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lunedì 5 maggio 2008

Tra gatti, schiene e sensazioni (sognando Hemingway)

Ho sempre avuto un modo tortuoso di pensare: adatto la realtà alle mie supposizioni. Fiuto l'aria, scruto le iridi del mio interlocutore, inseguo impervi sentieri interpretativi e, in un modo o nell'altro, faccio centro. Ho sempre avuto delle vibrisse al posto dell'anima, e sensazioni al posto di giudizi.
Per me, la sensazione è Dio.
Da ragazzina, al ginnasio, la mia prof d'italiano (un'autentica mostruosità travestita da donna), vedendomi annoiata durante la lettura ad alta voce di non so quale pagina di letteratura, mi chiese:
"Che c'è? Non ti piace questa poesia?"
Le risposi: "No. La trovo brutta."
"E da che cosa giudichi che è brutta? Sentiamo..."
"Non saprei dirle", conclusi, "ma quando una cosa è brutta, avverto un disagio lungo la schiena, come un brivido, ma senza freddo." Le vidi una traccia di sorriso sulle labbra: la mia risposta - in un qualche modo che allora non seppi spiegarmi - le era piaciuta. Da quell'ombra di sorriso sono passati quindici anni.
Nel frattempo, e con un certo disappunto, mi sono resa conto che non ci sono più "vibrisse al posto dell'anima" (stronzate adolescenziali!), ma decine di gatti che, incresciosi, mi passeggiano su e giù per la schiena. Vanno, vengono, si arruffano tutti e talvolta si azzuffano anche. Ci si fanno le unghie, i fetenti, sulla mia schiena! ed io abbozzo, ché non posso fare altrimenti.

Nota: la prof sorrise perché, come mi spiegò molto tempo dopo, quei "brividi epidermici" erano lo stesso strumento di giudizio estetico che affliggeva Hemingway. Non ho mai verificato l'esattezza di questa notizia, per paura che i gatti scappino e non si facciano più vivi. A questo, ormai, sono legate le mie aspirazioni letterarie...

V

mercoledì 9 aprile 2008

La vergogna (perdita della verginità)

Sabato sera dovevo avere un'aria da stupida. Io, con la mia sigaretta rétro fra le dita e il mio ancor più rétro martini cocktail accanto, ascoltavo Lorenzo e non volevo smettere di stupirmi. Nomi, facce e conoscenti: lui me li sciorinava come grani di un rosario e io pensavo non è vero. E, subito dopo: la mia ingenuità è un abisso di incoscienza. Perché scoprivo, oltre la cronaca dei quotidiani, oltre le statistiche, oltre la leggenda, che quel signore simpatico che ogni tanto mi offre da bere era stato dentro per spaccio, quel vecchio amico logorroico santifica ogni weekend pippando, tizio bruno & affascinante è costantemente fatto, e quel tipo che ammiravo per il suo 'bel carattere' si sveglia ogni mattina con una canna in mano e va a dormire su un letto di neve. Scoprivo, mettendo assieme i pezzi e per dio era vero, delle volte in cui mi si diceva "Vale, saliamo un momento a casa di L.", e tutti mi nascondevano il perché, e neppure mi sembrava strano. Quasi come se io fossi gli occhi di fronte a cui tacere, la coscienza chiara e fragile da non perturbare, la bambina stupida che non si deve distogliere dal suo stupore.
Ma sono cose di cui non sta bene parlare, e Lorenzo - coi suoi buoni occhi azzurri da amico - me le dice sussurrando, e mi sembra di notare una sfumatura di affetto in più, nel suo sorriso. C'è chi il sabato notte sballa e chi, come me, viene sverginato. E' il nuovo sabato del villaggio globale. Lorenzo mi osserva un attimo, poi mi accarezza la guancia con un dito. "Sei tenera, tu. Tutta chiusa nel tuo mondo, che rischia alla fine di essere anche un bel mondo". Si trattiene, poi conclude: "Mi piacerebbe essere ancora un suo cittadino". Apolide e sconcertata, da sabato vago tra le pagine di ogni libro per ottundere la vergogna di una verginità così tardiva e colpevole, per nascondervi il mio naso come struzzi nella sabbia ed evitare di guardare gli altri - che so già come li guarderò domani, e da domani in poi: troppe rughe attorno a quello sguardo.
V

domenica 30 marzo 2008

Tipi da (non) aMare. Parte II

Come anticipato martedì scorso, eccoci alla Seconda Parte dei Tipi da (non) aMare, ovvero un viaggio semiserio nell'universo delle verità maschili e degli stupori femminili, intrapreso grazie alle folgoranti osservazioni suggerite dalla nostra Marina.

Prof Marina: Non ci preoccupa che non abbiate la minima idea di come siamo fatte.
Ci preoccupa che non abbiate la minima idea.


