008
Il nuovo eroe (Caparezza)
Anche se non ne parlo granché, le prossime elezioni mi girano nella testa come cibo mal digerito. L'interrogativo (e di conseguenza il bivio che mi si prospetta) è questo: seguo il mio istinto che - duro e puro - mi incita a non votare, per non scegliere 'il male minore' (perché non è bello, non è giusto, e nei migliori dei mondi possibili sarebbe una sconfitta e un compromesso - e anche in questo); o abbraccio una posizione più saggia e disillusa e, come suggeriva Montanelli, entro nella cabina elettorale mi tappo il naso e metto una crocetta, quella che farà meno male al cuore? In coscienza, non lo so ancora. Credo che alla fine tutto si giocherà negli istanti in cui sarò in fila per votare, e allora, come in un'ispirazione selvaggia, saprò cosa devo fare. Forse.
In questa fase pre-elettorale vorrei solo che ci fossero delle opzioni, e che non mi dessero tutte il voltastomaco. Vorrei ci fossero campagne elettorali in cui la norma non è un generalizzato ed insulso 'dagli all'untore' in cui tutti indicano quanto l'altro sia brutto e cattivo e noi - tutti! - guardiamo come stolti il dito e non andiamo oltre. Vorrei che l'ormai troppo osannato Beppe Grillo (conterraneo che amo di default) la smettesse di urlare e versare bile su tutti, scandendo parolacce come avemarie di un rosario. Vorrei che al potere ci andasse qualcuno che non ha mai rubato mentito o accettato compromessi: come me, come un sacco di gente onesta che, nella vita, non ruba non mente non vende il culo. Ce n'è di gente così, anche se spesso tendiamo a dimenticarlo. Vorrei che al potere ci andasse chi ha un'idea, chi ha un programma, chi ha negli occhi l'innocenza, chi è coerente e chi, in cuor suo, vuole il bene di molti. Una persona così, un politico così, non avrebbe bisogno di venirmi a dire dire quanto è figo, lui, quanto è sincero ed onesto e si sbatte per tutti noi. Non so voi, ma io non sono ossessionata - ogni santo giorno che dio manda in Terra - dal pensiero di convincere gli altri che sono buona sincera e non voglio inculare nessuno. Semplicemente: vivo, e in un modo che ritengo corretto. Agisco, e come meglio posso. Penso, e non do fiato alle trombe immaginando che tutti, intorno a me, siano degli imbecilli.
Questa gente no. Questa gente non è come noi, sicuramente non è come me, non mi rappresenta, e la mia incazzatura è tanta e pura (e dolorante geme) che mi è inevitabile pensare: non posso votarla, votarla è una sconfitta, una bruttura, un errore. Ma poi chissà, chissà quale volto del mio personalissimo Giano prenderà il sopravvento, quel giorno.
Io amo le storie come questa che racconta Caparezza: storie di straordinaria normalità, di un poetico banale lottare quotidiano, di profondissima umanità spesa strappando alla vita stille di linda onestà. Storie di dignità. Sconosciute, ma non per questo - anonime.
V
domenica 30 marzo 2008
Tipi da (non) aMare. Parte II
Come anticipato martedì scorso, eccoci alla Seconda Parte dei Tipi da (non) aMare, ovvero un viaggio semiserio nell'universo delle verità maschili e degli stupori femminili, intrapreso grazie alle folgoranti osservazioni suggerite dalla nostra Marina.
Prof Marina: Non ci preoccupa che non abbiate la minima idea di come siamo fatte.
Ci preoccupa che non abbiate la minima idea.
La Funny Valentine: Questa è storia recentissima, che sotto sotto mi fa sorridere e godere. Quando Manzoni scrisse, della monaca di Monza, che - sventurata - rispose, è per significare tra le altre cose che la monaca sapeva, lei, che rispondendo avrebbe sceso una china da cui era difficile se non impossibile tornare indietro. Allo stesso modo, quando un mio caro amico, durante un concerto, mi disse "Vedi quello che suona la chitarra? E' B., il ragazzo più stronzo e corteggiato della provincia", il dado era tratto, il destino segnato e l'occhio illanguidito. E' una legge non scritta - di quelle di cui mi piacerebbe teorizzasse la nostra Marina - secondo cui dare del 'bello e maledetto' ad un uomo che fino a ieri si era allegramente ignorato, porta improvvisamente a concupirlo con ogni fibra di sé. E così sia.
In realtà, di B. non riuscivo a capire se fosse bello o meno: troppi capelli, troppo lunghi, tutti in faccia. L'insieme, però, era irresistibilmente selvaggio. E' stato poi il caso a fare il resto, portandoci per due weekend di fila negli stessi posti e con la stessa compagnia, vicini a tavola e compagni di battute (spinte). Complice qualche bicchiere d'allegria, a ballare una sera lui mi si accosta e, afferrandomi con maschia decisione, sbraita: "Non svegliare il cane che... sì... quello lì... insomma, capito, il cane che se ne sta tranquillo!", "Il can che dorme?", suggerisco io. "Esatto, proprio quello", biascica.
