Ho sempre avuto un modo tortuoso di pensare: adatto la realtà alle mie supposizioni. Fiuto l'aria, scruto le iridi del mio interlocutore, inseguo impervi sentieri interpretativi e, in un modo o nell'altro, faccio centro. Ho sempre avuto delle vibrisse al posto dell'anima, e sensazioni al posto di giudizi.
Per me, la sensazione è Dio.
Da ragazzina, al ginnasio, la mia prof d'italiano (un'autentica mostruosità travestita da donna), vedendomi annoiata durante la lettura ad alta voce di non so quale pagina di letteratura, mi chiese:
"Che c'è? Non ti piace questa poesia?"
Le risposi: "No. La trovo brutta."
"E da che cosa giudichi che è brutta? Sentiamo..."
"Non saprei dirle", conclusi, "ma quando una cosa è brutta, avverto un disagio lungo la schiena, come un brivido, ma senza freddo." Le vidi una traccia di sorriso sulle labbra: la mia risposta - in un qualche modo che allora non seppi spiegarmi - le era piaciuta. Da quell'ombra di sorriso sono passati quindici anni.
Nel frattempo, e con un certo disappunto, mi sono resa conto che non ci sono più "vibrisse al posto dell'anima" (stronzate adolescenziali!), ma decine di gatti che, incresciosi, mi passeggiano su e giù per la schiena. Vanno, vengono, si arruffano tutti e talvolta si azzuffano anche. Ci si fanno le unghie, i fetenti, sulla mia schiena! ed io abbozzo, ché non posso fare altrimenti.
Nota: la prof sorrise perché, come mi spiegò molto tempo dopo, quei "brividi epidermici" erano lo stesso strumento di giudizio estetico che affliggeva Hemingway. Non ho mai verificato l'esattezza di questa notizia, per paura che i gatti scappino e non si facciano più vivi. A questo, ormai, sono legate le mie aspirazioni letterarie...
V
lunedì 5 maggio 2008
Tra gatti, schiene e sensazioni (sognando Hemingway)
venerdì 2 maggio 2008
Quello che mi piace
D'IO in persona mi ha chiamata per proseguire un meme di quelli carini, che da un po' di tempo impazza per la blogosfera. Ne ho letti talmente tanti in giro che ho pensato: dai, che alla fine ci piacciono a tutti le stesse cose: c'è chi lo dice meglio di altri, c'è chi ci mette della poesia, chi lo struggimento, chi la battuta che fa sghignazzare. Ma alla fine ci piacciono a tutti le stesse identiche cose. Ci piace vivere momenti di relax, leggere, un amore; ci piace guardare il mare, uno sport e toccare un corpo che ci è caro. A me, come a tutti gli altri. Adoro il telefono, in tutte le sue forme e manifestazioni. Dall'estetica al suono dello squillo. Del telefono amo i sospiri d'amore che corrono lungo i suoi fili o si perdono lassù nell'etere. Amo i litigi e i silenzi, le comunicazioni di servizio e i messaggini, e la mia perversione si proietta addirittura al piacere con cui mi sottopongo ai temutissimi sondaggi... Ma, per compensare questa iper-esposizione telefonica, spesso mi prendo dei periodi di pausa, di disconnessione dal mondo, in cui davvero non ci sono per nessuno. Nemmeno per chi sbaglia numero.

Mi piace pensare che avrò sempre un'alternativa, nella vita. E che quella alternativa starà dentro a una vecchia valigia logora.
Mi sono sempre piaciuti (e mi piacciono tuttora) i cartoni animati, preferibilmente quelli strappalacrime: se non ci sono orfane derelitte o bambine maltrattate, non sono soddisfatta. Chiaro, ammiro moltissimo le atlete pasticcione, i personaggi pseudo-storici, le bellone fatate... Ma il posto d'onore, nel mio cuore, lo ha il cartone più controverso della storia dei fumetti.Dell'aperitivo mi piace ogni cosa: il sapore del martini cocktail, la sensazione di imprevedibile preludio di un qualcosa che sarà soltanto accessorio, la facilità illusoria di essere tutti amici e belli e allegri, il clima liberatorio da ultimo giorno di scuola. E quell'emozione calda che scioglie i muscoli contratti.
Amo la strada: percorrerla in macchina, di notte, da sola o in compagnia. Mi piace il colore e l'odore, e il tremolio dell'asfalto d'estate. Mi piace leggere i romanzi che parlano di strada, e le persone che sulla strada sono nate e cresciute. Mi piacciono le rughe che ti dà la strada, e quei calli sotto i piedi per il gran camminare, la stanchezza e il fiato corto di chi la strada l'ha persa e poi trovata, e ancora persa. Non mi piacciono le vie lineari, i percorsi semplici, i tragitti segnati. Ma mi piace tornare sui miei passi e pensare ecco, adesso tutto ha un altro aspetto, e anche la strada.
Del corpo di un uomo mi piace la prosaica compattezza, la presenza senza ombre e senza pudore che sa proiettare quando, nudo, cammina per casa a piedi scalzi.
mercoledì 23 aprile 2008
Scandalosamente autoreferenziale
Se ognuno di noi - scrive Cioran - confessasse il suo desiderio più segreto, quello che ispira tutti i suoi progetti e tutte le sue azioni, direbbe: "Voglio essere elogiato". Nessuno però vi si lascerà indurre, giacché è meno disonorevole commettere un abominio che proclamare una debolezza così miserevole e umiliante, nata da un sentimento di solitudine e di insicurezza del quale soffrono, con uguale intensità, i reietti e i fortunati.
Arrivata, con oggi, al centesimo post, mi concedo una pausa di scandalosa autoreferenzialità, pubblico una foto che recentemente mi è stata scattata da Samuele Silva e ringrazio di cuore Gian Luca per avermi attribuito il fatidico premio D eci e Lode, scrivendo di me cose bellissime: "Perché mi piace il suo modo di scrivere, perchè ad oggi ogni suo post mi ha arricchito e perchè è una bella persona. Ci sarebbero tanti altri che vorrei nominare, ma la lista sarebbe così lunga che sminuirebbe questo premio e so, inoltre, che chi leggerà il blog di Valentina capirà che se lo merita". Scandalosamente autoreferenziale, quindi.
Per annunciare che, a breve, traslocherò questo blog in un'altra e più personalizzata dimora.
Per tirare le orecchie alle mie blogo-zie Anna e Marina che mi hanno dimenticato, abbandonandomi alla più triste delle solitudini blogosferiche (Marina, nemmeno ti sei accorta che ho tolto la moderazione dei commenti, sciagurata!).
Per ringraziare Enzo Rasi di una piccola speranza che ci ha dato, scrivendo: "... dopo, riapro il cantiere". Ti aspettiamo.
V
domenica 30 marzo 2008
Tipi da (non) aMare. Parte II
Come anticipato martedì scorso, eccoci alla Seconda Parte dei Tipi da (non) aMare, ovvero un viaggio semiserio nell'universo delle verità maschili e degli stupori femminili, intrapreso grazie alle folgoranti osservazioni suggerite dalla nostra Marina.