La Funny Valentine: Questa è storia recentissima, che sotto sotto mi fa sorridere e godere. Quando Manzoni scrisse, della monaca di Monza, che - sventurata - rispose, è per significare tra le altre cose che la monaca sapeva, lei, che rispondendo avrebbe sceso una china da cui era difficile se non impossibile tornare indietro. Allo stesso modo, quando un mio caro amico, durante un concerto, mi disse "Vedi quello che suona la chitarra? E' B., il ragazzo più stronzo e corteggiato della provincia", il dado era tratto, il destino segnato e l'occhio illanguidito. E' una legge non scritta - di quelle di cui mi piacerebbe teorizzasse la nostra Marina - secondo cui dare del 'bello e maledetto' ad un uomo che fino a ieri si era allegramente ignorato, porta improvvisamente a concupirlo con ogni fibra di sé. E così sia.
In realtà, di B. non riuscivo a capire se fosse bello o meno: troppi capelli, troppo lunghi, tutti in faccia. L'insieme, però, era irresistibilmente selvaggio. E' stato poi il caso a fare il resto, portandoci per due weekend di fila negli stessi posti e con la stessa compagnia, vicini a tavola e compagni di battute (spinte). Complice qualche bicchiere d'allegria, a ballare una sera lui mi si accosta e, afferrandomi con maschia decisione, sbraita: "Non svegliare il cane che... sì... quello lì... insomma, capito, il cane che se ne sta tranquillo!", "Il can che dorme?", suggerisco io. "Esatto, proprio quello", biascica.
Spinta dall'entusiasmo di questa promettente conversazione, lo invito a ballare con me solo. Mi si avviluppa come un'alga, e mi dà ampi saggi del suo irresistibile savoir faire. Mentre la musica incalza e il casino cresce, riesce a spiegarmi che "lo sai, vero, che non sei il mio tipo? E, cioè, è proprio questo che mi manda fuori di testa... Sì, ho avuto una tipa che mi frequentava [ti frequentava? E tu che facevi, nel frattempo, lucidavi in solitario la baionetta?], sai, una psicologa", e mi guarda per vedere se la notizia, sia mai, mi turba. Io fingo turbatamento e lui, tranquillizzato, prosegue: "Be', dai, questa tizia era carina, sì, e anche intelligente, non so se mi spiego. Però era sempre lì con 'sto camice: metti il camice, leva il camice, e il mio primario di qua, i miei pazienti di là..." Grazie a quest'ultima precisazione riesco a capire che 'metti il camice/leva il camice' - che all'inizio avevo inteso come un gioco di ruoli con annesso spogliarello intra muros cliniche - era in realtà una velatissima metafora deontologica. Insomma, il B. si era rotto le palle di essere analizzato dalla giovane psico-crocerossina. Questo potevo capirlo senza sforzo.
Forse quella sera sono stata improvvida: gli ho fatto capire che lo capivo, e bene, e troppo in fretta. Questo, chiaramente, lo ha 'mandato fuori di testa', cosa che si è premurato di ripetermi anche da sobrio il giorno dopo, e quello dopo ancora: per una settimana. Fino alla mia estenuata capitolazione finale.
Accetto un invito serale. Ci incontriamo in un locale stupendo, con piscina illuminata e vista sul mare velato da folti pini. Ammiro sinceramente il luogo, mi faccio condurre ad un tavolo appartato e vedo comparire una bottiglia di champagne e due calici. Sto per ricredermi sui chitarristi capelloni e stronzi. Questo tizio, quanto meno, ha il senso della messa in scena. La conversazione ingrana senza alcuna difficoltà: lui mi parla di sé, in maniera un po' randagia ma accattivante. Io piano piano mi lascio prendere dall'atmosfera, musica bollicine e muscoli, e rabbrividisco solo quando mi acchiappa il pensiero che, caspita, magari con B. mi ci potrei fidanzare sul serio [improvviso mi appare in controluce il volto sfigurato di mia madre che, urlando nefandezze, si fa saltare una coronaria... Mamma, sciò!]. Ma non serve scomodare quell'anima buona della Mia Signora Madre. Ci pensa da solo il bel self-made-chitarrista.
Occhi negli occhi, mano a cercarmi le mani (le mani??), mi sussurra delizie nell'orecchio solleticandomi coi suoi riccioli dannati. Ascolto in deliquio i suoi racconti di ex ragazzo di strada ora redento, accolgo con impareggiabile grazia l'elenco delle sue precedenti conquiste amorose, trasalisco elegantemente di fronte ai suoi coloriti modi di dire che ritraggono con icastica rudezza gli arditi desideri che in lui suscito. Insomma, mi sto già figurando al nostro matrimonio: io, fremente e di bianco vestita, accanto a lui in jeans strappati e occhiali scuri, cicca in bocca e manata sul culo a metà celebrazione (e la visione, che dio abbia pietà di me, mi piace!), quando sento serpeggiare nelle mie trombe di eustachio la seguente frase: "Sarai fiera di uscire con me, cioè, sì, ora che sai che ho fatto il provino per diventare tronista a Uomini e Donne!"
Mia Signora Madre, torna a dormire sonni tranquilli che qui, come direbbe il bel tenebroso, non c'è trippa... sì, cioè, hai capito no?, non c'è trippa per gatti.
V

martedì 25 marzo 2008

Tipi da (non) aMare. Parte I

Riemergo solo ora da un impegnativo weekend pasquale: oltre ad avere un libro da scrivere appuntamenti da fissare ricerche da portare avanti, la situazione politica mi confonde, i problemi sociali perplimono, occorrenze memorie e riflessioni incalzano. Ma più d'ogni altra cosa, oggi, mi urge l'istanza cronachistica. Stamattina facevo un assonnato giro tra gli arretrati dei miei BlogAmici, soffermandomi più a lungo sui serial-post di Marina. In particolare su questo, questo e questo. Sulle prime ho sorriso assai. Poi ho sobbalzato: la Prof teorizzava le mie esperienze!
Single da qualche mese, di questi ultimi tempi ho la fortuna di conoscere e frequentare uomini diversi tra loro e - tra croci (molte) e delizie (poche) - mi sto parecchio documentando su quelli che non a caso ho definito nel titolo: Tipi da (non) aMare. Un viaggio semiserio tra grandi verità imperiture e piccole avventure quotidiane. Teoria e pratica, insomma: grazie agli straordinari "Consigli ai giovani" della Prof, andrò a fare una disamina a puntate delle mie più recenti esperienze.

Prof Marina: Se vi sembriamo irraggiungibili è il momento di osare.
Ci piace darvi torto.
Quando invece vi sembra fatta, è il momento di preoccuparsi.
Ci piace darvi torto.


La Funny Valentine: Conosco questo tizio poco prima di Natale. E' uno scalatore dell'anima: non gli importa quanto sia ardua da raggiungere la cima, lui si rimbocca le maniche e, settimana dopo settimana, con le nude mani e muscoli tesi per lo sforzo, cerca di arrivare dove io, ormai da mesi, arrocco. Gli amici, alcuni dei quali in comune, gli dicono a più riprese: "Valentina non è per te". Lo vengo a sapere in qualche modo, e questo mi intenerisce il cuore. Piccole frane interiori smottano e sgretolano le mie più ardue difese, ed io mi sento placidamente ben disposta. Non fosse per un piede in fallo che riattizza i miei sospetti e rinsalda le mie difese.
Perché, mentre di buon grado osservavo la delicatezza e la costanza con cui lo scalatore erodeva i miei baluardi interiori, comincio a rendermi conto del fatto che lui è meno delicato, meno circospetto e soprattutto ha sorrisi da colonizzatore. Dapprima immagino sia orgoglio da conquista, il suo. Poi invece comprendo la verità: nonostante io gli avessi detto ripetutamente che per me la resa non era ancora vicina - anche se forse intuibile -, lui si sente arrivato, tenta di piantare la bandiera sul cocuzzolo (e non siate maliziosi!), e pretende: vuole una relazione, vuole esclusività, vuole 'affetto'. Ecco, come dice Marina, gli "sembrava fatta", e la mia montagna ha tremato di rabbia fino a farlo ridiscendere a valle.
La sua voce si è dispersa, e con essa l'arroganza del suo proprietario.
V

