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giovedì 6 marzo 2008

Sulla famiglia, e mia madre

Copia di cortesia di EPolis Milano, giornaletto che viene distribuito gratuitamente per le strade della città: in prima pagina si legge il titolo "Spedizioni razziste in città, sprangate contro i filippini". Autori di quest'atto di violenza: quattro ventenni (arrestati) e dodici minorenni (denunciati), tutti italiani. Un carabiniere ha commentato: "Fatto più unico che raro [...], non si registravano da tempo aggressioni con matrice razzista". E, come a contraddire l'ottimistico carabiniere, si legge in un trafiletto della stessa pagina: "Molotov al campo rom: due molotov contro il campo nomadi di via Idro sono state lanciate martedì sera".
Leggo queste notizie, e nella testa ho una gran confusione: ragazzetti che a scuola picchiano i compagni disabili, e mettono in Rete il filmato girato col cellulare; bambine di 12 anni che si fanno palpare, o fanno sesso, in cambio di qualche spicciolo per una ricarica sul telefonino; oscuri studenti universitari che - il vuoto negli occhi - massacrano giovani donne, fidanzate o amiche, lasciandole cadaveri in pozze di sangue.
Nella mia confusione c'è il senso di qualcosa di troppo grande da affrontare - ma non da capire. Le famiglie, la famiglia: ecco qual è il problema, e qual è la soluzione.
Ho un'amica. E' una bella donna torinese di 49 anni, bionda e fine. La conobbi quattro anni fa quando, scesa in Riviera, si innamorò, ricambiata, di un mio amico molto più giovane di lei. Hanno avuto una lunga storia e travagliata, i cui strascichi si protraggono ancora ora: più nessun sentimento da parte di lui, forse, ma in compenso molto sesso durante i weekend. Lei ha una bella figlia appena maggiorenne, e io ho sempre provato per questa ragazzina una pena enorme. 
Penso a mia madre, augusta donna di famiglia vecchio stampo, sorridente ma temibile nella sua severità di quand'ero adolescente. E riconosco quanto la sua severità abbia preservato la mia adolescenza, quanto l'abbia saputa indirizzare e rendere sana. Litigavo con lei, strepitavo, battevo i piedi (che sono sempre stata ribelle), ma la rispettavo perché si faceva rispettare dalle bizze ormonali e caratteriali di una bimba appena cresciuta. I suoi 'no' erano no inflessibili, e allora correvo da mio padre, che mitigava la forza di quei 'no' ma non li contrastava, e io passavo la notte a piangere sul cuscino, a morderlo anche, a guardare con occhi sbarrati le luci dei lampioni che filtravano dalle persiane pensando con ardente furore al mondo, là fuori.
Ho avuto una madre come un grembo fertile su cui seminare la mia identità e veder crescere i frutti. Una madre che quando rispondevo male mi tirava una sberla sulle labbra, e quella fede d'oro giallo bruciava quanto l'orgoglio ferito. Oggi, scherzando, le dico talvolta: "Avresti dovuto tirarmene di più" perché il vezzo della battuta caustica e sferzante non l'ho mai perduto. Ma ho imparato a gestirlo, a indirizzarlo.
E mi chiedo: dove si sono perse le madri di quei ragazzi violenti, inconsistenti e sbandati - oggi? In quale letto, su quale scrivania ingombra di carte, in quale ansia insoddisfazione o specchio deformante? Di quale abbaglio sono vittime, di quale paura schiave e su quale sentiero vagano tentando di ritrovare la strada? Il loro smarrimento è la nostra condanna.
V

martedì 19 febbraio 2008

Il Sesso: Dio dei cattolici

Prendo spunto da una polemica sorta tra un 'anonimo cattolico' e 'tutti gli altri', che ho trovato su un post di Metilparaben. 'Anonimo cattolico' sbotta: voi laici siete ossessionati dal sesso! E di seguito: ai bambini le scene di sesso in tv fanno male, li turbano!, che poi ci sono le babygang e lo vedi come va a finire: che tutti violentano tutti, e la colpa è di voi stronzi laici che fornichereste dal mattino alla sera alla faccia dell'innocenza infantile; e poi non rompete i coglioni con 'sta storia dei preti pedofili ché i preti pedofili sono quattro gatti...