Prof Marina: Non ci preoccupa che non abbiate la minima idea di come siamo fatte.
Ci preoccupa che non abbiate la minima idea.
La Funny Valentine: Questa è storia recentissima, che sotto sotto mi fa sorridere e godere. Quando Manzoni scrisse, della monaca di Monza, che - sventurata - rispose, è per significare tra le altre cose che la monaca sapeva, lei, che rispondendo avrebbe sceso una china da cui era difficile se non impossibile tornare indietro. Allo stesso modo, quando un mio caro amico, durante un concerto, mi disse "Vedi quello che suona la chitarra? E' B., il ragazzo più stronzo e corteggiato della provincia", il dado era tratto, il destino segnato e l'occhio illanguidito. E' una legge non scritta - di quelle di cui mi piacerebbe teorizzasse la nostra Marina - secondo cui dare del 'bello e maledetto' ad un uomo che fino a ieri si era allegramente ignorato, porta improvvisamente a concupirlo con ogni fibra di sé. E così sia.
In realtà, di B. non riuscivo a capire se fosse bello o meno: troppi capelli, troppo lunghi, tutti in faccia. L'insieme, però, era irresistibilmente selvaggio. E' stato poi il caso a fare il resto, portandoci per due weekend di fila negli stessi posti e con la stessa compagnia, vicini a tavola e compagni di battute (spinte). Complice qualche bicchiere d'allegria, a ballare una sera lui mi si accosta e, afferrandomi con maschia decisione, sbraita: "Non svegliare il cane che... sì... quello lì... insomma, capito, il cane che se ne sta tranquillo!", "Il can che dorme?", suggerisco io. "Esatto, proprio quello", biascica.
Spinta dall'entusiasmo di questa promettente conversazione, lo invito a ballare con me solo. Mi si avviluppa come un'alga, e mi dà ampi saggi del suo irresistibile savoir faire. Mentre la musica incalza e il casino cresce, riesce a spiegarmi che "lo sai, vero, che non sei il mio tipo? E, cioè, è proprio questo che mi manda fuori di testa... Sì, ho avuto una tipa che mi frequentava [ti frequentava? E tu che facevi, nel frattempo, lucidavi in solitario la baionetta?], sai, una psicologa", e mi guarda per vedere se la notizia, sia mai, mi turba. Io fingo turbatamento e lui, tranquillizzato, prosegue: "Be', dai, questa tizia era carina, sì, e anche intelligente, non so se mi spiego. Però era sempre lì con 'sto camice: metti il camice, leva il camice, e il mio primario di qua, i miei pazienti di là..." Grazie a quest'ultima precisazione riesco a capire che 'metti il camice/leva il camice' - che all'inizio avevo inteso come un gioco di ruoli con annesso spogliarello intra muros cliniche - era in realtà una velatissima metafora deontologica. Insomma, il B. si era rotto le palle di essere analizzato dalla giovane psico-crocerossina. Questo potevo capirlo senza sforzo.
Forse quella sera sono stata improvvida: gli ho fatto capire che lo capivo, e bene, e troppo in fretta. Questo, chiaramente, lo ha 'mandato fuori di testa', cosa che si è premurato di ripetermi anche da sobrio il giorno dopo, e quello dopo ancora: per una settimana. Fino alla mia estenuata capitolazione finale.
Accetto un invito serale. Ci incontriamo in un locale stupendo, con piscina illuminata e vista sul mare velato da folti pini. Ammiro sinceramente il luogo, mi faccio condurre ad un tavolo appartato e vedo comparire una bottiglia di champagne e due calici. Sto per ricredermi sui chitarristi capelloni e stronzi. Questo tizio, quanto meno, ha il senso della messa in scena. La conversazione ingrana senza alcuna difficoltà: lui mi parla di sé, in maniera un po' randagia ma accattivante. Io piano piano mi lascio prendere dall'atmosfera, musica bollicine e muscoli, e rabbrividisco solo quando mi acchiappa il pensiero che, caspita, magari con B. mi ci potrei fidanzare sul serio [improvviso mi appare in controluce il volto sfigurato di mia madre che, urlando nefandezze, si fa saltare una coronaria... Mamma, sciò!]. Ma non serve scomodare quell'anima buona della Mia Signora Madre. Ci pensa da solo il bel self-made-chitarrista.
Occhi negli occhi, mano a cercarmi le mani (le mani??), mi sussurra delizie nell'orecchio solleticandomi coi suoi riccioli dannati. Ascolto in deliquio i suoi racconti di ex ragazzo di strada ora redento, accolgo con impareggiabile grazia l'elenco delle sue precedenti conquiste amorose, trasalisco elegantemente di fronte ai suoi coloriti modi di dire che ritraggono con icastica rudezza gli arditi desideri che in lui suscito. Insomma, mi sto già figurando al nostro matrimonio: io, fremente e di bianco vestita, accanto a lui in jeans strappati e occhiali scuri, cicca in bocca e manata sul culo a metà celebrazione (e la visione, che dio abbia pietà di me, mi piace!), quando sento serpeggiare nelle mie trombe di eustachio la seguente frase: "Sarai fiera di uscire con me, cioè, sì, ora che sai che ho fatto il provino per diventare tronista a Uomini e Donne!"
Mia Signora Madre, torna a dormire sonni tranquilli che qui, come direbbe il bel tenebroso, non c'è trippa... sì, cioè, hai capito no?, non c'è trippa per gatti.
V
venerdì 28 marzo 2008
Primavera, tempo di meme
Negli ultimi giorni sono stata pensata e nominata in merito a due meme, di quelli che piacciono a me. Decido di farli entrambi, e di farli insieme.
Il meme della pagina 161 mi è stato passato da Silvio, Contemporary Life, e consiste nel prendere in mano un libro (in teoria, quello che più ci è piaciuto) e riportare la frase più significativa di pagina 161. Ora, di libri che mi sono piaciuti tanto ce ne sono a valanghe; scelgo il primo che ho adocchiato e di cui ho un ricordo splendido: Laclos, Le relazioni pericolose. (Volendo, si potrebbe pensare che la scelta non sia del tutto casuale, ma si riallacci in qualche modo all'acceso dibattito suscitato dal mio ultimo post...).
"Gli uomini si lasciarono andare all'allegria e le donne vi si rassegnarono. Tutti avevano l'odio nel cuore, ma non per questo le parole erano meno tenere; l'allegria risvegliò il desiderio che a sua volta gli conferì un fascino nuovo. Questa incredibile orgia durò fino al mattino e quando si separarono le donne dovettero credersi perdonate, ma gli uomini, che avevano covato il loro risentimento, il giorno dopo ruppero definitivamente; e non contenti di aver abbandonato le loro leggere amanti, completarono la loro vendetta rendendo pubbliche le loro avventure."
