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sabato 26 aprile 2008

L'antipatia del fuoriclasse (Nadal)

Oggi a Montecarlo, Rafael Nadal ha battuto il russo Davydenko con un imbarazzante 6-3, 6-2. In una giornata grigia e nemmeno troppo calda, l'animalesca potenza del tennista spagnolo ha fatto polpette del rassegnato Davydenko. E' stata una partita penosa (quattro o cinque i punti davvero ben giocati da Davydenko) e molte le prodezze dell'incontenibile spagnolo, baciato da un talento eccezionale, dalla potenza ben indirizzata dal fiuto e persino dalla fortuna, persino dalla rete, che in un paio di occasioni gli ha dato ragione in maniera sfacciata.
Impossibile non ammirare Nadal. E' bello, in un suo modo non misurato e non convenzionale. Ha muscoli che la pelle fatica a trattenere; nelle pause tra un break e l'altro, trema d'impazienza; ad ogni colpo di racchetta grida e ansima perché lui ci fa l'amore, con la terra rossa e la racchetta. Dopo i primi colpi, già sai che vincerà - come sai che il leone non avrà pietà sulla gola scoperta della sua preda. Affonderà i denti, e strapperà la carne. Impossibile non ammirarlo, non desiderare la sua potenza e la sua astuzia, i guizzi delle sue braccia e delle gambe. Dalla sua parte ha tutto: bellezza, bravura e fortuna. Ma non la solidarietà di chi lo guarda e di chi ipnotizza. Suscita venerazione, suscita brama. Ma non simpatia. La simpatia è un sentimento tra pari, e lui è un cacciatore solitario, che se ne sta là - piantato coi piedi nella terra rossa di cui è Re, e da cui esclude tutti (sudditi, nobili, consiglieri), circondandosi solo di ammirati spettatori della sua impareggiabile bravura.
V

mercoledì 2 aprile 2008

Il nuovo eroe (Caparezza)

Anche se non ne parlo granché, le prossime elezioni mi girano nella testa come cibo mal digerito. L'interrogativo (e di conseguenza il bivio che mi si prospetta) è questo: seguo il mio istinto che - duro e puro - mi incita a non votare, per non scegliere 'il male minore' (perché non è bello, non è giusto, e nei migliori dei mondi possibili sarebbe una sconfitta e un compromesso - e anche in questo); o abbraccio una posizione più saggia e disillusa e, come suggeriva Montanelli, entro nella cabina elettorale mi tappo il naso e metto una crocetta, quella che farà meno male al cuore? In coscienza, non lo so ancora. Credo che alla fine tutto si giocherà negli istanti in cui sarò in fila per votare, e allora, come in un'ispirazione selvaggia, saprò cosa devo fare. Forse.
In questa fase pre-elettorale vorrei solo che ci fossero delle opzioni, e che non mi dessero tutte il voltastomaco. Vorrei ci fossero campagne elettorali in cui la norma non è un generalizzato ed insulso 'dagli all'untore' in cui tutti indicano quanto l'altro sia brutto e cattivo e noi - tutti! - guardiamo come stolti il dito e non andiamo oltre. Vorrei che l'ormai troppo osannato Beppe Grillo (conterraneo che amo di default) la smettesse di urlare e versare bile su tutti, scandendo parolacce come avemarie di un rosario. Vorrei che al potere ci andasse qualcuno che non ha mai rubato mentito o accettato compromessi: come me, come un sacco di gente onesta che, nella vita, non ruba non mente non vende il culo. Ce n'è di gente così, anche se spesso tendiamo a dimenticarlo. Vorrei che al potere ci andasse chi ha un'idea, chi ha un programma, chi ha negli occhi l'innocenza, chi è coerente e chi, in cuor suo, vuole il bene di molti. Una persona così, un politico così, non avrebbe bisogno di venirmi a dire dire quanto è figo, lui, quanto è sincero ed onesto e si sbatte per tutti noi. Non so voi, ma io non sono ossessionata - ogni santo giorno che dio manda in Terra - dal pensiero di convincere gli altri che sono buona sincera e non voglio inculare nessuno. Semplicemente: vivo, e in un modo che ritengo corretto. Agisco, e come meglio posso. Penso, e non do fiato alle trombe immaginando che tutti, intorno a me, siano degli imbecilli.
Questa gente no. Questa gente non è come noi, sicuramente non è come me, non mi rappresenta, e la mia incazzatura è tanta e pura (e dolorante geme) che mi è inevitabile pensare: non posso votarla, votarla è una sconfitta, una bruttura, un errore. Ma poi chissà, chissà quale volto del mio personalissimo Giano prenderà il sopravvento, quel giorno.
Io amo le storie come questa che racconta Caparezza: storie di straordinaria normalità, di un poetico banale lottare quotidiano, di profondissima umanità spesa strappando alla vita stille di linda onestà. Storie di dignità. Sconosciute, ma non per questo - anonime.
V