martedì 18 marzo 2008

Il controllore che in treno parlava d'amore

Ieri, mentre tornavo in treno da Torino, passa il controllore e mi chiede il biglietto. Glielo porgo e lui lo guarda, lo rigira, poi esclama: "Signorina, questa è la prenotazione del posto! Io ho chiesto il biglietto". Mi si dipinge un certo stupore, in viso. Farfuglio: "Ho fatto il biglietto automatico... questo è quello che la macchina mi ha dato... io non so altro..." Il controllore, con un sospiro, si siede di fronte a me, si gratta la testa e inizia a dire: "Signorina, non voglio passare per quello maschilista, sa, ma siete sempre e solo voi donne a fare questi casini... non me ne capacito!", poi cantilena, scandendo bene parole e sillabe, "Legga cosa c'è scritto sul suo biglietto in fondo a sinistra... legga, su. Totale biglietti erogati? ... Lo vede? 2! Due, signorina... E il display della macchina automatica glielo dice a caratteri cubitali: NUMERO BIGLIETTI DA RITIRARE: 2!" Eh eh, sorrido io con fare umile. Ha ragione, ma deve sapere che sono arrivata a Porta Nuova cinque (non sto esagerando a beneficio del controllore, è la pura verità) cinque minuti prima della partenza del treno, senza biglietto e con una fila agli sportelli che rendeva improbabile la prospettiva di un mio ritorno a casa in serata. Mi guarda con dolcezza, si gratta ancora la testa e sorride. "Signorina, che le devo dire? Sarà innamorata..." Mi si triglia l'occhio, sento una vampata di caldo tra il collo e l'orecchio ed esclamo, stupita: "In effetti a Torino avrei conosciuto una persona...", "Ah sì? Bene bene... mi racconti!" Mi rende il biglietto-prenotazione, incrocia le gambe, mette via il palmare e mi guarda con aria partecipe. "Mi dica: dove l'ha portata per fare così tardi in stazione?" Catturata dall'acume della vecchia volpe, mi sembra inutile nicchiare e rispondo: al Valentino. "Che romantico!", esclama, e aggiunge "Non faccia la ritrosa, mi racconti, coraggio, che il treno è mezzo vuoto e poi mi piacciono le storie d'amore!" Sorrido.
E' una storia breve, inizio io, e nemmeno d'amore. Una storia breve fatta di coincidenze, e di un ragazzo che ha saputo stupirmi. Che, per rintracciarmi e propormi un passaggio, ha fatto una catena di sant'antonio di telefonate, poi mi ha scarrozzato per le vie assolate di una Torino luminosa e calda. Ci siamo seduti su una panchina di fronte al Po, gli alberi spogli ma gemmati. Abbiamo bevuto dell'acqua e un caffè, parlato delle nostre passate esperienze sentimentali e scherzato lievemente. Tutto molto limpido, in un certo senso banale. Ma è stata proprio la qualità consueta e calma di quell'appuntamento a lasciarmi una buona sensazione addosso - come il gusto del buon caffè che rimane sulla lingua ancora a lungo. Niente più di questo, concludo. Due baci sulle guance a ridosso di un treno preso per caso e per fortuna, e una battuta detta quando le porte si stavano chiudendo: "Hai il mio numero, Vale. Usalo".
Guardo il controllore. Annuisce. Posa le mani sulle ginocchia e si dà una spinta per alzarsi in piedi, ché la stazione di Alessandria è ormai vicina. Uscendo dallo scompartimento, si volta e mi chiede: "E lei, cosa gli ha risposto?", "Gli ho detto: 'Usalo anche tu', ma senza guardarlo negli occhi". "Bella mossa", commenta. E, mentre è già nel corridoio e io non lo vedo più, aggiunge - col sorriso nella voce: "Vedrà che a Pasqua sarà da lei".
V

domenica 16 marzo 2008

Il sabato degli Shark

Ieri sera ad un certo punto ho inviato un sms disperato ad un amico scrivendogli: salvami! Avevo ingenuamente preceduto la mia compagnia al locale pensando: mentre li aspetto scambio due parole con C. (la barista) che non vedo da una vita. Non faccio in tempo a sedermi sullo sgabello, seminare borsa sciarpa e cappotto su altri quattro sgabelli, che Mr. Shark (alto, magro e brizzolato) si avvicina a me con assoluta e malriuscita nonchalance, mi ruota attorno un paio di volte poi, incoraggiato dall'amico Shark II (alto, grasso e canuto), mi si piazza a fianco. "Cosa bevi?", indaga lui. "Un daiquiri molto secco", rispondo, e tuffo gli occhi sul fondo del bicchiere, con assoluta e - lo dimostreranno i fatti - malriuscita nonchalance. Shark I, lo si nota subito, non è del posto. Ha una parlata strascicata da Vorrei Far Parte Della Upper Class, gesticola rumorosamente (il che denota che dalla upper class è piuttosto lontano), e parla. Parla in continuazione. Parla e gesticola. Parla di sé, si smutanda davanti a noi con trasparenza disarmante.
Nei primi cinque minuti mi ha spontaneamente reso edotta del fatto che:
1. è dell'acquario (di febbraio, però, che quelli di gennaio son degli stronzi, parola di Shark);
2. è sposato, separato, con una figlia di due anni e mezzo a cui ha intestato un appartamento. Alla moglie - ma non abbiamo più rapporti sessuali anche se spesso dormiamo assieme... - passa 300 euro al mese, e ne approfitta per ricattarla amorevolmente: siccome ha il vizietto, se domani mi gira le mando la polizia a casa, le faccio fare le analisi del sangue, e la bambina è mia. Ma no, che alla fine non sei così figlio di puttana, suggerisco io. Sì sì che lo sono. Ah be', allora...
3. è piemontese ma il Mondo è la sua casa, perché sai: a me annoia tutto. NY?, dopo un mese m'ero rotto i coglioni (per cui ora si sente in diritto di romperli a sua volta agli italiani tutti). La Spagna?, adoro le spagnole (ommioddio, vuoi dire c'era il doppiosenso e io l'ho capito solo ora?) ma gli spagnoli mi stanno qui. E sussurrando con fare carbonaro: sai, puzzano. Per non parlare degli arabi e della guerra in Iraq che, intendiamoci, è sbagliatissima, per carità. Ma, già che c'era, Bush poteva completare l'opera e sterminarli tutti, che 'sta gente è pericolosissima, e ci sotterrerà, garantito. E conclude questo girotondo-intorno-al-mondo con l'esegesi delle sue innumerevoli esperienze. Mi spiega, infatti, che viaggia non solo perché si annoia, poverello, ma anche perché oggi, con la globalizzazione, essere Cittadini del Mondo è un diktat. Amen.
Dopo questa alta lezione di sociologia, lo fermo perentoriamente e invoco una pausa sigaretta. All Alone. "Che bell'idea! Vengo anch'io".
Che culo.
V

lunedì 10 marzo 2008

E la lotta si fa scivolosa e profonda (1996)

Stavo seduta con Manuel nella sua macchina e davanti al mare. Con quel suo particolarissimo senso del momento, silenziosamente aveva inserito una cassetta nello stereo catalizzando la mia attenzione con un solo cenno del capo, e facendomi ascoltare per la prima volta Anime Salve. Era il 1996: io e lui ci eravamo conosciuti da poco - ma saremmo rimasti insieme a lungo.
Manuel è De André, più di quanto lui stesso sappia. Scivola attraverso i giorni con occhi umidi e passo saltellante, e nella sua stranita levità posa sguardi stupiti e belli sulle cose: occhi di tre quarti che tagliano il mondo e lo sfaccettano come fosse pietra preziosa. L'ho amato molto, nell'età in cui amare è un lusso e una fortuna e lo si fa così: sconsideratamente e a rotta di collo.
Passavamo ore ad ascoltare De André: non solo delle sue anime sciolte e libere e risolte e vaganti, ma anche il De André storico, quello delle ballate e il dialettale, compagno di merende e rime con Paolo Villaggio, e il poeta dei Vangeli apocrifi. E sempre ci stupiva, nel suo percorso di musicista in versi, la perfezione ricercata e - solo infine - trovata nella pronuncia della parola: dolore. De André dice 'dolore' e tu senti dolore. In quel filo rauco che percorre le note e i testi, quella vena di sensualità e mistero di cui è increspata la sua voce, il 'dolore' rappresenta il vertice e la meta del suo percorso di ricerca: umana e poetica.
... e allora siamo cresciuti così, insieme, io guardando quelle sue promesse di lacrime negli occhi, le orecchie ben spalancate a cogliere accenti e tormenti del bel Fabrizio, e lui a osservare - affamato, è vero, ma quieto - il mondo e le sue luci, i suoi angoli bui e sporchi senza ritrarsi, ma sempre in silenzio: che a Manuel il mondo traboccava dagli occhi ma raramente sgorgava parola (un sollievo di lacrime a invadere gli occhi, e dagli occhi - cadere). E nonostante mi sentissi soggiogata e schiava di quegli occhi muti, io mi sentivo come la moglie di Anselmo: sognavo del mare che, quando ingorga gli anfratti, si ritira e risale. Il mare è diventato idea di fuga, e la fuga, poi, si è fatta lontananza.