Il secondo meme, invece, mi è stato passato dal caro Daniele, Viva el Barça, e consiste nell'elencare cinque canzoni che, in un modo o nell'altro, fanno parte di noi, ci abitano nell'anima. Come giustamente fa notare Dani, non è facile selezionare soltanto cinque canzoni... io ci provo.
Def Leppard, Let's get rocked
Il rock è la musica del liceo, quando traducevo e studiavo greco (con amore) sulle note dei Nirvana, AC/DC, Led Zeppelin... mi facevano correre i neuroni e mi riempivano di energia. Lasciavo il dizionario sulla scrivania, e cominciavo a saltare per la stanza, gridando in un inglese stentato. Credevo che la vita fosse dietro l'angolo, in una chitarra arrabbiata o dolce, in una frase tradotta con facilità. La vita si sarebbe, invece, fatta rincorrere a lungo.
De Gregori, Caterina
E' la canzone di un periodo, quello dei vent'anni, e di un amore: il primo, il più lungo e il più bello. Perché non ti bastano per piangere le lacrime di tutto il mondo, quando la notte scende e ti si gelano le braccia. In questa canzone c'è tutta la leggera bellezza, la ciclotimica esasperazione di un'adolescenza che si attarda in fattezza da donna.
Sakamoto, Marry Christmas Mr. Lawrence
Le sere, ricordo, le sere d'inverno seduta per terra con la schiena appoggiata al termosifone, e un libro sulle ginocchia e il telefono accanto a me, ad aspettare. Sakamoto, per me, è l'attesa. E Roland Barthes, che dell'attesa degli amanti ha descritto ogni ansimo, ogni sospiro, ogni più amara piega.
Gilberto & Jobim, Desafinado
La Bossa Nova è nata a casa di Pietro, che casa poi non era ma un garage pitturato di nero, un lenzuolo a separare il letto dalla cucina - guaranà - e Gilberto cantava sensuale e malinconico, assorbito da ogni poro di quelle pareti scure. La Bossa Nova è stata la passione per il portoghese, l'eterea Lisbona fragile di cielo chiaro e Pessoa che, in lingua originale, mi faceva vibrare bocca lingua e gola in un canto smisurato.
De André, Sidun
E, in ogni sua nota o parola o frase, tutto l'album Creuza de mä, in cui ci sono le mie radici, la mia anima tutta e ogni mia appartenenza. Sidun è una canzone di guerra. Ascoltatela, ci insegna molto sulla vita, la morte e noi stessi. Vi lascio con la traduzione del testo, che è cantato in dialetto genovese.
Il mio bambino il mio, il mio.
Labbra grasse al sole di miele, di miele.
Tumore dolce benigno di tua madre,
spremuto nell'afa umida dell'estate, dell'estate,
e ora grumo di sangue orecchie e denti da latte.
E gli occhi dei soldati cani arrabbiati con la schiuma alla bocca,
cacciatori di agnelli,
a inseguire la gente come selvaggina
finché il sangue selvatico non gli ha spento la voglia.
E dopo il ferro in gola, i ferri della prigione,
e nelle ferite il seme velenoso della deportazione,
perché di nostro dalla pianura al molo
non possa più crescere albero né spiga né figlio.
Ciao bambino mio, l'eredità è nascosta
in questa città che brucia, che brucia nella sera che scende
e in questa grande luce di fuoco,
per la tua piccola morte.
martedì 25 marzo 2008
Tipi da (non) aMare. Parte I
Riemergo solo ora da un impegnativo weekend pasquale: oltre ad avere un libro da scrivere appuntamenti da fissare ricerche da portare avanti, la situazione politica mi confonde, i problemi sociali perplimono, occorrenze memorie e riflessioni incalzano. Ma più d'ogni altra cosa, oggi, mi urge l'istanza cronachistica. Stamattina facevo un assonnato giro tra gli arretrati dei miei BlogAmici, soffermandomi più a lungo sui serial-post di Marina. In particolare su questo, questo e questo. Sulle prime ho sorriso assai. Poi ho sobbalzato: la Prof teorizzava le mie esperienze!
Single da qualche mese, di questi ultimi tempi ho la fortuna di conoscere e frequentare uomini diversi tra loro e - tra croci (molte) e delizie (poche) - mi sto parecchio documentando su quelli che non a caso ho definito nel titolo: Tipi da (non) aMare. Un viaggio semiserio tra grandi verità imperiture e piccole avventure quotidiane. Teoria e pratica, insomma: grazie agli straordinari "Consigli ai giovani" della Prof, andrò a fare una disamina a puntate delle mie più recenti esperienze.
Prof Marina: Se vi sembriamo irraggiungibili è il momento di osare.
Ci piace darvi torto.
Quando invece vi sembra fatta, è il momento di preoccuparsi.
Ci piace darvi torto.
La Funny Valentine: Conosco questo tizio poco prima di Natale. E' uno scalatore dell'anima: non gli importa quanto sia ardua da raggiungere la cima, lui si rimbocca le maniche e, settimana dopo settimana, con le nude mani e muscoli tesi per lo sforzo, cerca di arrivare dove io, ormai da mesi, arrocco. Gli amici, alcuni dei quali in comune, gli dicono a più riprese: "Valentina non è per te". Lo vengo a sapere in qualche modo, e questo mi intenerisce il cuore. Piccole frane interiori smottano e sgretolano le mie più ardue difese, ed io mi sento placidamente ben disposta. Non fosse per un piede in fallo che riattizza i miei sospetti e rinsalda le mie difese.
Perché, mentre di buon grado osservavo la delicatezza e la costanza con cui lo scalatore erodeva i miei baluardi interiori, comincio a rendermi conto del fatto che lui è meno delicato, meno circospetto e soprattutto ha sorrisi da colonizzatore. Dapprima immagino sia orgoglio da conquista, il suo. Poi invece comprendo la verità: nonostante io gli avessi detto ripetutamente che per me la resa non era ancora vicina - anche se forse intuibile -, lui si sente arrivato, tenta di piantare la bandiera sul cocuzzolo (e non siate maliziosi!), e pretende: vuole una relazione, vuole esclusività, vuole 'affetto'. Ecco, come dice Marina, gli "sembrava fatta", e la mia montagna ha tremato di rabbia fino a farlo ridiscendere a valle.
La sua voce si è dispersa, e con essa l'arroganza del suo proprietario.
V
giovedì 20 marzo 2008
La Classica di Primavera in musica
L'anno scorso, di questa stagione, la città intera se la stava ridendo. Il Comune, giusto in occasione della Milano-Sanremo, aveva appostato, alla fine di una discesa e prima di una piazza, una minuscola rotonda adornata da imponente macina d'epoca. Eravamo terrorizzati: con la velocità che avrebbero avuto i corridori alla fine di Capo Berta, e quel mostruoso monumento in pietra ("Non potevamo non metterlo", si scusavano i vari politicanti che avevano deciso l'ardua innovazione architettonica, "la macina ce l'ha gentilmente donata il figlio dello zio di Paperon de' Imperiopoli..." Capo chino e genuflessione), i nostri occhi erano invasi dalle tragicomiche immagini di orde di ciclisti in fuga che fatalmente si schiantavano sulla macina d'epoca di Paperon de' Imperiopoli, e tutta la nostra cittadina irrisa e additata dall'Italia intera per aver causato la morte di qualche decina di sportivo... Sfottimento nazionale in 'prime time' e scuse pubbliche: sì, siamo degli imbecilli, lapidateci coi resti della vile macina d'epoca! Paperon de' Imperiopoli, ti rinneghiamo! Sciò, animaccia 'nfame!
