Oggi a Montecarlo, Rafael Nadal ha battuto il russo Davydenko con un imbarazzante 6-3, 6-2. In una giornata grigia e nemmeno troppo calda, l'animalesca potenza del tennista spagnolo ha fatto polpette del rassegnato Davydenko. E' stata una partita penosa (quattro o cinque i punti davvero ben giocati da Davydenko) e molte le prodezze dell'incontenibile spagnolo, baciato da un talento eccezionale, dalla potenza ben indirizzata dal fiuto e persino dalla fortuna, persino dalla rete, che in un paio di occasioni gli ha dato ragione in maniera sfacciata.
Impossibile non ammirare Nadal. E' bello, in un suo modo non misurato e non convenzionale. Ha muscoli che la pelle fatica a trattenere; nelle pause tra un break e l'altro, trema d'impazienza; ad ogni colpo di racchetta grida e ansima perché lui ci fa l'amore, con la terra rossa e la racchetta. Dopo i primi colpi, già sai che vincerà - come sai che il leone non avrà pietà sulla gola scoperta della sua preda. Affonderà i denti, e strapperà la carne. Impossibile non ammirarlo, non desiderare la sua potenza e la sua astuzia, i guizzi delle sue braccia e delle gambe. Dalla sua parte ha tutto: bellezza, bravura e fortuna. Ma non la solidarietà di chi lo guarda e di chi ipnotizza. Suscita venerazione, suscita brama. Ma non simpatia. La simpatia è un sentimento tra pari, e lui è un cacciatore solitario, che se ne sta là - piantato coi piedi nella terra rossa di cui è Re, e da cui esclude tutti (sudditi, nobili, consiglieri), circondandosi solo di ammirati spettatori della sua impareggiabile bravura.
V
sabato 26 aprile 2008
L'antipatia del fuoriclasse (Nadal)
giovedì 20 marzo 2008
La Classica di Primavera in musica
L'anno scorso, di questa stagione, la città intera se la stava ridendo. Il Comune, giusto in occasione della Milano-Sanremo, aveva appostato, alla fine di una discesa e prima di una piazza, una minuscola rotonda adornata da imponente macina d'epoca. Eravamo terrorizzati: con la velocità che avrebbero avuto i corridori alla fine di Capo Berta, e quel mostruoso monumento in pietra ("Non potevamo non metterlo", si scusavano i vari politicanti che avevano deciso l'ardua innovazione architettonica, "la macina ce l'ha gentilmente donata il figlio dello zio di Paperon de' Imperiopoli..." Capo chino e genuflessione), i nostri occhi erano invasi dalle tragicomiche immagini di orde di ciclisti in fuga che fatalmente si schiantavano sulla macina d'epoca di Paperon de' Imperiopoli, e tutta la nostra cittadina irrisa e additata dall'Italia intera per aver causato la morte di qualche decina di sportivo... Sfottimento nazionale in 'prime time' e scuse pubbliche: sì, siamo degli imbecilli, lapidateci coi resti della vile macina d'epoca! Paperon de' Imperiopoli, ti rinneghiamo! Sciò, animaccia 'nfame!
Non accadde nulla di tutto ciò: la gara non registrò incidenti, almeno non all'ingresso della nostra ridente cittadina e non a causa dei doni dei nostri generosissimi contribuenti. Pace e bene, ite missa est. Amen.
Che poi di ciclismo io non ne so niente, per carità. Ma ci sono due stagioni del vecchio ciclismo che mi emozionano sempre, ogni volta che le ascolto: quella di Girardengo negli anni '20 e quella di Bartali, negli anni '40. Due stagioni che evocano un agonismo sano e festoso, dove si correva per rabbia o per amore. Pedalate e polvere, l'attesa della gente ai bordi delle strade, i francesi che s'incazzavano (che le balle ancora gli girano) e, soprattutto, l'attesa di quel naso triste come una salita. Le donne, sì, a volte erano scontrose e avrebbero preferito un bel mazzo di rose - o il rumore che fa il cellophane (ma forse, oggi come ieri, avevano solo voglia di far pipì), ma poi alla fine anche loro avevano polvere nei sandali, e bevevano birra ai bordi della strada tra i giornali che svolazzavano, con gli occhi allegri da italiane in gita.