Sono cresciuta in una famiglia tradizionale: figlia unica di genitori nati e vissuti nello stesso paese, innamorati da giovani e legati indissolubilmente da un sentimento fatto non solo di amore e passione, ma di dovere e sacrificio e forti ideali. Gli ideali, col tempo, sono diventati principii e i principii, con la maturità e cristallizzandosi, sono diventati dogmi.
I miei sono cattolici, e io sono cattolica. Non praticante. Cosa che per mia madre costituisce un cruccio quasi mortale.
Ho studiato filosofia in un'università cattolica. Un giorno di qualche anno fa incontrai in treno una suora, una di quelle con gli occhi dolci e le guance da scoiattolo. Ad un certo punto mi disse: "La filosofia, il più delle volte, allontana da Dio" e, detto da lei, Dio aveva ancora l'iniziale maiuscola. Ma aveva torto.
Ciò che mi ha allontanato da Dio (Quello lì, Quello istituzionale) non è stata la filosofia - che anzi è modo divino di arrivare a sé stessi perdendosi in mille percorsi e strade e viottoli, foreste deserti e campi - ma l'ipocrisia moralista di chi si dice cattolico: l'università 'cattolica', la gente 'cattolica', gli ideali 'cattolici'.
In realtà non ho mai pensato agli altri in termini di 'laici o cattolici'. Per me è una polarità che non esiste: fallace, scivolosa, allarmante. Credo nell'esistenza dei bigotti, degli atei, dei fondamentalisti di qualunque fede, degli illuminati e delle guide spirituali. Ma l'opposizione tra laici e cattolici, come ogni dualismo, è faziosa, e sputa fuoco dalle narici.

Per la mia famiglia il sesso è sempre stato tabù. Che alla fine è il modo migliore per renderlo Dio, buttando giù Quell'altro dal Paradiso. Quando il sesso è tabù, diventa irresistibile, morboso, attraente. Disumano e divino. E' il divieto - esteso al mondo - dell'Eden da cui 'loro', i cattolici, si sentono esclusi. Gli inacidisce la bocca, il sesso, a quella gente lì, come il cibo vomitato dai bulimici e mai digerito. Il sesso, per loro, non diventa spinta erotica ma rimane allo stadio di compulsione, e senso di colpa, e bisogno di controllo. Perché il difficile, alla fine, è capire che l'erotismo (luminosa e torbida danza in cui il sesso si esprime) racchiude lo spirituale dell'uomo, ne è una via privilegiata, espressione di una vita profondamente carnale e profondamente sacra.