Non accadde nulla di tutto ciò: la gara non registrò incidenti, almeno non all'ingresso della nostra ridente cittadina e non a causa dei doni dei nostri generosissimi contribuenti. Pace e bene, ite missa est. Amen.
Che poi di ciclismo io non ne so niente, per carità. Ma ci sono due stagioni del vecchio ciclismo che mi emozionano sempre, ogni volta che le ascolto: quella di Girardengo negli anni '20 e quella di Bartali, negli anni '40. Due stagioni che evocano un agonismo sano e festoso, dove si correva per rabbia o per amore. Pedalate e polvere, l'attesa della gente ai bordi delle strade, i francesi che s'incazzavano (che le balle ancora gli girano) e, soprattutto, l'attesa di quel naso triste come una salita. Le donne, sì, a volte erano scontrose e avrebbero preferito un bel mazzo di rose - o il rumore che fa il cellophane (ma forse, oggi come ieri, avevano solo voglia di far pipì), ma poi alla fine anche loro avevano polvere nei sandali, e bevevano birra ai bordi della strada tra i giornali che svolazzavano, con gli occhi allegri da italiane in gita.
V
Il Bandito e il Campione, F. De Gregori
Bartali, P. Conte
martedì 18 marzo 2008
Il controllore che in treno parlava d'amore
Ieri, mentre tornavo in treno da Torino, passa il controllore e mi chiede il biglietto. Glielo porgo e lui lo guarda, lo rigira, poi esclama: "Signorina, questa è la prenotazione del posto! Io ho chiesto il biglietto". Mi si dipinge un certo stupore, in viso. Farfuglio: "Ho fatto il biglietto automatico... questo è quello che la macchina mi ha dato... io non so altro..." Il controllore, con un sospiro, si siede di fronte a me, si gratta la testa e inizia a dire: "Signorina, non voglio passare per quello maschilista, sa, ma siete sempre e solo voi donne a fare questi casini... non me ne capacito!", poi cantilena, scandendo bene parole e sillabe, "Legga cosa c'è scritto sul suo biglietto in fondo a sinistra... legga, su. Totale biglietti erogati? ... Lo vede? 2! Due, signorina... E il display della macchina automatica glielo dice a caratteri cubitali: NUMERO BIGLIETTI DA RITIRARE: 2!" Eh eh, sorrido io con fare umile. Ha ragione, ma deve sapere che sono arrivata a Porta Nuova cinque (non sto esagerando a beneficio del controllore, è la pura verità) cinque minuti prima della partenza del treno, senza biglietto e con una fila agli sportelli che rendeva improbabile la prospettiva di un mio ritorno a casa in serata. Mi guarda con dolcezza, si gratta ancora la testa e sorride. "Signorina, che le devo dire? Sarà innamorata..." Mi si triglia l'occhio, sento una vampata di caldo tra il collo e l'orecchio ed esclamo, stupita: "In effetti a Torino avrei conosciuto una persona...", "Ah sì? Bene bene... mi racconti!" Mi rende il biglietto-prenotazione, incrocia le gambe, mette via il palmare e mi guarda con aria partecipe. "Mi dica: dove l'ha portata per fare così tardi in stazione?" Catturata dall'acume della vecchia volpe, mi sembra inutile nicchiare e rispondo: al Valentino. "Che romantico!", esclama, e aggiunge "Non faccia la ritrosa, mi racconti, coraggio, che il treno è mezzo vuoto e poi mi piacciono le storie d'amore!" Sorrido.
E' una storia breve, inizio io, e nemmeno d'amore. Una storia breve fatta di coincidenze, e di un ragazzo che ha saputo stupirmi. Che, per rintracciarmi e propormi un passaggio, ha fatto una catena di sant'antonio di telefonate, poi mi ha scarrozzato per le vie assolate di una Torino luminosa e calda. Ci siamo seduti su una panchina di fronte al Po, gli alberi spogli ma gemmati. Abbiamo bevuto dell'acqua e un caffè, parlato delle nostre passate esperienze sentimentali e scherzato lievemente. Tutto molto limpido, in un certo senso banale. Ma è stata proprio la qualità consueta e calma di quell'appuntamento a lasciarmi una buona sensazione addosso - come il gusto del buon caffè che rimane sulla lingua ancora a lungo. Niente più di questo, concludo. Due baci sulle guance a ridosso di un treno preso per caso e per fortuna, e una battuta detta quando le porte si stavano chiudendo: "Hai il mio numero, Vale. Usalo".
Guardo il controllore. Annuisce. Posa le mani sulle ginocchia e si dà una spinta per alzarsi in piedi, ché la stazione di Alessandria è ormai vicina. Uscendo dallo scompartimento, si volta e mi chiede: "E lei, cosa gli ha risposto?", "Gli ho detto: 'Usalo anche tu', ma senza guardarlo negli occhi". "Bella mossa", commenta. E, mentre è già nel corridoio e io non lo vedo più, aggiunge - col sorriso nella voce: "Vedrà che a Pasqua sarà da lei".
V
domenica 16 marzo 2008
Il sabato degli Shark
Ieri sera ad un certo punto ho inviato un sms disperato ad un amico scrivendogli: salvami! Avevo ingenuamente preceduto la mia compagnia al locale pensando: mentre li aspetto scambio due parole con C. (la barista) che non vedo da una vita. Non faccio in tempo a sedermi sullo sgabello, seminare borsa sciarpa e cappotto su altri quattro sgabelli, che Mr. Shark (alto, magro e brizzolato) si avvicina a me con assoluta e malriuscita nonchalance, mi ruota attorno un paio di volte poi, incoraggiato dall'amico Shark II (alto, grasso e canuto), mi si piazza a fianco. "Cosa bevi?", indaga lui. "Un daiquiri molto secco", rispondo, e tuffo gli occhi sul fondo del bicchiere, con assoluta e - lo dimostreranno i fatti - malriuscita nonchalance. Shark I, lo si nota subito, non è del posto. Ha una parlata strascicata da Vorrei Far Parte Della Upper Class, gesticola rumorosamente (il che denota che dalla upper class è piuttosto lontano), e parla. Parla in continuazione. Parla e gesticola. Parla di sé, si smutanda davanti a noi con trasparenza disarmante.