venerdì 14 marzo 2008

Etty Hillesum e la bellezza del mondo

Hetty Hillesum era una giovane donna luminosa. Così la ricordano alcuni sopravvissuti che hanno condiviso con lei i giorni di prigionia a Westerbork prima di essere destinati ad Auschwitz. Era luminosa, intelligente, forte e passionale - anche nelle sue umanissime fragilità di donna, di ebrea e di individuo in itinere. E' stata una pensatrice di abissale profondità ed elevata spiritualità, capace di osservare l'individuo nei suoi più oscuri anfratti interiori ma senza mai perdere quella luminosità che la contraddistingueva. Eppure, Etty Hillesum non è diventata nota come Anne Frank o Primo Levi. Perché?
All'inizio pensavo fosse perché Etty Hillesum è effettivamente una lettura complessa: ricerca psicologica e misticismo, istanze etiche e visioni straordinariamente moderne, ne fanno un percorso arduo, in certi tratti. Poi, parlando una notte con degli amici (attorno ad un bel tavolo tondo di legno chiaro), abbiamo capito il vero motivo di questo ostinato mezzo oblio: lei non è rassicurante, lei ci sbatte in faccia una verità che non vogliamo ascoltare, lei ci dice: "Il marciume che c'è negli altri c'è anche in noi [...] E' l'unica lezione di questa guerra: dobbiamo cercare in noi stessi, non altrove". Noi siamo Hitler, noi siamo i vicini di Erba - non il nostro dirimpettaio, non un'epoca storica lontana da qui ora.
Eppure (ma in questo 'eppure' non c'è niente di consolotario) dobbiamo conoscere e saper riconoscere in noi stessi questo marciume per poterlo strappare via, perché non si può "migliorare qualcosa nel mondo esterno senza aver prima fatto la nostra parte dentro di noi".
Questa donna scelse di essere deportata ad Auschwitz con la propria famiglia, rifiutando i numerosi progetti di fuga che le erano stati offerti. Decise, senza illusioni o false speranze, che quello sarebbe stato il suo destino, "essere divorata dai pidocchi in Polonia". Lo scelse, e non era infelice, né tantomeno pazza o sognatrice. Non era una martire. Questa donna, chiusa su un treno merci che l'avrebbe rapidamente portata alla morte, lanciò da quel treno una cartolina che fu in seguito ritrovata da alcuni contadini. Su di essa, Etty aveva impresso il suo testamento e la sua testimonianza: "Abbiamo lasciato il campo cantando".