Oltre il muro dei vetri si risveglia la vita, che si prende per mano a battaglia finita
come fa questo amore che dall'ansia di perdersi ha trovato in un giorno la certezza di aversi.

V

Dolcenera, F. De André

giovedì 6 marzo 2008

Sulla famiglia, e mia madre

Copia di cortesia di EPolis Milano, giornaletto che viene distribuito gratuitamente per le strade della città: in prima pagina si legge il titolo "Spedizioni razziste in città, sprangate contro i filippini". Autori di quest'atto di violenza: quattro ventenni (arrestati) e dodici minorenni (denunciati), tutti italiani. Un carabiniere ha commentato: "Fatto più unico che raro [...], non si registravano da tempo aggressioni con matrice razzista". E, come a contraddire l'ottimistico carabiniere, si legge in un trafiletto della stessa pagina: "Molotov al campo rom: due molotov contro il campo nomadi di via Idro sono state lanciate martedì sera".
Leggo queste notizie, e nella testa ho una gran confusione: ragazzetti che a scuola picchiano i compagni disabili, e mettono in Rete il filmato girato col cellulare; bambine di 12 anni che si fanno palpare, o fanno sesso, in cambio di qualche spicciolo per una ricarica sul telefonino; oscuri studenti universitari che - il vuoto negli occhi - massacrano giovani donne, fidanzate o amiche, lasciandole cadaveri in pozze di sangue.
Nella mia confusione c'è il senso di qualcosa di troppo grande da affrontare - ma non da capire. Le famiglie, la famiglia: ecco qual è il problema, e qual è la soluzione.
Ho un'amica. E' una bella donna torinese di 49 anni, bionda e fine. La conobbi quattro anni fa quando, scesa in Riviera, si innamorò, ricambiata, di un mio amico molto più giovane di lei. Hanno avuto una lunga storia e travagliata, i cui strascichi si protraggono ancora ora: più nessun sentimento da parte di lui, forse, ma in compenso molto sesso durante i weekend. Lei ha una bella figlia appena maggiorenne, e io ho sempre provato per questa ragazzina una pena enorme. 
Penso a mia madre, augusta donna di famiglia vecchio stampo, sorridente ma temibile nella sua severità di quand'ero adolescente. E riconosco quanto la sua severità abbia preservato la mia adolescenza, quanto l'abbia saputa indirizzare e rendere sana. Litigavo con lei, strepitavo, battevo i piedi (che sono sempre stata ribelle), ma la rispettavo perché si faceva rispettare dalle bizze ormonali e caratteriali di una bimba appena cresciuta. I suoi 'no' erano no inflessibili, e allora correvo da mio padre, che mitigava la forza di quei 'no' ma non li contrastava, e io passavo la notte a piangere sul cuscino, a morderlo anche, a guardare con occhi sbarrati le luci dei lampioni che filtravano dalle persiane pensando con ardente furore al mondo, là fuori.
Ho avuto una madre come un grembo fertile su cui seminare la mia identità e veder crescere i frutti. Una madre che quando rispondevo male mi tirava una sberla sulle labbra, e quella fede d'oro giallo bruciava quanto l'orgoglio ferito. Oggi, scherzando, le dico talvolta: "Avresti dovuto tirarmene di più" perché il vezzo della battuta caustica e sferzante non l'ho mai perduto. Ma ho imparato a gestirlo, a indirizzarlo.
E mi chiedo: dove si sono perse le madri di quei ragazzi violenti, inconsistenti e sbandati - oggi? In quale letto, su quale scrivania ingombra di carte, in quale ansia insoddisfazione o specchio deformante? Di quale abbaglio sono vittime, di quale paura schiave e su quale sentiero vagano tentando di ritrovare la strada? Il loro smarrimento è la nostra condanna.
V

domenica 2 marzo 2008

Incontrando Piazzolla, tra pioggia e notte

Detesto Piazzolla, perché ogni volta che lo ascolto mi lascia una scia nell'animo deserta e secca - come dopo appena pianto. 
Ieri sera camminavo per le vie strette e buie di Cervo, le mani nelle tasche del cappotto e il collo chiuso nelle spalle contratte. Guardavo a terra, i ciottoli bagnati dall'umidità della notte, e il passo corto e svelto, e alla fine Nicola mi ha detto: "Cammini troppo veloce, scivolerai, che c'è bagnato", e intanto mi stava un passo indietro, ogni tanto si fermava e io, accelerando, voltavo la testa e abbassavo il mento sulla spalla per guardare dov'era rimasto dove fosse finito. Ma lui era lì, ad un paio di metri da me, dietro, quasi ridosso ad un qualche muro, e mi guardava. Uno sguardo vago e un po' sperso, ma bello. E la bellezza Nicola la teneva tutta contratta nelle mani affondate nei jeans, la bellezza lo percorreva in un'onda circolare e sfibrante, che se affrettavo il passo era per sfuggire a quell'onda quel moto caldo che nemmeno lui sapeva di emanare, come odore di pioggia dopo che ha smesso: la bellezza dei vent'anni, che si vergogna di se stessa o più spesso si ignora, dimentica e gloriosa nella sua sfacciataggine pudica. Non potevo nulla di fronte a quella bellezza che non era mia e in fondo nemmeno sua, che strisciava sul selciato e rasentava muri e colava giù dal cielo assieme alla nebbia fredda della notte. 
Poi abbiamo sentito una musica che usciva dal portone, da una finestra filtrata da tende scure, era Piazzolla che suonava, e Nicola non poteva sapere e io non sapevo come farglielo capire che detesto Piazzolla e quell'umidità di pianto che mi lascia nell'anima. Eppure mi sono fermata, appoggiandomi a lui in silenzio, e noi due al muro. In quell'istante di gambe finalmente ferme (più nessun bisogno di altrove, e con un nodo in gola che era spazi siderali di distanza tra noi e un senso di scottante emozione), la sua bellezza è diventata la mia, e anche la musica - senza parole nella cornice di quella notte umida e stranita - mia.
V

martedì 26 febbraio 2008

'Brevi' sul rugby

Domenica per la prima volta sono andata a vedere una partita di rugby. Senza conoscerne le regole, senza sapere niente di più di quello che racconta Marco Paolini nei suoi spettacoli. E ripensando a Paolini, alla 'mancansa d'ignoransa', nei momenti più drammatici (quando al termine di una mischia uno della 'fanteria' rimaneva a terra rantolante) io me la ridevo. Proprio una bella risata spontanea, che nasceva da un fondo di adrenalina che mi attorcigliava le budella per il rumore di ossa e denti e muscoli che andavano spaccandosi sulla terra fangosa del campo.
E' un bel gioco, il rugby. Un gioco maschio e ordinato, danzato, lottato e urlato. Con qualche stralcio di sangue e delitto, ma anche molta coreografia e potenza ragionata. Mi ha tirato fuori la voglia di lotta, e la leggerezza dello sguardo.