Nei primi cinque minuti mi ha spontaneamente reso edotta del fatto che:
1. è dell'acquario (di febbraio, però, che quelli di gennaio son degli stronzi, parola di Shark);
2. è sposato, separato, con una figlia di due anni e mezzo a cui ha intestato un appartamento. Alla moglie - ma non abbiamo più rapporti sessuali anche se spesso dormiamo assieme... - passa 300 euro al mese, e ne approfitta per ricattarla amorevolmente: siccome ha il vizietto, se domani mi gira le mando la polizia a casa, le faccio fare le analisi del sangue, e la bambina è mia. Ma no, che alla fine non sei così figlio di puttana, suggerisco io. Sì sì che lo sono. Ah be', allora...
3. è piemontese ma il Mondo è la sua casa, perché sai: a me annoia tutto. NY?, dopo un mese m'ero rotto i coglioni (per cui ora si sente in diritto di romperli a sua volta agli italiani tutti). La Spagna?, adoro le spagnole (ommioddio, vuoi dire c'era il doppiosenso e io l'ho capito solo ora?) ma gli spagnoli mi stanno qui. E sussurrando con fare carbonaro: sai, puzzano. Per non parlare degli arabi e della guerra in Iraq che, intendiamoci, è sbagliatissima, per carità. Ma, già che c'era, Bush poteva completare l'opera e sterminarli tutti, che 'sta gente è pericolosissima, e ci sotterrerà, garantito. E conclude questo girotondo-intorno-al-mondo con l'esegesi delle sue innumerevoli esperienze. Mi spiega, infatti, che viaggia non solo perché si annoia, poverello, ma anche perché oggi, con la globalizzazione, essere Cittadini del Mondo è un diktat. Amen.
Dopo questa alta lezione di sociologia, lo fermo perentoriamente e invoco una pausa sigaretta. All Alone. "Che bell'idea! Vengo anch'io".
Che culo.
V
lunedì 3 marzo 2008
You make my day, sì, proprio tu!
Di tutti i meme, le catene e i giochini che girano furiosamente tra i blogger, questo era quello che desideravo di più. Perché è bello al mattino, prima di mettersi al lavoro e dopo aver dato un'occhiata ai giornali, con la mia tazzona di caffè solubile e i riflessi rallentati, andare a trovare una serie di 'primi' blog di cui realmente m'importa leggere. E' un po' come la chiacchierata tra amici, la telefonata con la mamma che abita lontano, la carezza di buongiorno che fai al gatto quando scendi dal letto. E mi chiedevo - vittimisticamente, lo so! - se a nessuno piacesse fare un salto da me, di prima mattina, a leggere le mie stronzate esistenziali. Ebbene, sì, c'è! Ed io ringrazio tanto, che anche questa è una notizia che può rallegrare un bieco lunedì mattina di inizio marzo... Ringrazio, quindi, VJJ per avermi conferito l'anelato premio you make my day.
Ora, svelerò a mia volta le carte, dicendo quali sono i blog che per primi vado a spulciare al mattino... Non è una 'nomination', questa. Se qualcuno vorrà accettare l'invito, ben venga. Altrimenti, va bene lo stesso. Le persone che sto per elencare sono il mio personalissimo caffè e sigaretta delle otto e mezza... volevo solo che lo sapeste.
Non posso non iniziare da VJJ e dal suo Incantesimoverbena, dolce, leggero e solare luogo di incontro tra fanciulle che si stanno simpatiche.
Proseguo con Donnigio, delizioso Piccolo Principe dai ritmi quieti e dalla penna accattivante.
Roberto e i suoi attimi, le sue splendide foto che esibiscono un'anima, le sue musiche e le sue citazioni.
Un sorriso speciale dedico ogni mattina a Marina l'incendiaria, che le sue micce sono i post, le parole, le notizie, e lei le attizza e le anima, le vive e le diffonde con incorruttibile entusiasmo.
Non posso, infine, non citare la bella Clotilde, interessante, elegante e profonda donna. Di post in post, lei mi stupisce e mi spiazza, mi irretisce e, spesso, mi suscita sorrisi.
Un buongiorno a tutti: ai presenti e agli assenti, ai citati e ai taciuti (che sanno di essere lo stesso nei miei pensieri).
V
giovedì 28 febbraio 2008
Giochiamo ai 7 segreti...
Enzo Rasi mi ha invitato ad un meme che trovo intrigante: si tratta di svelare ben sette segreti, e invitare altrettanti blogger a fare lo stesso. Ringrazio, e accetto.
1. Da bambina avevo una scatola fatata, era una valigetta di plastica, di quelle piene di colori e tempere e pastelli. Io l'avevo svuotata e riempita di piccoli oggetti immaginifici: specchietti, ciondoli, pietrine di mare e penne (che fin da bambina sapevo che la vera magia è nelle parole). Mi mettevo in un angolo solitario del mio giardino, aprivo la valigetta e chiudevo gli occhi. In quell'attimo, improvvisamente, tutto diventava bello, e anche io - e la mia vita. Sgargiante e luminosa come uno sprazzo di arcobaleno.
2. Di notte, ho continuato a succhiarmi il pollice fino all'adolescenza.
3. A scuola odiavo fare le traduzioni di latino e greco. I miei prof, che mi hanno sempre reputato una brava studentessa ligia, non hanno mai sospettato che io le traduzioni le copiavo al mattino, pari pari dai miei compagni di classe, sfoggiando una superba arte del copia-e-incolla tra diverse versioni.
4. Ho detto molte volte 'ti amo', e quasi mai era sincero. Ogni volta che ho detto 'ti amo', dentro di me cantava De Gregori:
Sarà che i cani stanotte alla porta li sento abbaiare,
sarà che sopra al mio cuore c'è scritto "Vietato passare",
il mio amore è un segreto, il mio cuore è un divieto,
personale al completo... E va bene così.
Questa, penso, è stata una delle mie sconfitte più grandi - questa incapacità di sciogliere il ghiaccio, e provare almeno provare a togliere i catenacci.
5. Sono vile, specie nelle relazioni. Una volta, per non incontrare uno spasimante un po' troppo sollecito che mi voleva a tutti costi venire a prendere in stazione, inventai che il treno aveva deragliato... Un piccolo deragliamento innocuo, ma sufficiente a bloccare il viaggio giusto a metà strada. Me ne vergogno, ma solo un poco.
6. In questo blog ho parlato più volte di una persona che in realtà non esiste. In questo blog ho smesso improvvisamente di parlare di una persona con cui non ho chiuso del tutto i conti. In questo blog, ciò che nascondo ha più peso di ciò che rivelo.
7. Domani sera voglio fare una cosa. E, pur di farla, dirò una bugia.
Di seguito, elencherò qualche blogger di cui realmente mi piacerebbe sapere i 'segreti'...
Primo fra tutti: Daniele e il suo Barça, a cui dedico un bacio speciale.
A Marco UK, il cui mondo un po' straniero e un po' nostrano mi incuriosisce e mi attrae.
A Baluginando, che sicuramente saprà fare di questi sette 'segreti' sette scrigni di poetica bellezza.
Ultima ma non ultima, vorrei citare la simpaticissima Anna a cui Scappa, di cui conosco l'amore per i meme... ehm... Anna, no dai, eh eh, sto scherzando...! Ti cito, ma non ti nomino!
