I fatti: tra il 1943 ed il 1945 molte migliaia di civili furono vittime di innumerevoli stragi compiute da nazisti e fascisti in tutta Italia. Un elenco tragico che comprende nomi noti ed altri meno, tra i quali si possono ricordare Stazzema, Marzabotto, Fivizzano, Conca della Campania, Barletta, Fossoli, Matera, Capistrello... Nei mesi successivi alla Liberazione, molti dei colpevoli vennero individuati e su di loro furono aperti procedimenti penali. A Palazzo Cesi - palazzo cinquecentesco in via degli Acquasparta a Roma, sede della Procura Generale Militare - affluirono i fascicoli relativi a centinaia di crimini compiuti dai nazifascisti ai danni di vittime civili. Su quei fascicoli erano annotati i nomi delle vittime, i nomi degli assassini e i luoghi dei crimini. Tutto, però, rimase sepolto e muto in quel palazzo. Non ci furono istruttorie e non si celebrarono processi. Prove, testimonianze e nomi furono risucchiati nell'oblio.
E' stato solo nel maggio del 1994 che il procuratore militare Antonino Intelisano (che si stava occupando del processo contro l'ex SS Erich Priebke) rinvenne a Palazzo Cesi, dentro un armadio con le ante rivolte verso il muro e chiuse a chiave, un grande registro contenente ben 2273 voci e 695 fascicoli, in 415 dei quali si citavano i nomi dei colpevoli. Al 'numero uno' compariva l’eccidio delle Fosse Ardeatine, con i nomi di Herber Kappler, Erich Priebke e altri assassini che, grazie a quell’armadio rimasto chiuso, avevano nel frattempo goduto di cinquant'anni di libertà.
Si dice che fu la ragion di Stato ad imporre l’occultamento di quei fascicoli. Nel mondo suddiviso in due blocchi, in pieno clima di Guerra Fredda, la nuova Germania doveva entrare nella Nato come baluardo contro l’avanzata sovietica. Si preferì, così, tacere i crimini commessi dal nazismo ed aprire una nuova pagina della Storia, il più intatta possibile.
Recentemente mi è capitato di scovare, su internet, l'articolo di un onorevole di AN, tal Enzo Raisi che, parlando dell'armadio della vergogna, ha sentenziato: "non ci fu nessun armadio della vergogna, tesi cara a una certa storiografia di sinistra, né tantomeno una volontà di occultamento. I gravi ritardi che ci hanno portato alla sentenza dell'altro giorno sono dovuti in realtà ai mutamenti della giurisprudenza militare". Questa affermazione, nella sua viscida banalità di parte, mi ha fatto riflettere su quanto ogni cosa, ogni fatto, ogni avvenimento - per quanto crudele, avvilente e vergognoso sia - possa essere politicamente strumentalizzato e deformato, trattato senza alcuna onestà storica o intellettuale. E mi sono chiesta oggi, in pieno clima di campagna elettorale, quale fede dare a tutti i nostri politicanti, di destra e di sinistra. Nessuno di loro mi piace, nessuno mi convince. Nessuno mi ha dimostrato d'avere quel minimo sindacale di rettitudine che me lo renderebbe, non dico simpatico, ma quanto meno preferibile ad altri.
Al nostro onorevole di AN, Raisi, non è venuto in mente, per un istante almeno, che la vergogna di cui si parla dicendo 'armadio della vergogna' non è una categoria politica, non è un concetto strumentale che avvalori o neghi una certa tesi, non è nemmeno un 'penitenziagite' o un anatema collettivo ("vergognatevi, gente!")? Non è venuto in mente, per un istante, che si tratta di una vergogna morale, una freccia luminosa che ci indica la via del 'non è giusto', e che ci spinge a cambiare direzione? Che esiste un 'bene' e un 'male' etico, e non solo politico? O meglio: che il bene ed il male dovrebbero essere al di là di ogni categoria, e insegnarci come si vive, come si fa politica, come e dove dobbiamo indirizzare la nostra vita, pubblica e privata?
No, non credo che queste peraltro banali riflessioni vengano in mente tanto spesso ai nostri politici.
V
Carlo Lucarelli, L'armadio della vergogna, parte prima.
venerdì 21 marzo 2008
L'armadio della vergogna
giovedì 28 febbraio 2008
Sciacalli col microfono
Avere un spazio pubblico in cui scrivo, e sapere che qualcuno mi legge, mi pone ogni volta di fronte a delle scelte: cosa dire, e come. Perché, anche nel mio piccolo, ho una responsabilità nei confronti di chi entra in questo spazio e si trova di fronte a queste parole. La responsabilità consiste innanzi tutto nel non tradire me stessa, le mie idee e i miei gusti; ma consiste anche nel non offendere gli altri, non prendermi gioco di nessuno, non mirare a caso nella folla e premere il grilletto di una rabbia che è solo mia. Ma oggi questo grilletto lo premo, eccome. Oggi non metto freni, né filtri tra ciò che penso ed il politically correct. Perché oggi, questa mia rabbia, ha un bersaglio e una direzione.
Guardavo il Tg, ieri sera, ascoltando lo straziante epilogo della vicenda dei due fratellini scomparsi a Gravina di Puglia un anno e mezzo fa. Una notizia raccapricciante e dolorosa, per la quale un'asciutta cronaca sarebbe stata sufficiente ad informare (che questo, se non erro, è il compito di un giornalista). Invece no. Per l'ennesima volta di fronte ad una tragedia familiare, ho assistito a servizi ributtanti ed ignobili vilmente improntati al sensazionalismo, pronti a sfamare la voracità di sangue che ha ormai la nostra società, rimpinguati di sciacalli col microfono che accerchiano una madre orfana di figli chiedendole in massa: "Come si sente?" E glielo ficcherebbero in gola se potessero, quel cazzo di microfono, per poter amplificare a nostro beneficio i singulti di un'anima straziata e persa. Gente che non si ferma davanti a niente, per la quale il silenzio è morte e ucciderebbe per una parola 'in anteprima'.
Li ho odiati, li ho spenti, zittiti immediatamente: nero su di voi che vivete e mangiate sulla pelle martoriata degli altri! Nero sui vostri microfoni cannibali e sulla vostra retorica immorale! Nero sulla vostra criminale insensibilità vestita in doppiopetto! Nero, come l'ignominia del lavoro che fate, dei soldi che ci guadagnate e dei sonni troppo tranquilli che ancora riuscite a dormire...
V