Stavo tutta ingabbiata nel mio cappotto nero perché l'aria dalle quinte - non appena si fosse aperto il sipario - sarebbe stata implacabile. Poi il sipario si è alzato, e una scenografia più nera del mio cappotto (due pianoforti neri, due donne vestite di nero, pareti nere, e squarci di carta di giornale) è apparsa dal niente: intima, violenta.
Neri Marcoré non era come lo avevo immaginato dopo le tante pigre domeniche pomeriggio trascorse a guardare Per un pugno di libri. E' stato meglio; è stato vero.
Ci sono due ricordi che si intrecciano a Neri, speculari e quasi identici, ma lontani nel tempo e nello spazio.
Sono a Milano con Gianluca: probabilmente abbiamo passato tutto il pomeriggio in casa leggendo a quattro mani sul letto, ridendo come pazzi sulle mutande di Kant o ascoltando musica mentre fuori viale Papiniano cede rapidamente al buio rumoroso della sera. In sottofondo, c'è questo strano programma: un programma che parla di libri. E c'è uno strano conduttore, magro magro e appena curvo, che con uno sguardo glissato fende le telecamere dal basso verso l'alto. Gianluca ed io giochiamo, e litighiamo sulle risposte, e ci azzuffiamo. Ridendo.
Anni dopo sono qui, a casa mia, o per meglio dire: qui, a casa sua. La casa dell'ultimo uomo con cui ho avuto il piacere di. Siamo sul divano blu. Dalla finestra di fronte a noi si vede il mare o meglio: non si vede, è un grumo nero che inghiotte tutto, e mi risputa addosso l'angoscia che mi porto dentro. Perché siamo in due su quel divano stinto, è vero, ma sono sola. Lui mi tiene la mano, o forse gli appoggio le gambe sulla pancia e lui le abbraccia. Ma Neri Marcoré e Dorfles sono una passione tutta mia, che lui non condivide ma solo tollera. Si alza, e finisce di lavare i piatti del pranzo.
Quando domenica, dopo due ore di spettacolo, Un certo signor G è terminato, mi sono alzata e sono andata verso il camerino di Neri: sola. Raffreddata, intimidita e senza sapere nemmeno che cosa avrei potuto dirgli di sensato. Avevo solo questi due ricordi in mente - qualcosa di troppo labile e strambo, ma che richiedeva lo stesso di essere sciolto, lasciato andare, dimenticato.
Ho aspettato e poi mi sono avvicinata, odiando questa insana timidezza che si trasformava in sudore malaticcio. Mi sono avvicinata, e ho avuto in mente solo il grigio del suo vestito e che era alto alto, che mi guardava con quello sguardo glissato che fendeva i miei occhi dal basso verso l'alto. Ho pensato in un istante: che strano, anche lui è timido - smessi i panni dell'attore. Non sono riuscita a fare niente, se non stringergli la mano; né a dire niente, se non fargli i complimenti a bassa voce. Ma è stato tanto, è stato un punto e a capo: è stato il compimento di un personalissimo trittico, che finalmente può diventare ricordo, e nel ricordo riposare.
V
mercoledì 16 gennaio 2008
Neri Marcoré: sudore, e punto e a capo
giovedì 20 dicembre 2007
Antigone, sangue vergine
"Per molti è un vantaggio l'irrequieta speranza, ma per molti è illusione di labili sogni: nell'uomo s'insinua, che nulla intuisce prima che il piede si bruci nel fuoco candente".
Così geme il Coro dell'Antigone che martedì, a teatro, ha scandito con lenta cadenza la tragedia dei Labdacidi. E io mi sono rapidamente lasciata precipitare nello sfondo nero, attorcigliata in ruvidi pepli e a tratti abbagliata dalle fredde luci secche, monotone. Suonava un suono lento, lugubre, che accompagnava i piedi scalzi dei personaggi con un sottofondo di leggero fruscio. Alessandro accanto a me riusciva a farmi ridere quando, da dietro, qualcuno russava nei lunghi silenzi. Soffocavo le risate nel suo braccio largo, poi ritornavo con gli occhi al palco, e Antigone convulsamente proclamava: "Io sono fatta per condividere l'amore, non l'odio". L'ansia in quella sua voce subito mi quietava, fermando le risate. Un misto affascinante, risate e tragedia.
I caratteri tagliati con l'accetta sono la costante delle tragedie: se si eccettua Creonte - che troppo tardi riesce a capire, ma non ad arginare il corso ormai ferale del destino - i personaggi sono lì, monolitici, fermi, imprigionati. Per me, che nelle settimane scorse l'irrequieta speranza era il tema dominante delle mie ore di svago, i labili sogni sono troppo presto diventati illusione, e il destino oggi mi insegna ad avere sogni più misurati. Tutta la realtà che ho vissuto è stata buona come cibo letterario, ma ha nutrito poco. Ora ho un altro sogno, di "sangue e carne", come ha detto Alessandro.
Le sue mani nei capelli, quelle di Alessandro, strappano un sì con un movimento opposto e simmetrico a quelle di Ismene che trattiene l'irrequieta testa della sorella. Antigone fugge verso la sua morte eroica, virginale letto che condivide col suo promesso sposo Emone, suicida per coerenza ed impotenza. Creonte grida, agitando le braccia. Ma lui, povero spaventapasseri ormai annichilito dalle sventure, nulla può fare contro questo gran fiume di sangue che gli scorre tutt'attorno. E' come la vita, quel sangue. Scorre e s'insinua dove non sai, dove a volte nemmeno vorresti, e indica la direzione - quella giusta in cui guardare.
Senza passione ma per puntiglio, nei miei post di qualche tempo fa mi ostinavo a raccontare di qualcosa che non c'era: certo ci sono stati baci, carezze, sguardi. Scambi di sensazioni e immagini. Mani che si toccano e labbra. C'è stato un fantasticare che mi ha portato in direzione ostinata e contraria, direbbe De André. Contraria alla direzione indicata dal sangue e dalla carne di cui parlava Alessandro martedì. Anch'io, come gli eroi delle tragedie greche, ho peccato di ybris. La mia superbia è stata quella di voler vivere una vita a immagine della fantasia; una vita poetica, una vita che è racconto, post, un frammento di statua o quadro o sogno. Ho messo i bastoni tra le ruote a ciò che naturalmente doveva essere.
E' faticoso vivere volendo fare della vita una "bella copia", un tema riuscito senza cancellature, esitazioni o errori. Senza ripensamenti. E' come voler pitturare senza sporcarsi le mani, o la punta del naso. Forse è possibile, ma troppa energia si perde nel gesto perfetto, nell'ansia della precisione, nell'esaltazione maniacale del controllo. La direzione indicata dal sangue vergine di Antigone è la via del più spontaneo flusso vitale, dell'abbandono agli dèi, dell'accettazione. E della serena accoglienza.
V