Ho aperto a casaccio la Bibbia ma stamattina non dava risposta. Non importa molto, del resto, non c'erano vere domande da fare, c'è solo una gran fiducia e riconoscenza che la vita sia tanto bella, e perciò questo è un momento storico: non perché tra poco io devo andare con S. alla Gestapo, ma perché trovo ugualmente bella la vita.
Probabilmente è da lì che mi viene questa serenità, questa pace interiore: dalla coscienza di sapermela cavare da sola ogni volta, dalla constatazione che il mio cuore non si inaridisce per l'amarezza, che i momenti di più profonda tristezza e persino di disperazione mi lasciano tracce positive [...] Partirò sempre dal principio di aiutare Dio il più possibile e se questo mi riuscirà, bene, allora vuol dire che saprò esserci anche per gli altri.
La maggior parte degli occidentali non capisce l'arte del dolore, e così vive ossessionata da mille paure. E la vita che vive la gente adesso non è più una vera vita, fatta com'è di paura, rassegnazione, amarezza, odio, disperazione. [...] Si deve accettare la morte, anche quella più atroce, come parte della vita. Io sono quotidianamente in Polonia, sono accanto agli affamati, ai maltrattati e ai moribondi, ogni giorno - ma sono anche vicina al gelsomino e a quel pezzo di cielo dietro la mia finestra, in una vita c'è posto per tutto. Per una fede in Dio e per una misera fine.

Etty Hillesum, Diario

V

lunedì 10 marzo 2008

E la lotta si fa scivolosa e profonda (1996)

Stavo seduta con Manuel nella sua macchina e davanti al mare. Con quel suo particolarissimo senso del momento, silenziosamente aveva inserito una cassetta nello stereo catalizzando la mia attenzione con un solo cenno del capo, e facendomi ascoltare per la prima volta Anime Salve. Era il 1996: io e lui ci eravamo conosciuti da poco - ma saremmo rimasti insieme a lungo.
Manuel è De André, più di quanto lui stesso sappia. Scivola attraverso i giorni con occhi umidi e passo saltellante, e nella sua stranita levità posa sguardi stupiti e belli sulle cose: occhi di tre quarti che tagliano il mondo e lo sfaccettano come fosse pietra preziosa. L'ho amato molto, nell'età in cui amare è un lusso e una fortuna e lo si fa così: sconsideratamente e a rotta di collo.
Passavamo ore ad ascoltare De André: non solo delle sue anime sciolte e libere e risolte e vaganti, ma anche il De André storico, quello delle ballate e il dialettale, compagno di merende e rime con Paolo Villaggio, e il poeta dei Vangeli apocrifi. E sempre ci stupiva, nel suo percorso di musicista in versi, la perfezione ricercata e - solo infine - trovata nella pronuncia della parola: dolore. De André dice 'dolore' e tu senti dolore. In quel filo rauco che percorre le note e i testi, quella vena di sensualità e mistero di cui è increspata la sua voce, il 'dolore' rappresenta il vertice e la meta del suo percorso di ricerca: umana e poetica.
... e allora siamo cresciuti così, insieme, io guardando quelle sue promesse di lacrime negli occhi, le orecchie ben spalancate a cogliere accenti e tormenti del bel Fabrizio, e lui a osservare - affamato, è vero, ma quieto - il mondo e le sue luci, i suoi angoli bui e sporchi senza ritrarsi, ma sempre in silenzio: che a Manuel il mondo traboccava dagli occhi ma raramente sgorgava parola (un sollievo di lacrime a invadere gli occhi, e dagli occhi - cadere). E nonostante mi sentissi soggiogata e schiava di quegli occhi muti, io mi sentivo come la moglie di Anselmo: sognavo del mare che, quando ingorga gli anfratti, si ritira e risale. Il mare è diventato idea di fuga, e la fuga, poi, si è fatta lontananza.

Oltre il muro dei vetri si risveglia la vita, che si prende per mano a battaglia finita
come fa questo amore che dall'ansia di perdersi ha trovato in un giorno la certezza di aversi.