V
venerdì 22 febbraio 2008
Pollon combinaguai (vampiressa di ventenni!)
Il ragazzo è del genere 'bello': non appena lui esce dal locale Francesca, da dietro il bancone, si protende verso di me e sussurra concitata: "Vale, dove l'hai pescato questo figo?". Vale fa spallucce con aria compiaciuta. Lui, il belloccio, sono sei mesi esatti che, tra sms e squilli sul cellulare, auguri inviti e sospiri e cazzeggi, prova ad incontrarmi - memore di una sera d'agosto quando ci conoscemmo e, allegramente embriaghi, ci scambiammo il numero. E un bacio. E scioccanti rivelazioni biografiche: il belloccio ha qualcosa come 22 anni. Uhm...
Preludio. [Dove al posto di dire 'ciao'...]
Arriva all'appuntamento con un quarto d'ora di ritardo. Lo guardo da sotto in su, e lui esclama: "Tra i tanti difetti che ho, sono bugiardo e ritardatario". Mi scappa da ridere, come se qualcuno mi solleticasse le ascelle con una piuma.
Atto primo. [Dove si comincia a capire cos'ha il belloccio nella zucca]
Ci sediamo in un angolo, sgabello di fronte a sgabello. Lui assume la classica posizione virile a gambe larghe, ma smorzata da una manina pudica che difende là davanti. Io incrocio le mie, e tengo in mano il bicchiere. Lo guardo (lo ammiro), e lui riesce ad inanellare la seguente raffica di affermazioni: "Sono una persona atipica: non mi piace corteggiare le ragazze, non voglio che mi facciano complimenti, non regalo fiori, non amo i cellulari e sono cattivo" (la lista della spesa, insomma), "Mi piace bere tanto", "Non mi era mai successo di uscire con una ragazza e parlare quasi solo io... sai, non voglio essere inquadrato", "Ho una mezza relazione con una tipa che è abbastanza innamorata di me, però dal mio punto di vista non stiamo insieme" (domanda mia: "E dal suo?", ride, abbassa gli occhi, beve un sorso di birra versandosela sui pantaloni, e, ormai tutto rosso in viso, risponde: "Non lo so. Non è che ci parlo tanto..."). E questo è solo il primo atto...
Intervallo. [Dove il belloccio si sblocca]
Lui: "Ah già, che a San Valentino ti ho anche fatto gli auguri di buon onomastico!", io: "Già. Che tenero..." Si spolvera un granello di Povere Invisibile dalla manica e aggiunge: "E' che io la penso diversa dagli altri. Per me l'amore non è importante, metto prima tantissime altre cose: bere [non avevamo dubbi], gli amici, il calcio..." Gli sfioro un braccio, e commento con forza: "Fai bene! Divertiti, che per l'amore c'è un sacco di tempo". Mi guarda, improvvisamente folgorato. "Sei la prima ragazza che me lo dice!", e sul serio ho temuto potesse all'improvviso innamorarsi di me.
Atto secondo. [Dove l'audacia...]
Scoperto che non gli chiederò di sposarlo entro la fine del nostro primo appuntamento, Belloccio si rilassa, mi guarda a lungo negli occhi e tenta pure la battuta erotica. Robertina chiede di spostarmi per prendere qualcosa nel cassetto davanti a cui sono seduta. Io scivolo giù dallo sgabello e mi ritrovo vicina a lui, in mezzo alle sue gambe. Mi sussurra, con voce maliziosa: "Dove vai?", e inizia a percorrere una china da me non prevista, e neppure minimamente voluta. Racconta della sua famiglia: "Ho due fratelli maggiori e, pensa, io sono considerato il più brutto!" Ribatto prontamente: "Non prenderla come un fatto d'età, ma potresti presentarmeli, questi fratelli..." Mentre io me la sorrido per il sottile doppio senso della battuta, Belloccio tutto serio risponde: "Io sono il fratello che ti sei beccata, e questo ti tieni..." Una condanna, insomma.
Conclusione, applausi, sipario. [Dove il belloccio mi porge l'altra guancia]
"Devo andare ad allenamento, bella donna". Mi sfiora le caviglie, saggia la consistenza dello stivale, approva, e finalmente paga gli aperitivi, congratulandosi con se stesso per la cavalleria del gesto. Lo accompagno alla porta, e mi ritrovo la sua guancia davanti alla bocca. Do un tenero bacino e lo ricevo a mia volta. Morale della favola: da ieri sera ad oggi, il 'cattivo ragazzo' che non ama i cellulari e non corteggia le donne (pardon: le ragazze), tanto meno con costanza semestrale, mi ha inviato sette (ripeto: 7) messaggi chiedendomi quando ci rivediamo.
Nonna papera non c'ha più l'età per queste cose, e al terzo sms avevo il fiato corto, la vista annebbiata e le palpitazioni accelerate per il nervoso. Mannaggia, che se ce l'avessi, l'età giusta!
V
lunedì 4 febbraio 2008
Il peso dei libri e il Paradiso dei topi
Per me nei libri c'è qualcosa di magnetico. Hanno una dimensione, un odore, un peso, una consistenza - lo sa bene Silvia alla quale un giorno di tanti anni fa, durante un'ora di lezione, tirai addosso il libro di letteratura greca (copertina rosa rigida e 760 pagine di papier velouté): colpii il muro, ma lei scappò lo stesso dalla classe piangendo. Forse avevo esagerato.
So che sembra strano, ma è un ricordo che ogni volta mi fa ridere, sempre, risate di pancia, allegre. Penso a lei - tenue, delicata ragazza dagli occhi chiari e la pelle diafana - seduta vicino al muro con fare educato e composto, ed io, alla sua sinistra, imbestialita e schiumante, che - non riuscendo ad aver ragione di lei - scelgo la Via della Violenza a quella del Dialogo, agguanto il malloppo rosato e glielo scaglio contro, mentre le sue pupille si dilatano per lo stupore e, forse, la paura.
In classe cala un silenzio da fiato sospeso, e il mio buon vecchio professore di filosofia, vedendo Silvia prendere rapida e congestionata la porta dell'aula, mi osserva divertito da sopra gli occhiali e cantilenando chiede: "Valentina, cosa le hai fatto stavolta?" Io, come risposta, mi guardo la mano ancora lorda del reato commesso, raccatto il libro finito a terra, alzo le spalle e non rispondo, immusonita.
Non ho idea di cosa mi faccia ridere, in questo ricordo: forse pensare che il prof mi voleva bene davvero (e mi capiva), forse la quieta dolcezza di Silvia, o com'ero io allora e come eravamo, oppure il libro di greco in sé, un mattone di dimensioni clamorose, o quant'ero litigiosa e furiosa e viscerale - e quanto la amavo. Certo, litigavamo spesso. Io ero una rompicoglioni (e qualcuno opinerebbe che la sono rimasta): intransigente, tignosa, aggressiva. La Silvia, a modo suo, aveva una qualità dura, ed una natura fredda e pungente. Ne uscivano scintille, e quando eravamo nel bel mezzo di una tenzone verbale (ricordo soprattutto quelle davanti a scuola, sul portone d'ingresso) io allungavo il collo e scuotevo la testa "come un gallo da combattimento" - mi disse un giorno mia madre. Da quel momento, smisi di litigare per strada.