V
Il Bandito e il Campione, F. De Gregori
Bartali, P. Conte
martedì 26 febbraio 2008
'Brevi' sul rugby
Domenica per la prima volta sono andata a vedere una partita di rugby. Senza conoscerne le regole, senza sapere niente di più di quello che racconta Marco Paolini nei suoi spettacoli. E ripensando a Paolini, alla 'mancansa d'ignoransa', nei momenti più drammatici (quando al termine di una mischia uno della 'fanteria' rimaneva a terra rantolante) io me la ridevo. Proprio una bella risata spontanea, che nasceva da un fondo di adrenalina che mi attorcigliava le budella per il rumore di ossa e denti e muscoli che andavano spaccandosi sulla terra fangosa del campo.
E' un bel gioco, il rugby. Un gioco maschio e ordinato, danzato, lottato e urlato. Con qualche stralcio di sangue e delitto, ma anche molta coreografia e potenza ragionata. Mi ha tirato fuori la voglia di lotta, e la leggerezza dello sguardo.
... Alla fine gli ho detto: "Vorrei essere il tuo pallone da rugby, che tra le tue braccia arriverei sicura alla meta". E abbiamo riso sul suo sopracciglio spaccato. Perché arrivare alla meta ci s'arriva con i calli alle mani e il cervello stanco.
V
giovedì 31 gennaio 2008
Una diavoleria chiamata palestra
Infine, dopo settimane di tormento, mi sono convinta ad iscrivermi in palestra. Io, che nasco nell'acqua e vivo nel mare, decido - per vili ragioni di tempo e gestione - di abbandonare la piscina per iscrivermi in palestra. (Che chi mi conosce sa quanto anti-valentiniano sia il concetto stesso di palestra, e sudore e fatica). Ad ogni modo, prendo questa malsana decisione, e armata di un insolito buon umore entro, con fiero passo deciso, nella piccola accogliente palestra che ho scelto per dissipare energie fisiche altrimenti stagnanti.
Step n. 1: inciampo nell'istante stesso in cui apro la porta a causa di due pesi incautamente messi lì a lato, e parte il bestemmione (mentale) e la parolaccia (verbale). Pessimo inizio.
Step n. 2: spogliatoio. Non la faccio lunga, sennò sembra un romanzo (dell'orrore) mentre la realtà è di gran lunga la miglior commediografa del mondo. Apro la porta dello spogliatoio e mi rimane la maniglia in mano. Sic!
Step n. 3: osservo il balletto di tutte 'ste atlete che entrano (dopo aver cercato invano la maniglia, che ho buttato celermente in un cesto di non meglio identificati attrezzi), smettono gli abiti da lavoro, si smutandano integralmente e si rivestono. Nel frattempo, e dato che io scafandrata entrai e scafandrata ne uscirò, giocherello con l'orecchino, giusto per far qualcosa.
Step n. 4: la lezione. Non me la cavo male. Nei primi cinque minuti, intendo. Perché poi comincio a sentire il fiato corto e la vista annebbiata e uno sgradevole formicolio a muscoli che nemmeno sapevo d'avere... Anche le atlete, fetentone!, dopo una mezz'oretta cominciano a sfiatare come idranti, tutte pezzate che manco i muli. Io non sudo. Sarà grave?
Step . 5: dopo cinquanta minuti tutto finisce... Alleluja nell'alto dei cieli, e Gesù perdonami il moccolone iniziale, che c'avevo una strizza folle di fare figure di merda (e non è che tu mi abbia facilitato, diciamo). Deambulo per la sala mettendo a posto tappetini e pesi e bilancieri quando il tipo che ci ha fatto lezione mi guarda, serio serio con quegli occhi chiari in mezzo al viso, e mi dice: "Valentina, perché cammini così?"
Abbozzo, rossa in viso di una vergogna indegna. Stronzo!, penso. Poi ride, l'infame, e mi fa pure pat pat sulla spalla (che trema tutta di uno spasmo isterico da sforzo coatto). E aggiunge: "Tanto ora per una settimana sarai in coma, no?" Ah ah!, penso io, che ridiamo una volta per uno adesso. Gli rivolgo il più amabile dei miei sorrisi, gli appoggio un'amichevole mano sul braccio e rispondo con voce flautata (dentro di me ribolle un fotogramma pulp in cui gli scortico il naso): "Roby, ci vediamo domani".
E domani, dovessi andarci sui gomiti o, peggio, strisciando sulla pancia, ci sarò. Oh se ci sarò...! Stronzo!
V