... Alla fine gli ho detto: "Vorrei essere il tuo pallone da rugby, che tra le tue braccia arriverei sicura alla meta". E abbiamo riso sul suo sopracciglio spaccato. Perché arrivare alla meta ci s'arriva con i calli alle mani e il cervello stanco.

V

venerdì 22 febbraio 2008

Pollon combinaguai (vampiressa di ventenni!)

Il ragazzo è del genere 'bello': non appena lui esce dal locale Francesca, da dietro il bancone, si protende verso di me e sussurra concitata: "Vale, dove l'hai pescato questo figo?". Vale fa spallucce con aria compiaciuta. Lui, il belloccio, sono sei mesi esatti che, tra sms e squilli sul cellulare, auguri inviti e sospiri e cazzeggi, prova ad incontrarmi - memore di una sera d'agosto quando ci conoscemmo e, allegramente embriaghi, ci scambiammo il numero. E un bacio. E scioccanti rivelazioni biografiche: il belloccio ha qualcosa come 22 anni. Uhm...
Preludio. [Dove al posto di dire 'ciao'...]
Arriva all'appuntamento con un quarto d'ora di ritardo. Lo guardo da sotto in su, e lui esclama: "Tra i tanti difetti che ho, sono bugiardo e ritardatario". Mi scappa da ridere, come se qualcuno mi solleticasse le ascelle con una piuma.
Atto primo. [Dove si comincia a capire cos'ha il belloccio nella zucca]
Ci sediamo in un angolo, sgabello di fronte a sgabello. Lui assume la classica posizione virile a gambe larghe, ma smorzata da una manina pudica che difende là davanti. Io incrocio le mie, e tengo in mano il bicchiere. Lo guardo (lo ammiro), e lui riesce ad inanellare la seguente raffica di affermazioni: "Sono una persona atipica: non mi piace corteggiare le ragazze, non voglio che mi facciano complimenti, non regalo fiori, non amo i cellulari e sono cattivo" (la lista della spesa, insomma), "Mi piace bere tanto", "Non mi era mai successo di uscire con una ragazza e parlare quasi solo io... sai, non voglio essere inquadrato", "Ho una mezza relazione con una tipa che è abbastanza innamorata di me, però dal mio punto di vista non stiamo insieme" (domanda mia: "E dal suo?", ride, abbassa gli occhi, beve un sorso di birra versandosela sui pantaloni, e, ormai tutto rosso in viso, risponde: "Non lo so. Non è che ci parlo tanto..."). E questo è solo il primo atto...
Intervallo. [Dove il belloccio si sblocca]
Lui: "Ah già, che a San Valentino ti ho anche fatto gli auguri di buon onomastico!", io: "Già. Che tenero..." Si spolvera un granello di Povere Invisibile dalla manica e aggiunge: "E' che io la penso diversa dagli altri. Per me l'amore non è importante, metto prima tantissime altre cose: bere [non avevamo dubbi], gli amici, il calcio..." Gli sfioro un braccio, e commento con forza: "Fai bene! Divertiti, che per l'amore c'è un sacco di tempo". Mi guarda, improvvisamente folgorato. "Sei la prima ragazza che me lo dice!", e sul serio ho temuto potesse all'improvviso innamorarsi di me.
Atto secondo. [Dove l'audacia...]
Scoperto che non gli chiederò di sposarlo entro la fine del nostro primo appuntamento, Belloccio si rilassa, mi guarda a lungo negli occhi e tenta pure la battuta erotica. Robertina chiede di spostarmi per prendere qualcosa nel cassetto davanti a cui sono seduta. Io scivolo giù dallo sgabello e mi ritrovo vicina a lui, in mezzo alle sue gambe. Mi sussurra, con voce maliziosa: "Dove vai?", e inizia a percorrere una china da me non prevista, e neppure minimamente voluta. Racconta della sua famiglia: "Ho due fratelli maggiori e, pensa, io sono considerato il più brutto!" Ribatto prontamente: "Non prenderla come un fatto d'età, ma potresti presentarmeli, questi fratelli..." Mentre io me la sorrido per il sottile doppio senso della battuta, Belloccio tutto serio risponde: "Io sono il fratello che ti sei beccata, e questo ti tieni..." Una condanna, insomma.
Conclusione, applausi, sipario. [Dove il belloccio mi porge l'altra guancia]
"Devo andare ad allenamento, bella donna". Mi sfiora le caviglie, saggia la consistenza dello stivale, approva, e finalmente paga gli aperitivi, congratulandosi con se stesso per la cavalleria del gesto. Lo accompagno alla porta, e mi ritrovo la sua guancia davanti alla bocca. Do un tenero bacino e lo ricevo a mia volta. Morale della favola: da ieri sera ad oggi, il 'cattivo ragazzo' che non ama i cellulari e non corteggia le donne (pardon: le ragazze), tanto meno con costanza semestrale, mi ha inviato sette (ripeto: 7) messaggi chiedendomi quando ci rivediamo.
Nonna papera non c'ha più l'età per queste cose, e al terzo sms avevo il fiato corto, la vista annebbiata e le palpitazioni accelerate per il nervoso. Mannaggia, che se ce l'avessi, l'età giusta!
V

martedì 19 febbraio 2008

Il Sesso: Dio dei cattolici

Prendo spunto da una polemica sorta tra un 'anonimo cattolico' e 'tutti gli altri', che ho trovato su un post di Metilparaben. 'Anonimo cattolico' sbotta: voi laici siete ossessionati dal sesso! E di seguito: ai bambini le scene di sesso in tv fanno male, li turbano!, che poi ci sono le babygang e lo vedi come va a finire: che tutti violentano tutti, e la colpa è di voi stronzi laici che fornichereste dal mattino alla sera alla faccia dell'innocenza infantile; e poi non rompete i coglioni con 'sta storia dei preti pedofili ché i preti pedofili sono quattro gatti...

Sono cresciuta in una famiglia tradizionale: figlia unica di genitori nati e vissuti nello stesso paese, innamorati da giovani e legati indissolubilmente da un sentimento fatto non solo di amore e passione, ma di dovere e sacrificio e forti ideali. Gli ideali, col tempo, sono diventati principii e i principii, con la maturità e cristallizzandosi, sono diventati dogmi.
I miei sono cattolici, e io sono cattolica. Non praticante. Cosa che per mia madre costituisce un cruccio quasi mortale.
Ho studiato filosofia in un'università cattolica. Un giorno di qualche anno fa incontrai in treno una suora, una di quelle con gli occhi dolci e le guance da scoiattolo. Ad un certo punto mi disse: "La filosofia, il più delle volte, allontana da Dio" e, detto da lei, Dio aveva ancora l'iniziale maiuscola. Ma aveva torto.
Ciò che mi ha allontanato da Dio (Quello lì, Quello istituzionale) non è stata la filosofia - che anzi è modo divino di arrivare a sé stessi perdendosi in mille percorsi e strade e viottoli, foreste deserti e campi - ma l'ipocrisia moralista di chi si dice cattolico: l'università 'cattolica', la gente 'cattolica', gli ideali 'cattolici'.
In realtà non ho mai pensato agli altri in termini di 'laici o cattolici'. Per me è una polarità che non esiste: fallace, scivolosa, allarmante. Credo nell'esistenza dei bigotti, degli atei, dei fondamentalisti di qualunque fede, degli illuminati e delle guide spirituali. Ma l'opposizione tra laici e cattolici, come ogni dualismo, è faziosa, e sputa fuoco dalle narici.