V

lunedì 4 febbraio 2008

Il peso dei libri e il Paradiso dei topi

Per me nei libri c'è qualcosa di magnetico. Hanno una dimensione, un odore, un peso, una consistenza - lo sa bene Silvia alla quale un giorno di tanti anni fa, durante un'ora di lezione, tirai addosso il libro di letteratura greca (copertina rosa rigida e 760 pagine di papier velouté): colpii il muro, ma lei scappò lo stesso dalla classe piangendo. Forse avevo esagerato.
So che sembra strano, ma è un ricordo che ogni volta mi fa ridere, sempre, risate di pancia, allegre. Penso a lei - tenue, delicata ragazza dagli occhi chiari e la pelle diafana - seduta vicino al muro con fare educato e composto, ed io, alla sua sinistra, imbestialita e schiumante, che - non riuscendo ad aver ragione di lei - scelgo la Via della Violenza a quella del Dialogo, agguanto il malloppo rosato e glielo scaglio contro, mentre le sue pupille si dilatano per lo stupore e, forse, la paura.
In classe cala un silenzio da fiato sospeso, e il mio buon vecchio professore di filosofia, vedendo Silvia prendere rapida e congestionata la porta dell'aula, mi osserva divertito da sopra gli occhiali e cantilenando chiede: "Valentina, cosa le hai fatto stavolta?" Io, come risposta, mi guardo la mano ancora lorda del reato commesso, raccatto il libro finito a terra, alzo le spalle e non rispondo, immusonita.
Non ho idea di cosa mi faccia ridere, in questo ricordo: forse pensare che il prof mi voleva bene davvero (e mi capiva), forse la quieta dolcezza di Silvia, o com'ero io allora e come eravamo, oppure il libro di greco in sé, un mattone di dimensioni clamorose, o quant'ero litigiosa e furiosa e viscerale - e quanto la amavo. Certo, litigavamo spesso. Io ero una rompicoglioni (e qualcuno opinerebbe che la sono rimasta): intransigente, tignosa, aggressiva. La Silvia, a modo suo, aveva una qualità dura, ed una natura fredda e pungente. Ne uscivano scintille, e quando eravamo nel bel mezzo di una tenzone verbale (ricordo soprattutto quelle davanti a scuola, sul portone d'ingresso) io allungavo il collo e scuotevo la testa "come un gallo da combattimento" - mi disse un giorno mia madre. Da quel momento, smisi di litigare per strada.
C'è tutto un mondo, dentro i libri. Per questo non li impresto e non li regalo, e sono gelosa anche che qualcuno possa toccarmeli, aprirli, farci pieghe non mie, seminarli di frammenti epiteliali estranei.
Quel libro di greco, ad esempio, è lì. Con la sua rilegatura spessa, gli appunti ordinati, il piccolo topo disegnato a matita da Silvia vicino al capitolo: "il Ratto delle Sabine", o forse quello era il manuale di Letteratura Latina, non so più non ricordo. Ma da qualche parte, nei miei libri del Liceo, c'è questo topino minuscolo e orecchiuto, con una bella codina grigia e lunga e le zampine agili, che da un decennio almeno sta vagando - ingordo e curioso - tra le pagine di un libro. E ci dorme, tra quelle pagine, ci pascola, ci cresce, si nutre e ammazza il tempo, gioca all'interno di una "o", ci dà di fioretto con le "p", guada fiumi costruendo ponti di "m"... Una bella vita, la sua, immortale e lieve, affollata e però silenziosa. E' nel suo paradiso: che è il mio paradiso, o come vorrei che fosse.
V

lunedì 21 gennaio 2008

La mia caccia al tesoro, la mia salvezza

D'altra parte l'avevo promesso che oggi sarei stata allegra e divertente, e almeno nelle intenzioni voglio provarci. E' che al momento (tra la prima frase e questa sono trascorsi almeno otto minuti di riflessione attenta e analitica) di cose divertenti in testa non me ne sono venute, e nemmeno una. Però potrei raccontarvi una storia, che è una storia che mi piace. E' la storia di un amore che nasce.

Avevo otto anni e, benché siano pochi, la vita mi aveva già preso a calci nel culo per i precedenti sette. Avevo otto anni e dormivo in una piccola camera soffice e azzurra, e dalla finestra entrava il mare - uno scorcio mozzafiato, con la sua cornice di aranceti e mimose. Era estate, l'aria dorata filtrava dalle persiane blu col suo pulviscolo immobile nell'afa del mattino. Cercavo di guardare coi miei occhi miopi e socchiusi, ma vedevo solo macchie di luce e colore, bagliori intensi e caldi che mi arrivavano obliqui sul viso. Guardavo, e mi giravo su un fianco, poi sull'altro, poi supina - mettendo le mani sotto la testa. Non sapevo come far passare quelle ore perché la giornata non fosse troppo lunga da vivere, dopo. E pensare non potevo, che pensare voleva dire tornare a quei sette anni là (altrove non avevo da attingere, non sapevo immaginare). Così un pomeriggio, andando a frugare nella biblioteca dei miei genitori, mi misi a cercare un tesoro: non sapevo che faccia avesse, un tesoro, né come lo avrei riconosciuto, e a dirla tutta nemmeno sapevo se un tesoro esistesse. Ma lo cercai, e mi ritrovai tra le mani un volume piccolo, grigio e polveroso, con le pagine penzolanti e trattenute assieme da un filo quasi consumato. Aveva un buon odore - come tutti i tesori. E aveva un nome: Pinocchio.
La mattina dopo lo tirai fuori da sotto il cuscino prima ancora che la luce arrivasse obliqua sul mio volto, quando ancora il fresco della notte era nell'aria e la stanza semibuia lo tratteneva a sé. Lo aprii, tuffandoci dentro il naso, poi toccandolo, poi - messi gli occhiali - aprii un mondo che non ho mai più richiuso. Ora il tempo non era più uno spazio da riempire; non era montagna da scalare e buche e fossi da evitare per poter sopravvivere ancora un altro po'. Ora il tempo era l'intimità acerba della mia prima felicità, era il battito del cuore lievemente accelerato. Il tempo era emozione, e quell'emozione era mia, e non faceva male non faceva paura. Ricordo di aver pensato, la seconda o la terza mattina che quell'incanto si ripeteva: ma allora questo non mi abbandonerà mai. Allora mi sentirò sempre così.
La donna che sono oggi risponde di sì a quella bambina: sì, mi sono sempre sentita così, tenendo un bel libro tra le mani. E la mia anima ha trovato la sua dimensione e la sua cura in tutte le ore rubate ad altro pur di leggere ancora un po', un altro capitolo una pagina ancora la fine del capoverso. E così via, per pomeriggi interi, in cui il mio tesoro la mia salvezza sono tenuti come filo d'aquilone tra le mani piccine di una bambina che continua a meravigliarsi.
V