Spinta dall'entusiasmo di questa promettente conversazione, lo invito a ballare con me solo. Mi si avviluppa come un'alga, e mi dà ampi saggi del suo irresistibile savoir faire. Mentre la musica incalza e il casino cresce, riesce a spiegarmi che "lo sai, vero, che non sei il mio tipo? E, cioè, è proprio questo che mi manda fuori di testa... Sì, ho avuto una tipa che mi frequentava [ti frequentava? E tu che facevi, nel frattempo, lucidavi in solitario la baionetta?], sai, una psicologa", e mi guarda per vedere se la notizia, sia mai, mi turba. Io fingo turbatamento e lui, tranquillizzato, prosegue: "Be', dai, questa tizia era carina, sì, e anche intelligente, non so se mi spiego. Però era sempre lì con 'sto camice: metti il camice, leva il camice, e il mio primario di qua, i miei pazienti di là..." Grazie a quest'ultima precisazione riesco a capire che 'metti il camice/leva il camice' - che all'inizio avevo inteso come un gioco di ruoli con annesso spogliarello intra muros cliniche - era in realtà una velatissima metafora deontologica. Insomma, il B. si era rotto le palle di essere analizzato dalla giovane psico-crocerossina. Questo potevo capirlo senza sforzo.
Forse quella sera sono stata improvvida: gli ho fatto capire che lo capivo, e bene, e troppo in fretta. Questo, chiaramente, lo ha 'mandato fuori di testa', cosa che si è premurato di ripetermi anche da sobrio il giorno dopo, e quello dopo ancora: per una settimana. Fino alla mia estenuata capitolazione finale.
Accetto un invito serale. Ci incontriamo in un locale stupendo, con piscina illuminata e vista sul mare velato da folti pini. Ammiro sinceramente il luogo, mi faccio condurre ad un tavolo appartato e vedo comparire una bottiglia di champagne e due calici. Sto per ricredermi sui chitarristi capelloni e stronzi. Questo tizio, quanto meno, ha il senso della messa in scena. La conversazione ingrana senza alcuna difficoltà: lui mi parla di sé, in maniera un po' randagia ma accattivante. Io piano piano mi lascio prendere dall'atmosfera, musica bollicine e muscoli, e rabbrividisco solo quando mi acchiappa il pensiero che, caspita, magari con B. mi ci potrei fidanzare sul serio [improvviso mi appare in controluce il volto sfigurato di mia madre che, urlando nefandezze, si fa saltare una coronaria... Mamma, sciò!]. Ma non serve scomodare quell'anima buona della Mia Signora Madre. Ci pensa da solo il bel self-made-chitarrista.
Occhi negli occhi, mano a cercarmi le mani (le mani??), mi sussurra delizie nell'orecchio solleticandomi coi suoi riccioli dannati. Ascolto in deliquio i suoi racconti di ex ragazzo di strada ora redento, accolgo con impareggiabile grazia l'elenco delle sue precedenti conquiste amorose, trasalisco elegantemente di fronte ai suoi coloriti modi di dire che ritraggono con icastica rudezza gli arditi desideri che in lui suscito. Insomma, mi sto già figurando al nostro matrimonio: io, fremente e di bianco vestita, accanto a lui in jeans strappati e occhiali scuri, cicca in bocca e manata sul culo a metà celebrazione (e la visione, che dio abbia pietà di me, mi piace!), quando sento serpeggiare nelle mie trombe di eustachio la seguente frase: "Sarai fiera di uscire con me, cioè, sì, ora che sai che ho fatto il provino per diventare tronista a Uomini e Donne!"
Mia Signora Madre, torna a dormire sonni tranquilli che qui, come direbbe il bel tenebroso, non c'è trippa... sì, cioè, hai capito no?, non c'è trippa per gatti.
V
martedì 25 marzo 2008
Tipi da (non) aMare. Parte I
Riemergo solo ora da un impegnativo weekend pasquale: oltre ad avere un libro da scrivere appuntamenti da fissare ricerche da portare avanti, la situazione politica mi confonde, i problemi sociali perplimono, occorrenze memorie e riflessioni incalzano. Ma più d'ogni altra cosa, oggi, mi urge l'istanza cronachistica. Stamattina facevo un assonnato giro tra gli arretrati dei miei BlogAmici, soffermandomi più a lungo sui serial-post di Marina. In particolare su questo, questo e questo. Sulle prime ho sorriso assai. Poi ho sobbalzato: la Prof teorizzava le mie esperienze!
Single da qualche mese, di questi ultimi tempi ho la fortuna di conoscere e frequentare uomini diversi tra loro e - tra croci (molte) e delizie (poche) - mi sto parecchio documentando su quelli che non a caso ho definito nel titolo: Tipi da (non) aMare. Un viaggio semiserio tra grandi verità imperiture e piccole avventure quotidiane. Teoria e pratica, insomma: grazie agli straordinari "Consigli ai giovani" della Prof, andrò a fare una disamina a puntate delle mie più recenti esperienze.
Prof Marina: Se vi sembriamo irraggiungibili è il momento di osare.
Ci piace darvi torto.
Quando invece vi sembra fatta, è il momento di preoccuparsi.
Ci piace darvi torto.