Per la mia famiglia il sesso è sempre stato tabù. Che alla fine è il modo migliore per renderlo Dio, buttando giù Quell'altro dal Paradiso. Quando il sesso è tabù, diventa irresistibile, morboso, attraente. Disumano e divino. E' il divieto - esteso al mondo - dell'Eden da cui 'loro', i cattolici, si sentono esclusi. Gli inacidisce la bocca, il sesso, a quella gente lì, come il cibo vomitato dai bulimici e mai digerito. Il sesso, per loro, non diventa spinta erotica ma rimane allo stadio di compulsione, e senso di colpa, e bisogno di controllo. Perché il difficile, alla fine, è capire che l'erotismo (luminosa e torbida danza in cui il sesso si esprime) racchiude lo spirituale dell'uomo, ne è una via privilegiata, espressione di una vita profondamente carnale e profondamente sacra.

V

lunedì 18 febbraio 2008

L'arte della felicità: continuare a correre

In Donne che amano troppo, la Norwood enuncia una tesi tanto semplice quanto illuminante: per noi donne abituate alla sofferenza, all'insoddisfazione e alle "montagne russe" emotive, ogni altro stato d'animo - specie quelli positivi e sereni - appare estraneo, in-concepibile. Certo, tutte noi vogliamo essere felici e ci rappresentiamo un'idea di felicità verso cui crediamo di voler tendere. Ma in realtà, solo ciò che ci è famigliare e consueto è la nostra norma, è l'unico habitat che non ci spaventa perché meglio di tutti gli altri lo conosciamo e lo sappiamo gestire.
Per una vita sono stata vittima di questa logica implacabile: un'infanzia disastrata, l'adolescenza silenziosa e cieca e sorda di un autismo esplosivo, poi una lenta presa di coscienza tormentosa e a tratti dilaniante come lame aguzze di pugnale. Camminavo rasente i muri per avere appiglio e al tempo stesso luogo in cui nascondermi, o passare inosservata, stavo curva su me stessa reggendomi uno stomaco-anima torturato da ininterrotti crampi.
Per donne così, la felicità è un'arte, e come ogni arte destabilizza e impazzisce coordinate e bussole, crea simboli e forme e significati. Dipinge un mondo, spalanca finestre e abbatte muri, perché dei muri alla fine non c'è più bisogno. La mia felicità di oggi non è nell'aver guadagnato una meta ma in questa corsa lieve e grata, coi polmoni in fiamme e gli occhi spalancati. Che poi la strada è spesso in salita, e si sa. Spesso gli occhi bruciano, e i muscoli anche e la stanchezza è talvolta vile richiamo a fermarsi, a gettare la spugna e tornare a chiudere tutto: occhi, cuore e polmoni.
Finché ti volti indietro e quello che vedi non sei più tu, ma un'estranea che ti fa pena tenerezza, ti spacca l'anima per la fragilità di quelle ciglia che oscurano gli occhi e vorresti per dio vorresti fermarti, e tornare indietro, laggiù, e abbracciarla cullarla, darle tutta te stessa perché il suo sguardo possa aprirsi, e la sua bocca.
E' un attimo, ma decidi di voltare la testa e continuare a correre.
V

sabato 16 febbraio 2008

Dire di no

Alla soglia dei trent'anni ho scoperto di saper dire di 'no'. E' una bella scoperta, che dà un senso di potere vicino all'onnipotenza. I miei 'no' sono detti piano, ché io in fondo sono un animo gentile, ma a volte mi scopro questo sguardo duro negli occhi, una lontananza dalle situazioni che mai avevo provato prima. Sono 'no' che talvolta nemmeno hanno bisogno di essere pronunciati, 'no' che chiudono una tenda su palcoscenici che non voglio calcare, un silenzio o talvolta anche un sorriso. Che vogliono dire, solo e soltanto: no.
Il mio primo 'no': a Effe, che a distanza di mesi pensa che io sia la stessa, gli stessi i sentimenti e la mia dipendenza da lui.
Il secondo 'no': a Silvia, che in una mail mi ha fatto sapere di aver scoperto il mio blog e averlo trovato 'interessante'. Non è interessante, il mio blog: è autoreferenziale, vanesio e talvolta sofferto. Ma mi rifiuto di pensare che sia banale quanto lo è l'aggettivo 'interessante'.
Il mio terzo 'no': a Francesco, alle sue questioni irrisolte, al passato che si ostina a non passare, ai germi di complicazioni, tormenti e passi falsi che mi deviano dal mio leggero (ed egoista) buon umore di queste settimane.
Sì, sono felice di avere la forza per sbattere delle sacrosante porte in faccia. E poi, non appena voltate le spalle, tornare a ridere per tutto quello che invece amo.
V

venerdì 15 febbraio 2008

Fame d'aria (la strada e la morte)

La strada mi ha preso: ho passato giorni camminando, le mani in tasca e l'autismo ormai consueto della gente con l'iPod. La strada mi ha stupito, perché scorreva facile sotto i miei piedi - e non faceva male, e non faceva paura e nemmeno fatica. Felice: a momenti. Uscivo dal cancello del mio palazzo, "quello rosso e basso", svoltavo dalla parte in cui c'era più sole e, per prima cosa, mi accendevo una sigaretta (che la sigaretta all'aria aperta ha un sapore buonissimo). E ovunque dovessi andare, ci andavo a piedi. Mi alzavo presto al mattino: avevo fame d'aria, di strada e di buona musica, bisogno di riempirmi occhi di immagini, polmoni di respiri profondi, e le orecchie di rumori attutiti e batteria. Milano è bella quando decide di concedersi come ha fatto con me in questi giorni. Si è data, si è fatta penetrare e percorrere, e c'era una tale grazia nel suo elegante offrirsi, una tale condiscendente benevolenza che mai avrei smesso di camminarla.
Ma poi ho visto un'altra faccia di Milano la Bella: la strada che fagocita, più affamata - lei - di me.
Le gambe si sono inceppate, la strada non è più stata né facile né felice ma solo sporca e collosa. Mi sono stancata, così, all'improvviso, e ho provato una grande pena: per la città, certo, e anche per la sua impietosa fame di vite.
V