venerdì 11 gennaio 2008

Nel paese che odorava di legna bruciata

Quando ero ragazzina passavo i weekend e le vacanze estive in un paesino dell'entroterra ligure, esiguo e soffocante come qualunque paese di ogni parte del mondo. I miei genitori erano nati lì, amandolo come si ama una madre affettuosa. La casa dei nonni materni si incastonava in cima ad una salita vertiginosa, e aveva le inferriate verdi e un terrazzo che guardava sulle morbide colline circostanti. Mi piaceva quella casa, il suo odore di chiuso, i mobili antichi e le finestre del salotto che davano su un palazzo diroccato dall'aria romantica. Un'estate della mia adolescenza quel palazzo era stato affittato da un gruppo di giovani piemontesi: erano grandi, li sentivo ridere al ritorno da una giornata di mare, e dalle finestre li spiavo respirando la loro autonomia, la loro meravigliosa età, gli odori della loro cena. Un ragazzo - che mi piace immaginare bello come il sole e abbronzato e con forti spalle larghe - mi aveva visto sognare appoggiata al davanzale, e mi aveva salutato. Poi mi aveva detto "Aspetta", era sparito all'interno della casa ed era tornato poco dopo ridendo e intonando, sulle note della canzone che aveva appena messo, Rose Rosse. La mia solitudine si era accesa di bagliori, il tormento della mia prigione di adolescente aveva conosciuto una tregua e le sbarre si erano aperte, forzate da un istante di illusorio altrove. Ero stata felice, in quel momento, una sensazione fisica di cuore che si gonfia.
Odiavo quel paese, come lo odio ora. Stavo bocconi sul duro letto matrimoniale di mia nonna e sentivo venire dalla finestra, oltre la zanzariera e le tendine bianche, tutti i cliché della campagna, reali, ossessivi: i grilli in amore, le baruffe dei gatti, il rumore dei trattori là, nei campi, e qualche voce ogni tanto che in dialetto strillava qualcosa, il rintocco delle ore del campanile. E io - riversa a pancia in giù su quel grande letto di legno, la porta della camera che grattava il pavimento - e io fissavo con ostinazione un particolare del lenzuolo, una minima macchia sul muro. Sono stati pomeriggi ed estati lunghe, in cui pensavo che non avrei avuto la forza di aspettare di diventare grande, grande abbastanza da fuggire quel luogo, i suoi odori di erba bagnata e legna che brucia, il sonnacchioso irregolare procedere dei minuti.
L'età è arrivata tutta in un botto, non so nemmeno io come. All'improvviso sono stata grande, e ho potuto dire di no. Ma se oggi, a distanza di anni, scrivo ancora - e penso - a quel senso di estraneità e noia, è perché quell'adolescenza claustrofobica e sofferta mi ha irretito, nel ricordo, con dita di una delicatezza struggente e lontana, che a tratti riappare come eco nelle mie orecchie al suono delle campane e di una canzone, affacciata alla finestra.
V