La Funny Valentine: Conosco questo tizio poco prima di Natale. E' uno scalatore dell'anima: non gli importa quanto sia ardua da raggiungere la cima, lui si rimbocca le maniche e, settimana dopo settimana, con le nude mani e muscoli tesi per lo sforzo, cerca di arrivare dove io, ormai da mesi, arrocco. Gli amici, alcuni dei quali in comune, gli dicono a più riprese: "Valentina non è per te". Lo vengo a sapere in qualche modo, e questo mi intenerisce il cuore. Piccole frane interiori smottano e sgretolano le mie più ardue difese, ed io mi sento placidamente ben disposta. Non fosse per un piede in fallo che riattizza i miei sospetti e rinsalda le mie difese.
Perché, mentre di buon grado osservavo la delicatezza e la costanza con cui lo scalatore erodeva i miei baluardi interiori, comincio a rendermi conto del fatto che lui è meno delicato, meno circospetto e soprattutto ha sorrisi da colonizzatore. Dapprima immagino sia orgoglio da conquista, il suo. Poi invece comprendo la verità: nonostante io gli avessi detto ripetutamente che per me la resa non era ancora vicina - anche se forse intuibile -, lui si sente arrivato, tenta di piantare la bandiera sul cocuzzolo (e non siate maliziosi!), e pretende: vuole una relazione, vuole esclusività, vuole 'affetto'. Ecco, come dice Marina, gli "sembrava fatta", e la mia montagna ha tremato di rabbia fino a farlo ridiscendere a valle.
La sua voce si è dispersa, e con essa l'arroganza del suo proprietario.
V
domenica 23 marzo 2008
La Pasqua e il Testamento di Tito
Sono confusa, in questo periodo della mia vita. La politica, la religione, l'autorità: tutto quello che ho creduto e pensato fino ad oggi sta subendo una rivoluzione copernicana, un mutamento di paradigma. Sono in quella terra di nessuno in cui le idee sono caotiche ed eccitate, vagano da una parte all'altra della mia testa, si misurano con la realtà circostante e con la mia coscienza. Per questo, non so che augurio farvi. Non so se dire "Buona Pasqua" sia ciò che realmente penso e che realmente vi auguro. Un fiore è ciò che vi porgo per queste brevi feste, e "Il testamento di Tito", al momento, è l'unica morale provvisoria su cui faccio conto e che mi piace, oggi, condividere con voi.
V
Fabrizio De André, Il Testamento di Tito
venerdì 21 marzo 2008
L'armadio della vergogna
I fatti: tra il 1943 ed il 1945 molte migliaia di civili furono vittime di innumerevoli stragi compiute da nazisti e fascisti in tutta Italia. Un elenco tragico che comprende nomi noti ed altri meno, tra i quali si possono ricordare Stazzema, Marzabotto, Fivizzano, Conca della Campania, Barletta, Fossoli, Matera, Capistrello... Nei mesi successivi alla Liberazione, molti dei colpevoli vennero individuati e su di loro furono aperti procedimenti penali. A Palazzo Cesi - palazzo cinquecentesco in via degli Acquasparta a Roma, sede della Procura Generale Militare - affluirono i fascicoli relativi a centinaia di crimini compiuti dai nazifascisti ai danni di vittime civili. Su quei fascicoli erano annotati i nomi delle vittime, i nomi degli assassini e i luoghi dei crimini. Tutto, però, rimase sepolto e muto in quel palazzo. Non ci furono istruttorie e non si celebrarono processi. Prove, testimonianze e nomi furono risucchiati nell'oblio.
E' stato solo nel maggio del 1994 che il procuratore militare Antonino Intelisano (che si stava occupando del processo contro l'ex SS Erich Priebke) rinvenne a Palazzo Cesi, dentro un armadio con le ante rivolte verso il muro e chiuse a chiave, un grande registro contenente ben 2273 voci e 695 fascicoli, in 415 dei quali si citavano i nomi dei colpevoli. Al 'numero uno' compariva l’eccidio delle Fosse Ardeatine, con i nomi di Herber Kappler, Erich Priebke e altri assassini che, grazie a quell’armadio rimasto chiuso, avevano nel frattempo goduto di cinquant'anni di libertà.
Si dice che fu la ragion di Stato ad imporre l’occultamento di quei fascicoli. Nel mondo suddiviso in due blocchi, in pieno clima di Guerra Fredda, la nuova Germania doveva entrare nella Nato come baluardo contro l’avanzata sovietica. Si preferì, così, tacere i crimini commessi dal nazismo ed aprire una nuova pagina della Storia, il più intatta possibile.
Recentemente mi è capitato di scovare, su internet, l'articolo di un onorevole di AN, tal Enzo Raisi che, parlando dell'armadio della vergogna, ha sentenziato: "non ci fu nessun armadio della vergogna, tesi cara a una certa storiografia di sinistra, né tantomeno una volontà di occultamento. I gravi ritardi che ci hanno portato alla sentenza dell'altro giorno sono dovuti in realtà ai mutamenti della giurisprudenza militare". Questa affermazione, nella sua viscida banalità di parte, mi ha fatto riflettere su quanto ogni cosa, ogni fatto, ogni avvenimento - per quanto crudele, avvilente e vergognoso sia - possa essere politicamente strumentalizzato e deformato, trattato senza alcuna onestà storica o intellettuale. E mi sono chiesta oggi, in pieno clima di campagna elettorale, quale fede dare a tutti i nostri politicanti, di destra e di sinistra. Nessuno di loro mi piace, nessuno mi convince. Nessuno mi ha dimostrato d'avere quel minimo sindacale di rettitudine che me lo renderebbe, non dico simpatico, ma quanto meno preferibile ad altri.