venerdì 8 febbraio 2008

Le mie notti, nel momento

Mi piace scrivere la notte, e questa è una notte particolarmente bella per scrivere. Una notte da Ludovico Einaudi, anche se alla fine ascolto Irene Grandi altrimenti mi immalinconisco troppo, e non è notte da malinconie, questa. Questa notte mi piace perché la abito bene, mi scende giù per i fianchi come un vestito che non fa pieghe, che accompagna sfiora.
Anche ieri è stata una bella notte, e quando siamo entrati al Valerie ci siamo seduti al bancone - e subito ho dato un occhio a me stessa tre anni prima che, là, nell'angolo dietro l'entrata, al tavolo con gli amici... Ma no, che infine era una stagione diversa e gli amici: certi sono gli stessi ma cambiati anche loro, e quelli nuovi vanno e vengono come onde del mare lasciandomi in fondo invariata, come spiaggia di pietra lavica.
Eppure ieri notte, in quell'occhiata a tre anni fa, mi si è dilatato il cuore di un burbero affetto e di un'ancor più scontrosa nostalgia - voglia di ritorno, voglia di afferrarmi, in quell'angolo angusto di spazio e tempo. Afferrarmi in un impeto narcisistico, e baciarmi a lungo e a palpebre abbassate, e un'infinita estenuante tenerezza per me stessa. Ieri avrei preso quella ragazza di 26 anni e l'avrei guardata negli occhi, passando da una pupilla all'altra come fanno gli innamorati arsi di sete.
Mi sono amata, ieri notte, e mi sono lasciata amare, ho deciso di salire tutti i gradini di quella soffitta, uno per uno. E ho vissuto qualcosa che la bella e insicura ragazza di tre anni fa non avrebbe saputo vivere, e avrebbe vissuto in maniera vorace e complicata (scalando abissi quando la superficie è tanto vasta e tanto profonda). E' successo che sono stata bene, nel momento, e in prospettiva. Mi sono messa seduta: ho appoggiato il mento alle ginocchia piegate, sistemandomi gli occhiali sul naso. Poi ho appoggiato la guancia alla gamba e l'ho guardato di traverso per un po', quasi a lungo. Non c'era nulla che mi disturbava in quello che vedevo, nessuna domanda e nessun rovello, niente razionalismi, e nemmeno asperità o durezze o paure.
Alla fine, mi sono scoperta che sorridevo.
V

lunedì 4 febbraio 2008

Il peso dei libri e il Paradiso dei topi

Per me nei libri c'è qualcosa di magnetico. Hanno una dimensione, un odore, un peso, una consistenza - lo sa bene Silvia alla quale un giorno di tanti anni fa, durante un'ora di lezione, tirai addosso il libro di letteratura greca (copertina rosa rigida e 760 pagine di papier velouté): colpii il muro, ma lei scappò lo stesso dalla classe piangendo. Forse avevo esagerato.
So che sembra strano, ma è un ricordo che ogni volta mi fa ridere, sempre, risate di pancia, allegre. Penso a lei - tenue, delicata ragazza dagli occhi chiari e la pelle diafana - seduta vicino al muro con fare educato e composto, ed io, alla sua sinistra, imbestialita e schiumante, che - non riuscendo ad aver ragione di lei - scelgo la Via della Violenza a quella del Dialogo, agguanto il malloppo rosato e glielo scaglio contro, mentre le sue pupille si dilatano per lo stupore e, forse, la paura.
In classe cala un silenzio da fiato sospeso, e il mio buon vecchio professore di filosofia, vedendo Silvia prendere rapida e congestionata la porta dell'aula, mi osserva divertito da sopra gli occhiali e cantilenando chiede: "Valentina, cosa le hai fatto stavolta?" Io, come risposta, mi guardo la mano ancora lorda del reato commesso, raccatto il libro finito a terra, alzo le spalle e non rispondo, immusonita.
Non ho idea di cosa mi faccia ridere, in questo ricordo: forse pensare che il prof mi voleva bene davvero (e mi capiva), forse la quieta dolcezza di Silvia, o com'ero io allora e come eravamo, oppure il libro di greco in sé, un mattone di dimensioni clamorose, o quant'ero litigiosa e furiosa e viscerale - e quanto la amavo. Certo, litigavamo spesso. Io ero una rompicoglioni (e qualcuno opinerebbe che la sono rimasta): intransigente, tignosa, aggressiva. La Silvia, a modo suo, aveva una qualità dura, ed una natura fredda e pungente. Ne uscivano scintille, e quando eravamo nel bel mezzo di una tenzone verbale (ricordo soprattutto quelle davanti a scuola, sul portone d'ingresso) io allungavo il collo e scuotevo la testa "come un gallo da combattimento" - mi disse un giorno mia madre. Da quel momento, smisi di litigare per strada.
C'è tutto un mondo, dentro i libri. Per questo non li impresto e non li regalo, e sono gelosa anche che qualcuno possa toccarmeli, aprirli, farci pieghe non mie, seminarli di frammenti epiteliali estranei.
Quel libro di greco, ad esempio, è lì. Con la sua rilegatura spessa, gli appunti ordinati, il piccolo topo disegnato a matita da Silvia vicino al capitolo: "il Ratto delle Sabine", o forse quello era il manuale di Letteratura Latina, non so più non ricordo. Ma da qualche parte, nei miei libri del Liceo, c'è questo topino minuscolo e orecchiuto, con una bella codina grigia e lunga e le zampine agili, che da un decennio almeno sta vagando - ingordo e curioso - tra le pagine di un libro. E ci dorme, tra quelle pagine, ci pascola, ci cresce, si nutre e ammazza il tempo, gioca all'interno di una "o", ci dà di fioretto con le "p", guada fiumi costruendo ponti di "m"... Una bella vita, la sua, immortale e lieve, affollata e però silenziosa. E' nel suo paradiso: che è il mio paradiso, o come vorrei che fosse.
V

giovedì 31 gennaio 2008

Una diavoleria chiamata palestra

Infine, dopo settimane di tormento, mi sono convinta ad iscrivermi in palestra. Io, che nasco nell'acqua e vivo nel mare, decido - per vili ragioni di tempo e gestione - di abbandonare la piscina per iscrivermi in palestra. (Che chi mi conosce sa quanto anti-valentiniano sia il concetto stesso di palestra, e sudore e fatica). Ad ogni modo, prendo questa malsana decisione, e armata di un insolito buon umore entro, con fiero passo deciso, nella piccola accogliente palestra che ho scelto per dissipare energie fisiche altrimenti stagnanti.
Step n. 1: inciampo nell'istante stesso in cui apro la porta a causa di due pesi incautamente messi lì a lato, e parte il bestemmione (mentale) e la parolaccia (verbale). Pessimo inizio.
Step n. 2: spogliatoio. Non la faccio lunga, sennò sembra un romanzo (dell'orrore) mentre la realtà è di gran lunga la miglior commediografa del mondo. Apro la porta dello spogliatoio e mi rimane la maniglia in mano. Sic!
Step n. 3: osservo il balletto di tutte 'ste atlete che entrano (dopo aver cercato invano la maniglia, che ho buttato celermente in un cesto di non meglio identificati attrezzi), smettono gli abiti da lavoro, si smutandano integralmente e si rivestono. Nel frattempo, e dato che io scafandrata entrai e scafandrata ne uscirò, giocherello con l'orecchino, giusto per far qualcosa.
Step n. 4: la lezione. Non me la cavo male. Nei primi cinque minuti, intendo. Perché poi comincio a sentire il fiato corto e la vista annebbiata e uno sgradevole formicolio a muscoli che nemmeno sapevo d'avere... Anche le atlete, fetentone!, dopo una mezz'oretta cominciano a sfiatare come idranti, tutte pezzate che manco i muli. Io non sudo. Sarà grave?
Step . 5: dopo cinquanta minuti tutto finisce... Alleluja nell'alto dei cieli, e Gesù perdonami il moccolone iniziale, che c'avevo una strizza folle di fare figure di merda (e non è che tu mi abbia facilitato, diciamo). Deambulo per la sala mettendo a posto tappetini e pesi e bilancieri quando il tipo che ci ha fatto lezione mi guarda, serio serio con quegli occhi chiari in mezzo al viso, e mi dice: "Valentina, perché cammini così?"
Abbozzo, rossa in viso di una vergogna indegna. Stronzo!, penso. Poi ride, l'infame, e mi fa pure pat pat sulla spalla (che trema tutta di uno spasmo isterico da sforzo coatto). E aggiunge: "Tanto ora per una settimana sarai in coma, no?" Ah ah!, penso io, che ridiamo una volta per uno adesso. Gli rivolgo il più amabile dei miei sorrisi, gli appoggio un'amichevole mano sul braccio e rispondo con voce flautata (dentro di me ribolle un fotogramma pulp in cui gli scortico il naso): "Roby, ci vediamo domani".
E domani, dovessi andarci sui gomiti o, peggio, strisciando sulla pancia, ci sarò. Oh se ci sarò...! Stronzo!
V