V

Dolcenera, F. De André

martedì 26 febbraio 2008

'Brevi' sul rugby

Domenica per la prima volta sono andata a vedere una partita di rugby. Senza conoscerne le regole, senza sapere niente di più di quello che racconta Marco Paolini nei suoi spettacoli. E ripensando a Paolini, alla 'mancansa d'ignoransa', nei momenti più drammatici (quando al termine di una mischia uno della 'fanteria' rimaneva a terra rantolante) io me la ridevo. Proprio una bella risata spontanea, che nasceva da un fondo di adrenalina che mi attorcigliava le budella per il rumore di ossa e denti e muscoli che andavano spaccandosi sulla terra fangosa del campo.
E' un bel gioco, il rugby. Un gioco maschio e ordinato, danzato, lottato e urlato. Con qualche stralcio di sangue e delitto, ma anche molta coreografia e potenza ragionata. Mi ha tirato fuori la voglia di lotta, e la leggerezza dello sguardo.

... Alla fine gli ho detto: "Vorrei essere il tuo pallone da rugby, che tra le tue braccia arriverei sicura alla meta". E abbiamo riso sul suo sopracciglio spaccato. Perché arrivare alla meta ci s'arriva con i calli alle mani e il cervello stanco.

V

lunedì 21 gennaio 2008

Ritratto in grigio di una ragazza sola

Già, questa è una posizione che mi è cara: da ogni balcone della mia vita, guardare giù con la sigaretta che si consuma rapida tra le dita. Poi accenderne un'altra, aspettando che il vento la finisca.
Da domani sarò allegra - prometto. Da domani scriverò cose divertenti, come gli aperitivi con le prof. Ma oggi, fottuta domenica sera, è tutta per me.
Quando in passato mi capitava di vivere momenti che con le emozioni avevano un feeling pazzesco, la mia preoccupazione era come avrei potuto un giorno rendere quell'emozione e quella particolare consistenza del blu del cielo del verde e di ogni altra sensazione, il senso di uno sguardo o l'odore dell'aria - specie l'aria che odore ha a Milano in primavera: una qualità sua, inconfondibile, che se una mano divina mi prelevasse ad occhi bendati da qualunque luogo e mi deponesse, a inizio marzo, in una zona qualunque della città (Corso Genova, ad esempio) interrogandomi: "Dove sei?", le sole mie narici saprebbero rispondere di colpo, come se uno choc le avesse attraversate e stupite, dilatandole tutte.
Milano in primavera ha un aroma suo, che i polmoni non bastano ad arginarlo né le parole a descriverlo: è forse la tinta cristallina dell'azzurro finalmente schiarito dal sole tiepido, e i chilometri di quando percorrevo le strade per andare all'università aspettando i primi esami - in un silenzio che mi scoppiava dentro e sottosopra di ogni sentimento e il suo contrario. Portavo un cappottino grigio, con un bel collo alto e stretto (ho sempre avuto un'ossessione estetica per i colli degli abiti, che devono essere alti, importanti, come steli da cui sboccia il viso, viso incastonato), e camminavo veloce guardando a terra, le mani affondate nei tasconi.
Un giorno, nel dipartimento di filosofia, avevo visto il manifesto di un corso di scrittura creativa organizzato dal comune. Avevo preso il numero e chiamato. Nel giro di una settimana avevo fatto il colloquio e mi ero iscritta. Giampaolo Spinato era un personaggio sanguigno, attraversato da correnti rapide e spesse di una sensualità concreta e mascolina. Io, una ragazzina silenziosa in crisi d'identità. Mi stuzzicava, mi prendeva in giro, mi spronava; non ho mai capito cosa pensasse di noi, del gruppo, o di me. Aveva questi occhi penetranti, scottanti, e una bocca tirata e sottile, di una precisione tagliente. Mi piaceva. Mi metteva a disagio.
Non ricordo granché di quei martedì pomeriggio spesi a parlare di scrittura e arte, tra risate e complicità e guance che vanno a fuoco per il caldo, e l'imbarazzo di avere un auditorio per le proprie stronzate esistenziali. Ricordo solo una sera di sperimentazioni creative: avevamo spento la luce, ci eravamo alzati, tutti impadronendoci di un pezzetto di finestra che dava sul buio della città. Ricordo che jeans portavo, e anche una camicia e un maglioncino grigio. Guardavo fuori, in attesa della folgorazione. Ma c'era solo silenzio, e buio. Forse ero frastornata da quel buio e quel silenzio. Forse avevo appoggiato la fronte calda alla finestra. Non so, non ricordo più. Il ricordo finisce con le mani in tasca, ancora, e ancora il buio di Corso Genova, poco dopo, mentre ritorno a casa e i miei passi hanno un che di pesante, di troppo vuoto, troppo solo.
...
Credo che ucciderò le domeniche sera.
V