Al nostro onorevole di AN, Raisi, non è venuto in mente, per un istante almeno, che la vergogna di cui si parla dicendo 'armadio della vergogna' non è una categoria politica, non è un concetto strumentale che avvalori o neghi una certa tesi, non è nemmeno un 'penitenziagite' o un anatema collettivo ("vergognatevi, gente!")? Non è venuto in mente, per un istante, che si tratta di una vergogna morale, una freccia luminosa che ci indica la via del 'non è giusto', e che ci spinge a cambiare direzione? Che esiste un 'bene' e un 'male' etico, e non solo politico? O meglio: che il bene ed il male dovrebbero essere al di là di ogni categoria, e insegnarci come si vive, come si fa politica, come e dove dobbiamo indirizzare la nostra vita, pubblica e privata?
No, non credo che queste peraltro banali riflessioni vengano in mente tanto spesso ai nostri politici.
V
Carlo Lucarelli, L'armadio della vergogna, parte prima.
venerdì 14 marzo 2008
Etty Hillesum e la bellezza del mondo
Hetty Hillesum era una giovane donna luminosa. Così la ricordano alcuni sopravvissuti che hanno condiviso con lei i giorni di prigionia a Westerbork prima di essere destinati ad Auschwitz. Era luminosa, intelligente, forte e passionale - anche nelle sue umanissime fragilità di donna, di ebrea e di individuo in itinere. E' stata una pensatrice di abissale profondità ed elevata spiritualità, capace di osservare l'individuo nei suoi più oscuri anfratti interiori ma senza mai perdere quella luminosità che la contraddistingueva. Eppure, Etty Hillesum non è diventata nota come Anne Frank o Primo Levi. Perché?
All'inizio pensavo fosse perché Etty Hillesum è effettivamente una lettura complessa: ricerca psicologica e misticismo, istanze etiche e visioni straordinariamente moderne, ne fanno un percorso arduo, in certi tratti. Poi, parlando una notte con degli amici (attorno ad un bel tavolo tondo di legno chiaro), abbiamo capito il vero motivo di questo ostinato mezzo oblio: lei non è rassicurante, lei ci sbatte in faccia una verità che non vogliamo ascoltare, lei ci dice: "Il marciume che c'è negli altri c'è anche in noi [...] E' l'unica lezione di questa guerra: dobbiamo cercare in noi stessi, non altrove". Noi siamo Hitler, noi siamo i vicini di Erba - non il nostro dirimpettaio, non un'epoca storica lontana da qui ora.
Eppure (ma in questo 'eppure' non c'è niente di consolotario) dobbiamo conoscere e saper riconoscere in noi stessi questo marciume per poterlo strappare via, perché non si può "migliorare qualcosa nel mondo esterno senza aver prima fatto la nostra parte dentro di noi".
Questa donna scelse di essere deportata ad Auschwitz con la propria famiglia, rifiutando i numerosi progetti di fuga che le erano stati offerti. Decise, senza illusioni o false speranze, che quello sarebbe stato il suo destino, "essere divorata dai pidocchi in Polonia". Lo scelse, e non era infelice, né tantomeno pazza o sognatrice. Non era una martire. Questa donna, chiusa su un treno merci che l'avrebbe rapidamente portata alla morte, lanciò da quel treno una cartolina che fu in seguito ritrovata da alcuni contadini. Su di essa, Etty aveva impresso il suo testamento e la sua testimonianza: "Abbiamo lasciato il campo cantando".
Ho aperto a casaccio la Bibbia ma stamattina non dava risposta. Non importa molto, del resto, non c'erano vere domande da fare, c'è solo una gran fiducia e riconoscenza che la vita sia tanto bella, e perciò questo è un momento storico: non perché tra poco io devo andare con S. alla Gestapo, ma perché trovo ugualmente bella la vita.
Probabilmente è da lì che mi viene questa serenità, questa pace interiore: dalla coscienza di sapermela cavare da sola ogni volta, dalla constatazione che il mio cuore non si inaridisce per l'amarezza, che i momenti di più profonda tristezza e persino di disperazione mi lasciano tracce positive [...] Partirò sempre dal principio di aiutare Dio il più possibile e se questo mi riuscirà, bene, allora vuol dire che saprò esserci anche per gli altri.
La maggior parte degli occidentali non capisce l'arte del dolore, e così vive ossessionata da mille paure. E la vita che vive la gente adesso non è più una vera vita, fatta com'è di paura, rassegnazione, amarezza, odio, disperazione. [...] Si deve accettare la morte, anche quella più atroce, come parte della vita. Io sono quotidianamente in Polonia, sono accanto agli affamati, ai maltrattati e ai moribondi, ogni giorno - ma sono anche vicina al gelsomino e a quel pezzo di cielo dietro la mia finestra, in una vita c'è posto per tutto. Per una fede in Dio e per una misera fine.