C'è tutto un mondo, dentro i libri. Per questo non li impresto e non li regalo, e sono gelosa anche che qualcuno possa toccarmeli, aprirli, farci pieghe non mie, seminarli di frammenti epiteliali estranei.
Quel libro di greco, ad esempio, è lì. Con la sua rilegatura spessa, gli appunti ordinati, il piccolo topo disegnato a matita da Silvia vicino al capitolo: "il Ratto delle Sabine", o forse quello era il manuale di Letteratura Latina, non so più non ricordo. Ma da qualche parte, nei miei libri del Liceo, c'è questo topino minuscolo e orecchiuto, con una bella codina grigia e lunga e le zampine agili, che da un decennio almeno sta vagando - ingordo e curioso - tra le pagine di un libro. E ci dorme, tra quelle pagine, ci pascola, ci cresce, si nutre e ammazza il tempo, gioca all'interno di una "o", ci dà di fioretto con le "p", guada fiumi costruendo ponti di "m"... Una bella vita, la sua, immortale e lieve, affollata e però silenziosa. E' nel suo paradiso: che è il mio paradiso, o come vorrei che fosse.
V
giovedì 31 gennaio 2008
Una diavoleria chiamata palestra
Infine, dopo settimane di tormento, mi sono convinta ad iscrivermi in palestra. Io, che nasco nell'acqua e vivo nel mare, decido - per vili ragioni di tempo e gestione - di abbandonare la piscina per iscrivermi in palestra. (Che chi mi conosce sa quanto anti-valentiniano sia il concetto stesso di palestra, e sudore e fatica). Ad ogni modo, prendo questa malsana decisione, e armata di un insolito buon umore entro, con fiero passo deciso, nella piccola accogliente palestra che ho scelto per dissipare energie fisiche altrimenti stagnanti.
Step n. 1: inciampo nell'istante stesso in cui apro la porta a causa di due pesi incautamente messi lì a lato, e parte il bestemmione (mentale) e la parolaccia (verbale). Pessimo inizio.
Step n. 2: spogliatoio. Non la faccio lunga, sennò sembra un romanzo (dell'orrore) mentre la realtà è di gran lunga la miglior commediografa del mondo. Apro la porta dello spogliatoio e mi rimane la maniglia in mano. Sic!
Step n. 3: osservo il balletto di tutte 'ste atlete che entrano (dopo aver cercato invano la maniglia, che ho buttato celermente in un cesto di non meglio identificati attrezzi), smettono gli abiti da lavoro, si smutandano integralmente e si rivestono. Nel frattempo, e dato che io scafandrata entrai e scafandrata ne uscirò, giocherello con l'orecchino, giusto per far qualcosa.
Step n. 4: la lezione. Non me la cavo male. Nei primi cinque minuti, intendo. Perché poi comincio a sentire il fiato corto e la vista annebbiata e uno sgradevole formicolio a muscoli che nemmeno sapevo d'avere... Anche le atlete, fetentone!, dopo una mezz'oretta cominciano a sfiatare come idranti, tutte pezzate che manco i muli. Io non sudo. Sarà grave?
Step . 5: dopo cinquanta minuti tutto finisce... Alleluja nell'alto dei cieli, e Gesù perdonami il moccolone iniziale, che c'avevo una strizza folle di fare figure di merda (e non è che tu mi abbia facilitato, diciamo). Deambulo per la sala mettendo a posto tappetini e pesi e bilancieri quando il tipo che ci ha fatto lezione mi guarda, serio serio con quegli occhi chiari in mezzo al viso, e mi dice: "Valentina, perché cammini così?"
Abbozzo, rossa in viso di una vergogna indegna. Stronzo!, penso. Poi ride, l'infame, e mi fa pure pat pat sulla spalla (che trema tutta di uno spasmo isterico da sforzo coatto). E aggiunge: "Tanto ora per una settimana sarai in coma, no?" Ah ah!, penso io, che ridiamo una volta per uno adesso. Gli rivolgo il più amabile dei miei sorrisi, gli appoggio un'amichevole mano sul braccio e rispondo con voce flautata (dentro di me ribolle un fotogramma pulp in cui gli scortico il naso): "Roby, ci vediamo domani".
E domani, dovessi andarci sui gomiti o, peggio, strisciando sulla pancia, ci sarò. Oh se ci sarò...! Stronzo!
V
mercoledì 23 gennaio 2008
E son tutte rose e fiori (once a month)
A mezzogiorno Francesco mi ha telefonato chiedendomi se mi andava di mangiare un boccone assieme. Ci siamo ritrovati in questo locale spartano - tovaglie di carta giallina e tendine a quadri alle finestre - che il sole però rendeva allegro e terso. Ne abbiamo approfittato per prenderci un po' in giro, come spesso si fa tra noi, e c'era una tale rilassatezza buona, un divertimento epidermico e bello (come quando hai la risata sulle labbra ma non scoppia, e resta lì, sul ciglio della bocca e solletica e si dirama in tutto il corpo), che mi sono sentita bene, in pace con me stessa. Leggera; come la nostra conversazione, come i sentimenti che ci legano.
Poi ovviamente - e siccome non volevo dare troppa pubblicità a quell'incontro - sono arrivate più o meno dieci persone che conoscevo, una dietro l'altra, o a gruppetti e coppie, a distanza di cinque minuti, e mi sono detta 'cazzo' e poi: 'chi se ne frega', che la giornata era talmente buona e bella che ho scrollato le spalle mettendomi gli occhiali scuri - per fare notizia, già che c'ero. E allora, tra un boccone di bistecca e un altro (lo ammetto: tra un lancio di mollica e l'altro...), ho pensato: com'è facile essere me stessa, oggi.
La testimonianza che queste parole lasciano non è profonda, ma nemmeno un po'. Anzi, è sciocca e anche vana. Che in fondo, checché ne diciamo, è come vorremmo essere sempre, se solo potessimo permettercelo.
V
venerdì 18 gennaio 2008
La cerimonia degli aperitivi: le insegnanti
Ad un certo punto la mia coppa di vodka martini ha preso il canale sbagliato: devo essere diventata tutta rossa, occhi lacrimosi e gesto affettato della mano verso la mia gola (paonazza). No, non c'entra l'alcool che è andato di traverso. La serata, mi stava andando di traverso. Così ho finto un malore, mi sono scolata il bicchiere, e sono fuggita - contrita come si conviene - a duecento metri da lì, in un altro locale, altro vodka martini. Lì ho incontrato Alessandro.