giovedì 17 gennaio 2008

La cultura di Paolo Fox: dalle stelle alle stalle (sic!)

Ho sempre pensato che, se fossi stata meno rancée nella vita, avrei sicuramente patito di qualsiasi forma di dipendenza: cose molto letterarie e romantiche, per carità, come ad esempio i cari vecchi "barbiturici" (a proposito, qualcuno sa che sono? Senza andare a cercare su Google, voglio dire...). Mi sono sempre vista nei panni della ricca insoddisfatta e lasciva che sorseggia gin in sottoveste, seduta a gambe incrociate sul divano e spacco fatale, pantofole col tacco, messa in piega platinata, e una marea di insulsi amanti impomatati: giovani squattrinati, senza scrupoli, e a letto: violenti. Non male come fantasia, in effetti.
Ad ogni modo, quando mi capitano giorni così (giorni in cui vorrei essere un'ex bella donna ubriaca che fissa il vuoto perché la tv non è ancora stata inventata) sono piuttosto a terra. Sono i giorni in cui vorrei avere tutte le dipendenze del mondo pur di scordarmi di me stessa perché, diciamocelo, quelle quattro sigarette che fumo non sono granché come surrogato, e soprattutto non obnubilano molto la mia coscienza. Le fumo giusto per passare il tempo, per riempire di gesti i momenti morti delle mie giornate. E comunque, il punto non sono le sigarette, e nemmeno il gin o la messa in piega. Il punto è Paolo Fox. Nel senso.
Lo scenario è questo: mi sveglio, sento che qualcosa non funziona come dovrebbe. Un eccesso di coscienza, che so io, un difetto di sensibilità, un più o un meno che sballano l'equazione, e la giornata è persa... si consuma in rivoli di ragionamenti sterili o stanchi o solo depressi, che non riescono a prendere il volo. Io macino sabbia tra gli ingranaggi, e riesco anche a ridere, se c'è qualcosa che mi fa ridere. Ma dentro no, dentro il vuoto risuona come un'eco.
Ecco, la donna avvinazzata e stagionata che nelle mie fantasie perverse sono (dimenticavo: lei è anche incredibilmente colta, che la cultura è una delle scorciatoie più certe per quei tipi di depressione insensati che derivano solo dal sapere troppo, e inutilmente), sorseggia gin e rutta Montale, Pessoa, Cioran, Levi, Améry, Woolf e Bachmann: tutto il meglio della letteratura suicida dei bei tempi che furono. Io, invece, io, disgraziata mentecatta, quando mi sveglio e sento che, tra tutti questi più e meno di sensibilità e coscienza, i conti non tornano, io (io!, per dio!) penso che sto così perché Paolo Fox m'ha detto che c'ho Giove storto! E magari pure la Luna in quadratura!
... Scusate, non reggo. Devo andare a vomitare l'oroscopo. A 'sto giro, ho alzato troppo il gomito.
V