Etty Hillesum, Diario
V
giovedì 13 marzo 2008
Imperia mon amour
A volte penso di vivere in un deserto: e ciò che ci allarga lo sguardo, a noi liguri, è solo il mare davanti, ma le colline a strapiombo ci mettono con le spalle al muro. E ci sono delle volte in cui, scendendo da Milano, quando incontro il mare da un finestrino, la bocca dello stomaco mi si chiude, e la pelle scorre di un brivido freddo, e penso che potrei perdermici in quella mostruosa bellezza cangiante.
Ma Imperia è un deserto, credetemi, e io ci vivo in apnea, poi sento di non poterne più - il fiato ho bisogno d'aria - e prendo un treno, uno qualunque. Poi torno, perché come mi torce il cuore questo metro di terra a bagnomaria, questa lingua di serpente che nessuna carta geografica riuscirà mai a localizzare con precisione, nessun altro riesce. Eppure c'è il nulla, a Imperia: nelle librerie non ci sono i libri, i cinema sono stati drammaticamente decimati (per farvi un'idea della situazione, consiglio di leggere qui), non esistono locali e le videoteche sono sconsolatamente sprovviste: che se vuoi vederti l'ultimo di Pieraccioni, sei a cavallo, ma se chiedi Costa-Gravas ti guardano attoniti, Costa-che?
Questo vuoto pneumatico lo trovai icasticamente espresso su un muro dell'università a Milano. Passeggiavo con un'amica per i chiostri, quando la mia attenzione fu catturata da una scritta discreta ma autoritaria che mi fece verde di rabbia: Imperia al rogo, Sanremo capoluogo. E nonostante il mio livore, riconosco che il poeta anonimo in rima baciata non aveva nemmeno tutti i torti.
Siamo quattro gatti, tristemente compiaciuti del molto poco che offriamo a noi stessi, tutti, e i giovani più di tutti gli altri. Quelli bravi che conoscevo sono andati via: e se l'Italia non offriva posti abbastanza lontani, hanno scelto l'estero, Londra, Bruxelles, la Cina. Io no. Io sono rimasta (certo, con un piede solo, che l'altro è errabondo), perché forse sono meno brava, o forse troppo pigra, ma magari sono rimasta perché voglio credere che questa sia terra fertile, che - assieme a qualche altro 'bravo' superstite - voglio provare ad arare, seminare, curare. Voglio darmi una possibilità, e darla a questa città questo mare che amo con furia e rabbia. Vorrei che il mondo fosse un immenso tesoriere, uno scrigno, e tuffarci le mani fino ai gomiti - toccare vedere capire e scegliere - trattenendo fra le dita qualche gioiello o idea o persona o forma da trapiantare in questa mia città. E' per questo che da poco abbiamo fondato un'associazione culturale: per fare, e finalmente smetterla di mugugnare.
Ditemi che non sono un'illusa, per questa speranza e questo progetto.
V
domenica 9 marzo 2008
Lezioni di filosofia nel giorno della donna
Il mio vecchio, illuminato professore di Filosofia morale all'università, Virgilio Melchiorre, ha dato quella che, secondo me, è una delle più affascinanti descrizioni fenomenologiche della distinzione tra uomo e donna. Oggi, nell'ormai abusata Festa della donna, propongo alcune delle più interessanti tesi da lui espresse nel saggio Metacritica dell'eros.
L'uomo è per natura cavaliere errante: il suo spirito - attratto dal trascendente e dall'altrove - vaga e vaga, fatalmente attirato da orizzonti sconosciuti. Ma il pericolo intrinseco di questo irrisolto vagare sta nella tentazione di fuggire - senza fedeltà e senza memoria - anche da se stesso, e al contempo nel rimanere prigioniero di questa fuga che si attua senza soluzione di continuità, come condanna o destino. La donna, per natura stanziale e castellana, Terra e grembo e custodia, memoria e fedeltà, reca in sé i pericoli della sterile conservazione, della pochezza di vedute e prospettive.
Eppure, uniti questi due limiti e queste due grandezze, ne deriva una formidabile ricchezza relazionale, che è tanto più profonda quanto più intenso è il rapporto. Finitezze ed infinità maschili e femminili si possono allora incontrare laddove l'uomo diventi cavaliere della finitezza e lei castellana dell'infinito, ovvero poli alternati e complementari in cui la donna riesce a fiorire come finitezza aperta all'infinito, e l'uomo a definirsi come infinito determinato dal finito.
Citando Schleiermacher, potremmo concludere dicendo che
l'uomo con l'amore guadagna di unità, di collegamento di tutto ciò che è in lui col suo vero e sommo centro, insomma di chiarezza e di carattere; la donna invece di coscienza di se stessa, di espansione, di sviluppo di tutti i germi spirituali, di contatto col mondo intero. [...] Voi uomini ci perfezionate; ma noi vi consolidiamo.
[Tratto da L'amore romantico]
V
giovedì 6 marzo 2008
Sulla famiglia, e mia madre
Copia di cortesia di EPolis Milano, giornaletto che viene distribuito gratuitamente per le strade della città: in prima pagina si legge il titolo "Spedizioni razziste in città, sprangate contro i filippini". Autori di quest'atto di violenza: quattro ventenni (arrestati) e dodici minorenni (denunciati), tutti italiani. Un carabiniere ha commentato: "Fatto più unico che raro [...], non si registravano da tempo aggressioni con matrice razzista". E, come a contraddire l'ottimistico carabiniere, si legge in un trafiletto della stessa pagina: "Molotov al campo rom: due molotov contro il campo nomadi di via Idro sono state lanciate martedì sera".