Non sono fuggita per incontrare Alessandro, che Alessandro l'ho incontrato per caso, con un amico che è anche mezzo amico mio. Sono fuggita perché (oh, come vorrei saper rendere l'idea, ragazzi!, darvi davvero l'impressione di quello ho provato...) perché ad un certo punto ho messo a fuoco la situazione e ho dovuto guardare in faccia la realtà: mio dio mio dio, ero ad un tavolo (di legno chiaro, per inciso: una vera pacchianeria) di un locale pieno di spifferi, troppo illuminato e frequentato da alcuni noti ubriaconi del porto. Ma non è questo il punto. Il punto è che ero ad un tavolo con sette (7!) donne, sette per dio!, sette donne di cui sei (6...) insegnanti...
Ho l'ardire di pensare di aver reso l'idea.
Ero disperata.
Non è una disperazione "di categoria": non nutro un odio particolare per gli insegnanti: certi, in passato, mi hanno salvato la vita, alcuni mi hanno dato una meta, o svelato un sogno ad occhi aperti. Pochi li ho amati, con ardore e travaglio. Altri li ho - obiettivamente e prosaicamente - detestati... ma devo riconoscere che erano creature detestabili, non insegnanti detestabili - se capite cosa voglio dire.
Ma ieri sera, ad un certo punto (sempre lo stesso punto), la realtà si è trasformata. Nel giro di mezz'ora, repentinamente come per Gregor Samsa, tutto ciò che mi stava intorno ha assunto una sfumatura surreale e insopportabile, i cliché si sono concretati, uno-per-uno: dai discorsi sugli "Uomini", agli imperdibili aneddoti sui genitori degli alunni, alla declamazione delle immani fatiche del lavoro d'insegnante (una certa Monica, prof di matematica, fagocitando una manata di patatine ha sospirato accorata: "Per reggere questi ritmi, al pomeriggio devo sempre andare a fare il riposino", e - sgrunch! - giù per l'algoritmico palato un'ennesima manata di patatine unte). Non erano più individui: erano un sol uomo di gesti, "eh sì, è proprio così", capi che si scuotevano, espressioni in serie, occhiali, e zampe insettivore che spazzolavano via tutto alla velocità della luce. Accidenti, la scuola le affama, a quelle giovani donne lì!
Diciamo che il lato comico della vicenda lo vedo ora - ed è conseguenza dell'aver incontrato Alessandro e Chris ed essermi divertita e aver riso e scherzato e fatto un po' la stupida senza paura di essere né giudicata né bacchettata - ma durante quell'interminabile mezz'ora ero piuttosto abbattuta. E arrabbiata! Caspita, mi dicevo, sono carine 'ste ragazze qua! Sono curate, spigliate, ben vestite e bionde; se gli va di culo, sono anche alte e magre e col nasino a punta. Sanno parlare, hanno studiato, sono serie e misurate. Allora perché sono così vuote? Perché sono le maschere di loro stesse? Perché hanno quell'aria da prof anche quando sono tutte insieme a prendere un aperitivo?
Non potevi sbagliare, neanche ad essere ottuso: io sono scappata all'ennesimo sguardo che mi strusciava addosso dal basso verso l'alto e dall'alto verso il basso, quello sguardo da sopra gli occhiali, anche se in alcuni casi gli occhiali manco c'erano. Ho pensato: come gli indurisce lo sguardo, insegnare, a questa gente. Come le disumanizza, come le omologa, come le svuota... e le riempie di formule, frasi fatte, lezioni. Questa gente dalla cattedra non scenderà mai, e glielo leggi in faccia, con un margine di errore dieci a uno.
C'era questa bella giovane donna, ieri, al tavolo: Erika, prof di lettere. Lei era quella che aveva il culo di essere alta, magra e col nasino all'insù, bionda e molto sorridente. Ed era quella che aveva la sfiga dello sguardo-lumaca, una pupilla glaciale e offensiva che mi faceva saltare i nervi. Guardava, guardava tutto senza sosta, masticava guardava sorrideva, e la qualità disumana del suo sguardo inautentico mi metteva nei piedi la voglia di altrove. Il malore mi ha colto - per grazia di dio - subito dopo averla vista tirare su il dito medio ad un uomo che, passato a fianco a lei, ha avuto il coraggio di guardarla.
V
giovedì 17 gennaio 2008
La cultura di Paolo Fox: dalle stelle alle stalle (sic!)
Ho sempre pensato che, se fossi stata meno rancée nella vita, avrei sicuramente patito di qualsiasi forma di dipendenza: cose molto letterarie e romantiche, per carità, come ad esempio i cari vecchi "barbiturici" (a proposito, qualcuno sa che sono? Senza andare a cercare su Google, voglio dire...). Mi sono sempre vista nei panni della ricca insoddisfatta e lasciva che sorseggia gin in sottoveste, seduta a gambe incrociate sul divano e spacco fatale, pantofole col tacco, messa in piega platinata, e una marea di insulsi amanti impomatati: giovani squattrinati, senza scrupoli, e a letto: violenti. Non male come fantasia, in effetti.
Ad ogni modo, quando mi capitano giorni così (giorni in cui vorrei essere un'ex bella donna ubriaca che fissa il vuoto perché la tv non è ancora stata inventata) sono piuttosto a terra. Sono i giorni in cui vorrei avere tutte le dipendenze del mondo pur di scordarmi di me stessa perché, diciamocelo, quelle quattro sigarette che fumo non sono granché come surrogato, e soprattutto non obnubilano molto la mia coscienza. Le fumo giusto per passare il tempo, per riempire di gesti i momenti morti delle mie giornate. E comunque, il punto non sono le sigarette, e nemmeno il gin o la messa in piega. Il punto è Paolo Fox. Nel senso.
Lo scenario è questo: mi sveglio, sento che qualcosa non funziona come dovrebbe. Un eccesso di coscienza, che so io, un difetto di sensibilità, un più o un meno che sballano l'equazione, e la giornata è persa... si consuma in rivoli di ragionamenti sterili o stanchi o solo depressi, che non riescono a prendere il volo. Io macino sabbia tra gli ingranaggi, e riesco anche a ridere, se c'è qualcosa che mi fa ridere. Ma dentro no, dentro il vuoto risuona come un'eco.
Ecco, la donna avvinazzata e stagionata che nelle mie fantasie perverse sono (dimenticavo: lei è anche incredibilmente colta, che la cultura è una delle scorciatoie più certe per quei tipi di depressione insensati che derivano solo dal sapere troppo, e inutilmente), sorseggia gin e rutta Montale, Pessoa, Cioran, Levi, Améry, Woolf e Bachmann: tutto il meglio della letteratura suicida dei bei tempi che furono. Io, invece, io, disgraziata mentecatta, quando mi sveglio e sento che, tra tutti questi più e meno di sensibilità e coscienza, i conti non tornano, io (io!, per dio!) penso che sto così perché Paolo Fox m'ha detto che c'ho Giove storto! E magari pure la Luna in quadratura!
... Scusate, non reggo. Devo andare a vomitare l'oroscopo. A 'sto giro, ho alzato troppo il gomito.
V