lunedì 17 dicembre 2007

Luccio, una rosa al giorno

Ogni domenica, per anni, Piera e Luccio (in realtà Carlo, divenuto Carluccio da cui Luccio) sono venuti a casa nostra per passare il pomeriggio insieme. Io ero in quell'età di mezzo che mi faceva odiare la mia pelle: portavo spessi occhiali da vista, l'apparecchio per i denti e mi sentivo un mostro. Probabile che lo fossi, anche (ma non ditelo a mia madre). Luccio era un bell'uomo, più affascinante che bello, alto, il naso curvo e appuntito, la parlata milanese e i lunghi capelli brizzolati. In inverno portava un trench in pelle nera, sciarpa bianca e jeans scuri da ragazzino: avresti detto, a occhio, che aveva un harem di amanti attorno a sé. Avresti detto che la sua vita era eccitante e smodata, che il mestiere di architetto gli calzava come un guanto, e che - agli occhi di un'adolescente in crisi - Luccio fosse il simbolo di tutto ciò che è grande, di ciò che è al di là della staccionata.
In realtà, di amanti non ne aveva mai più di una per volta (storie solitamente lunghissime, una sorta di ostentata bigamia), il lavoro stava iniziando a scarseggiare, e beveva. Forte. Una bottiglia di whisky in un pomeriggio, per intenderci. Quando se ne andavano, vedevo gli sguardi tra i miei genitori: erano sguardi di ansia, e una ruga verticale gli attraversava la fronte. Chi se ne frega del whisky, diceva la ruga (gliene compravano ogni settimana uno nuovo, di lusso, e solo per lui). Luccio è l'amico della maturità, Luccio e Piera sono la coppia delle crociere, del progetto della casa nuova, dei battesimi, delle telefonate di notte, delle feste patronali di paese, delle scampagnate. Ma Luccio si secca una bottiglia in un pomeriggio, e poi se ne tornano a casa. Un bacio al mostriciattolo occhialuto di casa, e si mettono in macchina. Quanto potrà andare avanti, in questo modo?
Ogni domenica Luccio si sedeva al tavolo quadrato del tinello (questa casa l'hanno progettata loro, questi archi del salone, le scale sospese e curve, il marmo ovunque e la commistione di stili), col bicchiere e la bottiglia davanti, e mentre mamma e Piera parlavano di lavoro, di come procedeva la ristrutturazione dell'albergo, delle figlie e dei vecchi di famiglia, Luccio mi parlava di Tagore, mi citava versi e poesie scrollando i suoi lunghi capelli, mi metteva una mano sul braccio e mi diceva: "Prometti che lo leggerai!", e io promettevo. D'altra parte la maggior parte dei libri che leggevo me li regalavano loro, a botte di venti, trenta per volta. Erano ricchi, e terribilmente infelici.
Mia madre ha sempre detto che Piera e Luccio, sulla carta, erano perfetti insieme: entrambi architetti, estrosi e anticonvenzionali, belli, innamorati e pieni di idee. Erano loro, erano "la" coppia, che mai avrei potuto pensarli scissi. Eppure, continua mia madre, mai ha visto una coppia peggio assortita di loro: hanno passato la vita a farsi lo sgambetto, a mandarsi a cagare, a fare e subire le corna, e poi tornare sui propri passi. Si sono scontrati, urlati, amati e perdonati; si sono lanciati oggetti contro e insieme hanno costruito palazzi; hanno fatto due figlie, e mai una volta che si siano trovati d'accordo sul come educarle... Si sono ignorati per anni. A tratti, guardarli mi faceva stare male per la violenza e l'ostinata precisione con cui quei due - pur amandosi - si erano rovinati la vita.
Un giorno, dopo l'ennesimo tradimento sbandierato, Piera ha dato fondo a tutta la sua incurante pazienza. Ha sbraitato, ha distrutto i piatti della cucina, poi - l'ha cacciato di casa. Luccio, dopo questo fatto, ha iniziato a venire da noi sempre più spesso: confabulava coi miei, bevendo a sorsi piccoli e vicini. Le ultime volte mi guardava e mi diceva: "Diventi sempre più bella, come quelle là...", e indicava qualche ragazza in televisione. Rideva perché vedeva che arrossivo, e che il complimento mi faceva piacere. Lui, invece, diventava sempre più ascetico, whisky a parte: era appena entrato nella sua fase mistica, gli prestavo i libri di S. Agostino e Pascal, voleva leggere la Summa Theologiae ed ammattiva per la Commedia di Dante. Si era messo in testa che avrebbe di nuovo conquistato la sua Piera, che l'avrebbe nuovamente fatta innamorare di sé, come i primi temi, quando si erano conosciuti al Politecnico di Milano. Le avrebbe fatto recapitare a casa tutti i giorni, ogni giorno che dio avesse mandato in Terra, una rosa rossa con il biglietto "Un uomo che ti ama, sempre"; tutti i santissimi giorni dell'anno. Fino alla morte.
Quattro anni fa, intorno al Natale, Luccio era in macchina che vagava senza meta (infelice, io credo. Senza speranza, senza futuro, e coi sogni ormai a brandelli, lasciati per troppo tempo a macerare nel whisky). Certo, Piera l'aveva perdonato, avevano ripreso ad abitare insieme e lui finalmente aveva detto addio alle amanti. In compenso studiava con ossessiva monotonia i testi sacri, aggiungendo mania a dipendenza. Ogni giorno, puntuale, per Piera arrivava la rosa rossa dal gambo lungo, e per Luccio era come un voto, un rintocco che rammemora, l'ultimo tentativo di sentirsi qualcuno. Finché quella vigilia di Natale un malore, qualcosa, gli aveva fatto perdere il controllo dell'auto, ed era morto prima ancora di schiantarsi contro il muro.
Le rose continuarono ad arrivare per qualche giorno, poi smisero, svanendo come la scia di un motoscafo, come una nuvola, come un'immagine luminosa sulla retina: un'ombra che resta lì, ferma, ancora per un istante, un momento solo, e infine evapora, leggera, lasciando gocce di sudore sulla pelle. O lacrime, forse.
V