mercoledì 16 gennaio 2008

Neri Marcoré: sudore, e punto e a capo

Stavo tutta ingabbiata nel mio cappotto nero perché l'aria dalle quinte - non appena si fosse aperto il sipario - sarebbe stata implacabile. Poi il sipario si è alzato, e una scenografia più nera del mio cappotto (due pianoforti neri, due donne vestite di nero, pareti nere, e squarci di carta di giornale) è apparsa dal niente: intima, violenta.
Neri Marcoré non era come lo avevo immaginato dopo le tante pigre domeniche pomeriggio trascorse a guardare Per un pugno di libri. E' stato meglio; è stato vero.
Ci sono due ricordi che si intrecciano a Neri, speculari e quasi identici, ma lontani nel tempo e nello spazio.
Sono a Milano con Gianluca: probabilmente abbiamo passato tutto il pomeriggio in casa leggendo a quattro mani sul letto, ridendo come pazzi sulle mutande di Kant o ascoltando musica mentre fuori viale Papiniano cede rapidamente al buio rumoroso della sera. In sottofondo, c'è questo strano programma: un programma che parla di libri. E c'è uno strano conduttore, magro magro e appena curvo, che con uno sguardo glissato fende le telecamere dal basso verso l'alto. Gianluca ed io giochiamo, e litighiamo sulle risposte, e ci azzuffiamo. Ridendo.
Anni dopo sono qui, a casa mia, o per meglio dire: qui, a casa sua. La casa dell'ultimo uomo con cui ho avuto il piacere di. Siamo sul divano blu. Dalla finestra di fronte a noi si vede il mare o meglio: non si vede, è un grumo nero che inghiotte tutto, e mi risputa addosso l'angoscia che mi porto dentro. Perché siamo in due su quel divano stinto, è vero, ma sono sola. Lui mi tiene la mano, o forse gli appoggio le gambe sulla pancia e lui le abbraccia. Ma Neri Marcoré e Dorfles sono una passione tutta mia, che lui non condivide ma solo tollera. Si alza, e finisce di lavare i piatti del pranzo.
Quando domenica, dopo due ore di spettacolo, Un certo signor G è terminato, mi sono alzata e sono andata verso il camerino di Neri: sola. Raffreddata, intimidita e senza sapere nemmeno che cosa avrei potuto dirgli di sensato. Avevo solo questi due ricordi in mente - qualcosa di troppo labile e strambo, ma che richiedeva lo stesso di essere sciolto, lasciato andare, dimenticato.
Ho aspettato e poi mi sono avvicinata, odiando questa insana timidezza che si trasformava in sudore malaticcio. Mi sono avvicinata, e ho avuto in mente solo il grigio del suo vestito e che era alto alto, che mi guardava con quello sguardo glissato che fendeva i miei occhi dal basso verso l'alto. Ho pensato in un istante: che strano, anche lui è timido - smessi i panni dell'attore. Non sono riuscita a fare niente, se non stringergli la mano; né a dire niente, se non fargli i complimenti a bassa voce. Ma è stato tanto, è stato un punto e a capo: è stato il compimento di un personalissimo trittico, che finalmente può diventare ricordo, e nel ricordo riposare.
V

mercoledì 9 gennaio 2008

Greta Garbo all'ombra di Gabriel Garcia Marquez

L'articolo pubblicato da La Stampa nella pagina culturale dell'8 gennaio ci informa che in Francia è appena uscito il libro Le discours amoureux contenente, tra le altre cose, un centinaio di pagine inedite che l'autore aveva eliminato dalla stesura definitiva dei Frammenti di un discorso amoroso. Riporto alcune frasi del Roland Barthes inedito.

"Eros è giovane solo nei miti, nei romanzi e nelle storie elaborate per i bisogni eugenetici della specie ("ebbero molti figli perché s'amarono da giovani"). Ma la passione amorosa non fa attenzione all'età (come non fa attenzione al sesso o all'oggetto); non soltanto piomba su di voi in qualsiasi momento, ma opera un'elevazione magica, un esonero d'ogni sentimento dell'età: il soggetto amoroso, alla lettera, non ha età (non sa più che cosa sia l'età) - o ha tutte le età nello stesso momento; va a zonzo attraverso il tempo, mescola senza prevenire la tenerezza infantile e il lassismo crepuscolare. Come il puer senilis della retorica antica e medievale, immagine mitica e al contempo giovanile e saggia, egli fa parte di quella razza bizzarra, un po' gnostica (faustiana?), che congiunge le età ritenute contraddittorie, mantiene in sé l'infanzia (attraverso la struttura immaginaria, materna) e vive tuttavia con conoscenza di causa, alla fine di un lungo passato, vicino alla morte, nell'ombra puerile".