Leggo queste notizie, e nella testa ho una gran confusione: ragazzetti che a scuola picchiano i compagni disabili, e mettono in Rete il filmato girato col cellulare; bambine di 12 anni che si fanno palpare, o fanno sesso, in cambio di qualche spicciolo per una ricarica sul telefonino; oscuri studenti universitari che - il vuoto negli occhi - massacrano giovani donne, fidanzate o amiche, lasciandole cadaveri in pozze di sangue.
Nella mia confusione c'è il senso di qualcosa di troppo grande da affrontare - ma non da capire. Le famiglie, la famiglia: ecco qual è il problema, e qual è la soluzione.
Ho un'amica. E' una bella donna torinese di 49 anni, bionda e fine. La conobbi quattro anni fa quando, scesa in Riviera, si innamorò, ricambiata, di un mio amico molto più giovane di lei. Hanno avuto una lunga storia e travagliata, i cui strascichi si protraggono ancora ora: più nessun sentimento da parte di lui, forse, ma in compenso molto sesso durante i weekend. Lei ha una bella figlia appena maggiorenne, e io ho sempre provato per questa ragazzina una pena enorme.
Penso a mia madre, augusta donna di famiglia vecchio stampo, sorridente ma temibile nella sua severità di quand'ero adolescente. E riconosco quanto la sua severità abbia preservato la mia adolescenza, quanto l'abbia saputa indirizzare e rendere sana. Litigavo con lei, strepitavo, battevo i piedi (che sono sempre stata ribelle), ma la rispettavo perché si faceva rispettare dalle bizze ormonali e caratteriali di una bimba appena cresciuta. I suoi 'no' erano no inflessibili, e allora correvo da mio padre, che mitigava la forza di quei 'no' ma non li contrastava, e io passavo la notte a piangere sul cuscino, a morderlo anche, a guardare con occhi sbarrati le luci dei lampioni che filtravano dalle persiane pensando con ardente furore al mondo, là fuori.
Ho avuto una madre come un grembo fertile su cui seminare la mia identità e veder crescere i frutti. Una madre che quando rispondevo male mi tirava una sberla sulle labbra, e quella fede d'oro giallo bruciava quanto l'orgoglio ferito. Oggi, scherzando, le dico talvolta: "Avresti dovuto tirarmene di più" perché il vezzo della battuta caustica e sferzante non l'ho mai perduto. Ma ho imparato a gestirlo, a indirizzarlo.
E mi chiedo: dove si sono perse le madri di quei ragazzi violenti, inconsistenti e sbandati - oggi? In quale letto, su quale scrivania ingombra di carte, in quale ansia insoddisfazione o specchio deformante? Di quale abbaglio sono vittime, di quale paura schiave e su quale sentiero vagano tentando di ritrovare la strada? Il loro smarrimento è la nostra condanna.
V
martedì 4 marzo 2008
Sono stufa (la Pietà Rondanini)
E' inutile girarci intorno: aveva ragione
Umberto Galimberti quando disse, molto tempo fa, che quella dei giovani, oggi, è una generazione che ha un'unica preoccupazione: procurarsi un'incredibile quantità di tempo libero per assaporare fino in fondo l'assoluta insignificanza del proprio peso epocale. Di questa mia generazione - che abbraccia forte ma non stringe nulla - sono stufa, e stufa sopra tutti di me stessa, e della mia pochezza onanistica, del mio giro di amicizie, dei ventenni, dei trentenni e di ogni forma di umanità che mi circonda.
Sono stufa dell'umanità morta sul lavoro, che si becca gli applausi ai funerali come se si trovasse, cadavere, sull'ultimo palcoscenico mediatico del suo passaggio terreno.
Sono stufa dello sguardo profondamente buio e senza fede di questo nostro papa accentratore e anacronistico, che al posto del cuore e sotto l'abito nasconde furtivamente una voragine di spaventosa brama di potere.
Sono stufa dei telegiornali, delle notizie strumentalizzate, del mare di parole che invece di indirizzare confonde, dei programmi fasulli e della tirannia dell'immagine. Sono stufa di chi pontifica, di chi giudica, di chi punta il dito e di chi frigna balbettii inarticolati e osceni.
Sono stufa di questi giovani senza meta e senza coglioni, che si sballano perché pensano di non avere altre possibilità o altro ideale che non sia la logica del qui e ora - un qui e ora vuoto come loro e come loro senza futuro.
Sono stufa - ma poi mi vien da piangere su questa impotenza a voltare pagina voltare mondo, e mi sento come tutti: prigioniera di un colossale piagnisteo egoriferito, vittima di cliché che non riesco a scrostarmi di dosso perché il più delle volte nemmeno li riconosco, giocata, e messa nel sacco. Fatico ad uscire da questi miasmi catramati come a suo tempo faticò Michelangelo a far uscire la Pietà dal marmo: un'idea che tenta in ogni modo tenta di farsi spazio farsi forma, sgomita, si de-forma, s'ingegna a diventare definitezza e chiarezza, ma non riesce. Rimane lì, a metà strada tra l'atto e la potenza, rimane intenzione, anelito dolorante, ispirazione verso un infinito che mai potrà raggiungere, né - forse - comprendere.