mercoledì 12 dicembre 2007

Tra Pessoa e Decollatura

Mi ritrovo in uno stato di carenza assoluta, che neanche le parole possono servire a qualcosa. Eppure scrivo: come una missione, come un disperato. Sono un soldato senza patria e senza uniforme, che lotta contro nessun nemico e nessun falò la sera mi riscalda accanto ad altri uomini. C'è un'escrescenza di pelle, un al di là e un di fuori che mi spaccano il cuore.
Stamattina leggevo Pessoa ad alta voce; tentavo di saggiare la poeticità del portoghese sulla lingua: e questo mi ha dato probabilmente il colpo di grazia. Dopo settimane di seduzione e altrove, il senso è venuto a mancare. Pace all'anima sua. Mi sarei accontentata di raccontare della mia antenata, la Nobildonna Zenaide Trigi Pellegrino, sepolta a Decollatura nella cappella dei Conti Perna. Ci ho provato, ma la storia mi è rimasta agganciata, singhiozzante, tra le dita - e non c'è stato verso di convincerla a venire fuori. Ho provato allora a scrivere di Pessoa, della sua follia, dei suoi eteronimi, del suo straziante angelico poetare. Ma era un'impresa troppo ardua per la mia gola secca. Eppure mi sono sforzata, mi sono fatta violenza. Senza risultato, ed è giusto così.
Oggi è un giorno senza parole, che di parole ne spende più di quanto meriti. E' uno di quei giorni in cui voler dire qualcosa è una necessità ma, come negli incubi, neanche il più disarticolato dei suoni può essere detto. E allora, cautamente, appoggio e aggancio una parola dietro l'altra, e solo alla fine mi renderò conto dell'effetto che fa. Solo alla fine guarderò il quadro d'insieme e dirò: che stronzata!
Perché le parole, quando il silenzio?
Zenaide era una donna bellissima, nobile, e povera, morta di parto nel 1889.
Pessoa era un visionario, un profeta, vaso di pandora dei dolori del mondo: di quelli dicibili e di quelli indicibili.
E io naufrago, lentamente.
V