Devo ammettere che se Wolfghost non avesse dato ad un mio post una risposta che è suonata secca alle mie "corde" interiori, non avrei scritto su Roland Barthes, sull'Eros, sui frammenti inediti e, sicuramente, non avrei rispolverato quella spassosa foto presa a Villa Cimbrone in cui Greta Garbo conobbe ore di "segreta felicità". Straordinario. Le ore di segreta felicità, dico. Fuggire da Hollywood, portarsi Leopold appresso e fornicare dal mattino alla sera sul magnifico golfo campano in primavera, e guadagnarsi così un'effigie impressa nel marmo e nell'immortalità secula seculorum. Amen.
No no no! Alla fine decido di non essere d'accordo con il saggio Wolf. La passione (come la chiama lui) e l'eros (come ho deciso d'ora in poi di chiamarlo io) non raggiunge il suo apice nel pathos ("insicurezza e sofferenza"). Piuttosto, come scrive Roland Barthes: la passione amorosa (l'eros!) "piomba su di noi in qualsiasi momento" e "opera un'elevazione magica"! Non è sofferenza, non è insicurezza e non è nemmeno un surrogato di quello stupido amore che tutti vanno invocando come molle spezzate.
Sicuramente Greta Garbo si è meritata quell'iscrizione nel marmo perché era la Divina, non per le sue ore di "segreta felicità" con Leopold. Ma è vero anche che se fosse andata in quella villa a picco sul mare per curarsi la scoliosi, l'effigie stessa avrebbe avuto meno conturbante fascino, e non avrebbe aperto la mente ad astute fantasie pruriginose furbescamente suscitate dall'ammiccante ma trattenuta espressione "ore di segreta felicità". Che delizia! E se avesse trascorso lì la sua prima notte di nozze? Be', le ore di passione non sarebbero più state "segrete", e addio incanto, addio senso del peccato, addio immaginazione e sogno e "magica elevazione"!
No, non voglio sentir parlare d'amore, non voglio sentir dire che la passione è un surrogato dell'amore - in cui capita di inciamparsi come in un ciottolo più grande di altri. D'altra parte non mi sembra di ricordare che Roland Barthes, nei suoi Frammenti, abbia mai parlato d'altro che dell'amore-innamoramento, dell'amore-passione, dell'eros che fa avvampare le guance e aspettare con un'ansia da braccio della morte la chiamata dell'amato...
Mi piace pensare che Gabriel Garcia Marquez avesse a mente i Frammenti quando scrisse una delle pagine più divertenti, ironiche e sagge sull'amore-passione. Perché questo è, al momento, l'unico tipo di amore che riesco a concepire.

"Quando Florentino Ariza l'aveva vista per la prima volta, sua madre l'aveva scoperto da prima che lui glielo raccontasse, perché aveva perso la parola e l'appetito e passava le notti in bianco a rigirarsi nel letto. Ma quando incominciò ad aspettare la riposta alla sua prima lettera l'ansia gli si complicò con diarree e vomiti verdi, perse il senso dell'orientamento e soffrì di repentini svenimenti, e sua madre si terrorizzò perché il suo stato non assomigliava ai disordini dell'amore ma ai danni del colera. [...] L'esame rivelò che non aveva febbre né dolore in nessuna parte e che l'unica cosa concreta che sentiva era il bisogno urgente di morire. [Al vecchio omeopata] bastò un interrogatorio insidioso, prima a lui poi alla madre, per comprovare una volta di più che i sintomi dell'amore sono gli stessi del colera".

V