martedì 29 gennaio 2008

Bauman: il fallimento di una relazione

Pochi giorni prima che la mia relazione finisse, Effe ed io passeggiavamo per Alassio finché siamo entrati in una stretta sgangherata libreria del Budello. Una libreria come un piccolo utero: una casa, insomma, e con una padrona accogliente. Ricordo che siamo usciti di là con sacchetti pieni di libri, e io pensavo Ci torneremo presto! Mi sentivo in pace e tesa, percorsa dalle correnti di tutti i libri non ancora letti che ci portavamo dietro. La prossima volta che veniamo a mangiare sushi..., devo aver pensato. E i miei pensieri sul selciato avevano una baldanza leggera mentre mi accoccolavo meglio sotto il braccio di lui, e lui sorrideva.
Non ci tornammo più. Insieme, almeno.
E questa cosa mi è entrata dentro come un puntello, e ha procurato tanto più dolore quanto più mi sono piaciuti quei libri, uno ad uno nel corso delle settimane seguenti: dalla Vargas a Bauman, da Caprarica a Richler, teologia romanzi saggi e poesia. Ogni abbuffata di pagine - per settimane - è stato bulimico rifiuto di soffrire, testardo coriaceo indispettito rifiuto di piangere. Che è servito a cementarmi il carattere, a non cedere, ché anche questo è un modo di crescere - fottuto e stronzo e amaro modo di crescere ma pur sempre crescere. E crescendo, i sentimenti impariamo ad aggirarli più facile, e noi più furbi più scafati e loro più subdoli e sempre meno riconoscibili, sempre più lenti. E magari un sentimento esce a mesi di distanza, scoppia, come bolla di sapone in bocca - lasciando quel gusto amaro che ha il sapone e anche un po' acido.
Bauman dice che il fallimento di una relazione è quasi sempre fallimento di comunicazione, e scrive: "L'amore è uno dei rimedi palliativi alla manna/calamità dell'individualità umana, uno dei cui molti attributi è la solitudine a cui è destinata la condizione di separazione [...]. L'amore è sempre venato di un impulso antropofagico". E infatti io avrei voluto mangiarlo, ogni attimo, e il voler divorare l'altro è esperienza universale d'amore, possesso e desiderio. Ma poi (ed è la legge di ogni digestione, e di ogni passione) tutto viene espulso, eliminato, cagato... davvero. E mi spiace che le parole a volte facciano male, facciano storcere la bocca e irritare e dare fastidio e protestare talvolta, ma mai quanto certi sentimenti: e questa si chiama consolazione. Che niente mai farà altrettanto male di un brutto sentimento, nemmeno una brutta parola.
E allora Bauman critica l'amore ai tempi del cellulare, ci disprezza a noi generazione di "stay tuned". Senza tanti giri di parole, ci dice che siamo vani, superficiali: abbiamo smesso di "desiderare" per barattare il troppo impegnativo desiderio con la ben più agevole "voglia": ho voglia di te, che se avessi Moccia sottomano - mi scusino tutti, mi scusi Moccia più di tutti - lo torturerei capello per capello per essere andato dietro gli squallidi fantasmi di una generazione vuota troppo vuota, assecondandola.
Concludo, e passo il testimone a questo Grande Vecchio del pensiero occidentale.

Il desiderio è la brama di consumare. Di assorbire, divorare, ingerire e digerire - di annichilire. Per contro, l'amore è il desiderio di prendersi cura e di preservare l'oggetto della propria cura. Un impulso centrifugo, a differenza del desiderio che è centripeto: un impulso a espandersi, a fuoriuscire, a protendersi all'esterno... Se il desiderio vuole consumare, l'amore vuole possedere.
Forse parlare di desiderio, oggi, è eccessivo. Come per lo shopping: oggigiorno chi va per negozi non compra per soddisfare un desiderio, ma semplicemente per togliersi una voglia. Ci vuole tempo per seminare, coltivare e nutrire il desiderio. Il desiderio ha bisogno di tempo per germogliare, crescere e maturare...
Quando è pilotata dalla voglia, la relazione tra due persone segue il modello dello shopping. Al pari di altri prodotti di consumo, è fatta per essere consumata sul posto ed essere usata una sola volta. Innanzi tutto e perlopiù, la sua essenza è quella di potersene disfare senza problemi.

Z. Bauman, Amore liquido

V

giovedì 24 gennaio 2008

L'arte del bacio: estetica circolare

Quando in What women want la tizia sfigata (quella che lavora al bar, per intenderci, ma che pare abbia velleità recitatorie - o forse mi confondo, che 'sti film son tutti uguali) va finalmente a letto con Nick Marshall, ad un certo punto si chiede cosa lui stia facendo con la lingua... nel senso: alza gli occhi al cielo e si annoia, mentre sembra che con la bocca stia baciando un maccherone troppo condito.
Ieri sera mi pare d'aver detto a un uomo che bacia bene. Sì, è andata così: gli ho detto c'è una buona base ma puoi migliorare, e di certo un altro mi avrebbe forse mandato a cagare, ma lui no, lui - dal primo bacio all'ultimo - è effettivamente migliorato, tanto che alla fine ho concluso te lo dico anche per altruismo, che vedrai le altre come mi saranno riconoscenti. Ieri sera ero del tutto suonata. Suonata ed egoista. Per giustificarmi potrei citare la frase che Reth Butler dice a Rossella, in lacrime per la dipartita del suo secondo marito: "E' questo il guaio: dovreste essere baciata, e spesso, e da uno che ci sa fare". Ecco, è una cosa del genere che ho provato ieri sera.

Ma poi, come sempre, la riflessione trascende l'attimo, e un bacio diventa il simbolo di un mondo a sé in cui ciò che conta è l'estetica del gesto, la bellezza del momento, un attimo ed un momento in cui il bacio diventa percorso, e la bellezza è meraviglia panica che riempie i polmoni e li feconda. Un bel bacio è ritmica circolare che vaga e ritorna, si perde in chiacchiere in rivoli in strade scure in cui i passi risuonano sempre con un'eco spaventosa; perché un bel bacio è exitus e reditus direbbe Tommaso riprendendo Platone, andata e ritorno, viaggio e riposo e brezza sulla pelle sudata quando le lenzuola sono corde intrecciate ai piedi del letto e il cuscino è di traverso.
Nel quadro di Hayez, a ben guardare, c'è un'ombra sul fondo, un'ombra - che scappa che spia - nell'antro buio dietro i due amanti. Mi piace pensare che quell'ombra sia il desiderio, sia il pericolo e la voglia di ancora, e altro, e poi. Che il bacio genera altri baci poiché è consuetudine e mania: e lascia insoddisfatti, perché penetra, ma non scava. E per questo - ritorna.
V