lunedì 26 novembre 2007

Cuoco e marinaio

Mio nonno è morto tre anni prima che nascessi io. Aveva un bel nome: Enrico, Rick, il Gambetta. Soprannome, quest'ultimo, che anni fa mi salvò da sicura malasorte un giorno a Marsiglia quando, dopo un avventato giro a piedi, mi persi per strada e l'unica cosa che riuscii a ricordare fu, infine, ed era quasi notte, che l'abitazione di un'oscura cugina si trovava in Rue Gambetta (con l'accento sulla a)... Ma comunque, anche se avesse aspettato tre miseri anni prima di morire, Rick non mi avrebbe conosciuto lo stesso: sarei arrivata nel becco della cicogna già grandicella, a 6 anni suonati, e capisco che rimandare un infarto per nove anni non è uno scherzo. Richiede una volontà di ferro (che a Rick di certo non mancava), ma anche un cuore d'acciaio, che Rick si era fottuto a causa delle sigarette, della buona forchetta e di una logorante vita in mare. Però Rick è come se lo avessi conosciuto lo stesso, perché era un tipo in gamba - come del resto il suo soprannome fa sospettare. Diciamo che è l'unico che bacio volentieri sulla foto, il giorno dei morti. D'altra parte era cuoco e marinaio, nato benestante e ribelle, e acuto osservatore del mondo. Pare che facesse degli incredibili castelli di insalata russa ricamati con riccioli di maionese cesellati col sac-à-poche. Il mito gli è fortunatamente sopravvissuto. Tanti miti gli sono sopravvissuti ben oltre le meravigliose ricette che cucinava ogni volta che tornava a casa in licenza - e forse un giorno scriverò seriamente di lui perché ne vale la pena. Credo fosse una rarità per quei tempi: un bambino intelligente e scatenato che non conosceva paura, né degli abissi dell'anima né delle botte del papà. Era una forza della natura, che rivive oggi nelle tozze mani di mia madre.
Ne so troppo poco per descrivere come le sue lunghe assenze e i suoi fastosi ritorni abbiano influenzato la storia della nostra famiglia, e quali ombre abbiano lasciato nel forte carattere delle donne di casa. Ma senz'altro conosco le molte luci di quei ritorni, i doni, le novità che Rick portava dal resto del mondo, il primo dentifricio in tubetto ad esempio, o le scatole di tonno sott'olio e di saponette e la bambola di un metro e dieci d'altezza, che muoveva le gambe se la tenevi per mano... I suoi ritorni erano feste patronali, era l'arcangelo che annunciava l'avvento di Dio, era Babbo Natale ante litteram, anche se magari tornava a Ferragosto. Riempiva tutto il paese con i suoi regali. Erano gli anni del dopoguerra; l'Europa sconfitta sudava sangue per rimettersi in piedi, e in quel paesino di 500 anime scarse - mia madre aveva passato i suoi primi due anni di vita in braccio ai tedeschi - la fame era una realtà che solo la fertilità della terra e il lavoro delle braccia aveva appena appena mitigato. Mia nonna a 50 anni aveva la stessa faccia che ha ora a 96: stesse rughe, stessa energia. Persone d'altri tempi, davvero.
Sessant'anni prima del crollo delle Twin Towers, Rick diceva degli arabi, in un misto di italiano e dialetto, che era meglio "lasciarli stare": non avevano rispetto per le donne, e una mentalità troppo distante dalla nostra; abitavano case dagli interni meravigliosi e dalle brutte facciate, per non suscitare invidia; erano in genere persone dissimulatrici e fanatiche. I cinesi, raccontava invece, si giocavano tutto chiudendosi in sette impenetrabili, sulle navi come altrove (verità scoperta ben prima che mi trasferissi ai confini di China Town e potessi toccar con mano la loro ostile alterità); non li amava, perché riteneva fossero un popolo "nu guai bravu" (non molto bravo). Credo che lui potesse permettersi le generalizzazioni e i giudizi trancianti: nessuno, tanto meno in un asfittico paese di provincia, aveva visto tutto il mondo che aveva visto lui, nessuno aveva conosciuto tanti uomini e in tante situazioni diverse e lingue ed esperienze, religioni, colori di pelle e abitudini. E anche se oggi molti direbbero che non è politicamente corretto un simile atteggiamento di pregiudizio culturale, mi permetto di immaginare quale sarebbe la sua reazione: una scrollata di spalle, uno sbuffo appena accennato e interrotto poi da un colpo di tosse di sigaretta; ma dentro di sé avrebbe provato tutto il bonario e indulgente disprezzo - al tempo stesso contadino e cosmopolita - di chi la cultura la vive viaggiando, e non ai bordi di una scrivania.
Rick è morto un pomeriggio a casa sua, ormai in pensione. Si era addormentato dopo una bella mangiata che anche se il dottore, dopo il primo infarto, gli aveva detto di andarci piano, faceva scintille con quelle pignatte. Era un artista della cucina etnica e, a dispetto delle sue antipatie, pare che il suo pollo al curry fosse una creazione insuperabile. Ne riesco solo a intuire il sapore dolce sulla lingua, rimasto attaccato ai ricordi familiari come un'immagine o un detto...
V