V
La Pietà Rondanini
giovedì 28 febbraio 2008
Sciacalli col microfono
Avere un spazio pubblico in cui scrivo, e sapere che qualcuno mi legge, mi pone ogni volta di fronte a delle scelte: cosa dire, e come. Perché, anche nel mio piccolo, ho una responsabilità nei confronti di chi entra in questo spazio e si trova di fronte a queste parole. La responsabilità consiste innanzi tutto nel non tradire me stessa, le mie idee e i miei gusti; ma consiste anche nel non offendere gli altri, non prendermi gioco di nessuno, non mirare a caso nella folla e premere il grilletto di una rabbia che è solo mia. Ma oggi questo grilletto lo premo, eccome. Oggi non metto freni, né filtri tra ciò che penso ed il politically correct. Perché oggi, questa mia rabbia, ha un bersaglio e una direzione.
Guardavo il Tg, ieri sera, ascoltando lo straziante epilogo della vicenda dei due fratellini scomparsi a Gravina di Puglia un anno e mezzo fa. Una notizia raccapricciante e dolorosa, per la quale un'asciutta cronaca sarebbe stata sufficiente ad informare (che questo, se non erro, è il compito di un giornalista). Invece no. Per l'ennesima volta di fronte ad una tragedia familiare, ho assistito a servizi ributtanti ed ignobili vilmente improntati al sensazionalismo, pronti a sfamare la voracità di sangue che ha ormai la nostra società, rimpinguati di sciacalli col microfono che accerchiano una madre orfana di figli chiedendole in massa: "Come si sente?" E glielo ficcherebbero in gola se potessero, quel cazzo di microfono, per poter amplificare a nostro beneficio i singulti di un'anima straziata e persa. Gente che non si ferma davanti a niente, per la quale il silenzio è morte e ucciderebbe per una parola 'in anteprima'.
Li ho odiati, li ho spenti, zittiti immediatamente: nero su di voi che vivete e mangiate sulla pelle martoriata degli altri! Nero sui vostri microfoni cannibali e sulla vostra retorica immorale! Nero sulla vostra criminale insensibilità vestita in doppiopetto! Nero, come l'ignominia del lavoro che fate, dei soldi che ci guadagnate e dei sonni troppo tranquilli che ancora riuscite a dormire...
V
giovedì 21 febbraio 2008
L'ombra e il sorriso
E' che le proprie zone d'ombra solitamente nessuno le conosce, e ci fanno anche un po' paura. Ad esempio: io so che non dovrò mai avere il porto d'armi. Soffro di bagliori d'ira rari e totalizzanti che bruciano in un attimo ma mi annebbiano la mente - e dio non voglia che, in un attimo di quelli, mi trovi per le mani un qualunque oggetto contundente o esplosivo. Ma le vere zone d'ombra, in realtà, non le conosciamo nemmeno, e non è l'ira o la paura o la follia, ma il perché di questi stati. Cosa c'è sulla faccia nascosta della luna? Cosa c'è dietro alla furia e alla vergogna e all'angoscia?
Ieri sera parlavo delle zone d'ambra con un amico, e provocatoriamente gli dicevo: io non ho zone d'ombra. Che non averle, in fondo, è come essere solo ombra. Da qualche parte lessi tempo fa una frase bellissima. Diceva: aiutare gli altri è la parte luminosa del controllo. Perché dall'ombra non si scappa, che lei s'annida nelle nostre qualità più fulgide e le riveste di ambiguità. "Io sono buona", dissi quest'estate ad un amico dottore. Lui rispose: "Buono è solo Dio", e da questo capii non che la bontà c'entra con Dio, ma che io non c'entravo con la bontà; che il mio voler essere buona era la proiezione luminosa di una qualche oscurità nascosta. Era il mulinello d'acqua nel fiume - che non lo vedi, e lui t'affoga.
Mi piacciono le persone che sorridono, forse perché io non amo sorridere. Nel sorriso c'è una magia, un'architettura di muscoli denti e labbra che ogni volta mi lascia senza fiato perché il sorriso è una ferita e un'apertura, pelle che si tende e al contempo scioglie, un atto di generosità ma anche ostentazione. Troppo poco siamo consci che il sorriso è la parte luminosa del ringhiare e mostrare i denti, e mi fa paura pensare che lo si possa fingere e lo si possa fraintendere. Fraintendere un sorriso è come precipitare in quel mulinello d'acqua: non te ne accorgi nemmeno - e sei già perso.
V
giovedì 7 febbraio 2008
Un "nuovo" comandamento della ragione: Heidegger
Venerdì 20 marzo 1998, La Stampa pubblicò un breve articolo intitolato Il filosofo della mutua in cui si dice che, laddove hanno fallito psicologi e psicoterapeuti, può benissimo riuscire un filosofo: problemi di cuore o pratici, assilli, drammi interiori, insicurezze e coscienze zozze; moniti leggi morali e liste della spesa. Il filosofo, insomma, sarebbe una sorta di Tavola della Legge prêt-à-porter, un bignamino dell'anima. L'onnipotente dio della ragione, ai miei occhi di diciottenne.