venerdì 16 novembre 2007

Radici

C'era una volta una villetta in Illinois, bianca, col patio e un simpatico cagnone americano. Quella è mia nonna, la piccoletta col cappello scuro e in groppa al cane. Quella grande è mia prozia, morta nel 1990 giusti giusti, e nota per aver salutato gli Stati Uniti a 17 anni urlando dal parapetto della nave "Goodbye my country!", unica frase anglofona che per decenni, con fascino di leggenda, ha circolato nella mia famiglia anglofuga. Fino a che, un anno fa, decisi di prendere lezioni e abbattere un generazionale tabù familiare, la nostra personalissima maledizione: la riottosità all'inglese, l'oblio coatto, la pronuncia obbrobriosa...
Forse perché sono figlia spuria della mia famiglia, ma con l'inglese fin dall'inizio me la sono cavata benino; e siccome sono accidiosa a livelli che Dante non riuscì nemmeno a concepire nonostante la sua poderosa capacità immaginativa, dopo un anno ho deciso di mollare tutto e passare al russo per leggere Dostoevskij in lingua originale.
E comunque mia nonna (nata madrelingua anglo-italiana) dell'inglese non ricorda una sola sillaba, e non solo ora che ha 96 anni, ma a memoria d'uomo, una volta tornata in patria, dell'inglese non ha più pronunciato nemmeno una parola, facendo istintivamente tabula rasa del suo passato.
Suo padre in Illinois stava per lasciarci le penne una sera quando, nel saloon che gestiva nella città di Mark, un tizio ubriaco gli piantò una pallottola nel costato - con la quale serenamente morì, vent'anni dopo, nel suo letto a Villa Viani. Pare che il bisnonno prese la decisione di far tornare in Italia moglie e figlie non tanto per la pericolosità della città o per la strizza seguita alla pistolettata (anzi, in merito non si ha alcuna testimonianza, il che permette di concludere che il nonno di mammà fosse un tipo tosto), ma perché la figlia grande, la prozia Zenaide, era quasi in età da marito e - si diceva il brav'uomo - se si sposa in America la famiglia si disperderà per sempre. Al bisnonno l'idea di diventare una famiglia di immigrati qualunque in uno Stato qualunque di un posto qualunque del mondo, per di più oltreoceano, era indigesta. Dopo quasi vent'anni trascorsi a Mark, un bel gruzzoletto messo da parte e due bionde figlie con calze di nylon e parlata inglese (come si illudeva, poveretto!), tornarono tutti a Villa Viani, dove nessuno è una schiena o un volto o una professione ma dove tutti sono "qualcuno". Poi, sistemata la famiglia, tornò negli Stati Uniti a lavorare nel suo saloon per altri sei o sette anni prima di fare il definitivo ritorno a casa.
Purtroppo non ci è dato sapere che abbia combinato in quegli anni, da solo. L'unica leggenda circolante in famiglia è quella di un sant'uomo, "meschinetto" (lacrimoso vezzeggiativo, giammai offesa!), che per garantire benessere ai suoi aveva sacrificato gli ultimi anni della sua vita lontano da casa. Spesso ho sentito mia madre o mia nonna sospirare, con sguardi da Vergini Trafitte, "quanto dev'essere stato difficile per lui!". Ed io, senza nulla voler togliere a quello che di vero c'è in tutta questa faccenda del pendolarismo America-Italia e Ritorno, amo pensare che laggiù il bis-nonno abbia ogni tanto anche fatto bis-boccia: alla sua e anche un po' alla mia; perché mi piace ricordarlo e immaginarlo e dipingerlo e descriverlo come se fosse un grosso e austero ritratto ottocentesco: cupo, rigido nel suo vestito nero da borghese per bene, ricoperto da una patina polverosa e spessa, la bocca tagliata in un ghigno severo, le mani rugose strettamente intrecciate sul davanti e, dietro, una piccola, rossa e lucente codina da diavoletto simpatico e ammiccante spuntare a insaputa dal Resto della Famiglia...
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