Dieci anni fa andavo in sollucchero per notizie come questa (sottolineavo intere frasi, ritagliavo i giornali, archiviavo e, sospirando, sognavo il mio futuro): non per niente, decisi di studiare filosofia. Con gli anni - e un minimo di prospettiva - ho dato una calmata ai miei bollenti ideali adolescenziali di rivoluzione e guarigione del mondo, per accoccolarmi sul più disilluso ma concreto monito del Candide: bisogna coltivare il proprio giardino. Che poi, se hai un giardino che dà sul mare, c'è ancora ampio spazio per i sogni...
Fino ad oggi. Cercando un riferimento bibliografico, mi sono capitate per le mani le lezioni universitarie di Heidegger a Friburgo (1931/32). Bel libro compatto, color ocra e liscio, tutto sottolineato. In fondo ad una pagina, vedo che ho scritto: "Bello!", allora sono andata a rileggere, e ho sorriso.
Mi è venuto in mente Il filosofo della mutua, e ho pensato: ho sottovalutato quella ragazzina diciottenne che credeva che la Ragione potesse indirizzare, raddrizzare e aizzare gli animi ad una sana presa di coscienza. Guarda qua, leggi cosa scrive Heidegger, e dimmi tu se non è il comandamento che - oggi - deve guidare le nostre vite e le nostre scelte. Sì, mi sono risposta, è così.
La vostra comprensione [delle cose] non dipende in primo luogo dal fatto che comprendiate male, per nulla o in modo eccellente, e nemmeno dal fatto che abbiate una maggiore o minore conoscenza delle dottrine filosofiche, ma soltanto dal fatto che ognuno di voi, per sé, abbia esperito o sia pronto a esperire la necessità di essere qui ora, nel fatto che in ognuno di voi parli qualcosa di ineludibile e lo reclami a questa storia. Senza di questo tutta la scienza rimane solo un addobbo e a maggior ragione tutta la filosofia soltanto facciata.
V
martedì 5 febbraio 2008
Del gioco e della paura
Dire che un uomo è pittore, fa il pittore, dipinge: è una cosa seria, non è vero? L'uomo dipinge, compone musica, scolpisce, e sono tutte attività serie, serissime, ma in realtà sono giochi di adulti, adulti che continuano a giocare e giocare, come la mamma che dice al suo bambino: "Finisci il disegno prima di cena" per toglierselo dai piedi almeno cinque minuti. E l'adulto gioca, per rimandare di altri cinque minuti la morte, il futuro, domani. Che domani, chi lo sa, potrebbe rompersi il giocattolo. Eppure lo facciamo tutti, di rimandare la morte in un modo o nell'altro.
Un uomo mi ha portato in una soffitta: era scura e bassa, con una finestra a mezzaluna che dava sulle luci della città di notte. Mi ha fatto salire le scale a chiocciola, senza toccarmi senza sfiorarmi. Sul soppalco un letto blu, il cuscino dava su un'altra piccola mezzaluna dorata e le pareti erano spoglie. "Volevo solo farti capire che, se vorrai, ci sarà questa possibilità", maniera splendida per dire e non dire.
L'ho fatto fermare sul penultimo gradino, gli ho messo le braccia intorno alle spalle, appoggiandogli la testa sopra. Anche un gradino più in basso, riusciva ad essere più alto di me e in quell'altezza mi piaceva perdermi, anche se non del tutto, che non era il momento, e chissà se lo sarà mai. Poi ho ripensato a quel letto tutta la notte, e per tutta la notte mi sono chiesta perché non ho voluto giocare, le fantasie alla fine sfibrano, e anche le parole e anche i sensi logorati sfibrano, alla fine. E quando ne abbiamo parlato, davanti a un bicchiere di vino, lui ha detto "Sei tanto intelligente che a volte sfiori la stupidità" e ha disegnato un cerchio con le dita della mano come a dire: gli estremi si toccano, e poi mi ha toccato, baciandomi lieve i polpastrelli.
C'è qualcosa, del gioco, che fa paura. Gadamer l'ha colto con esattezza, dicendo che il gioco è qualcosa di tremendamente serio, nel gioco è "in gioco" l'essere autenticamente uomo: giocare è una roba da grandi.
E in quella soffitta non mi sono voluta mettere in gioco.
C'è stato un abisso profondissimo che non ho voluto guardare, su quel letto blu scuro. Ho lasciato i miei occhi sui suoi cuscini bianchi, rotondi, belli, e talmente giocosi, talmente allegri... giocosi e belli e allegri fino allo spasimo. Per quello spasimo ho dovuto chiudere gli occhi, e affondare il viso sulle sue spalle.
La cura delle emozioni sfibrate e logore è solo nei gesti precisi e senza scampo: ma la mia testa riesce sempre a trovare una via di scampo, e affama il mio corpo, lo punisce, lo stanca. Ho un corpo ludico e una testa impietosa e tiranna, figlia e ostaggio di una paura panica e totalizzante. Ha ragione, quest'uomo. Il cerchio si chiude, tutto alla fine si rivela nel suo opposto, e ci sarà infine una battaglia che la mia testa perderà: per sfinimento.
V