giovedì 31 gennaio 2008

Il carnevale dei cadaveri

Stamattina un amico mi ha mandato un link che vi voglio far vedere. Ho letto decine di post, nei giorni scorsi, che parlavano del Giorno della Memoria, e quasi tutti dicevano che un solo giorno non basta, che il ricordo va coltivato, perpetuato, protratto nel tempo. Bene, questa notizia ce ne fornisce l'occasione.
A me fornisce lo spunto per interrogarmi su un concetto che ultimamente sta sempre più prendendo piede, quello di pornografia della memoria. Fino a che punto possiamo spingerci in questa spettacolarizzazione del dolore, questa oscena manifestazione di corpi nudi e affamati, il nostro patologico voyeurismo, la nostra miserabile pochezza morale? E fino a che punto siamo disposti ad alzare le spalle, girare lo sguardo e fuggire da ciò che non ci piace ma che, nondimeno, accettiamo con colpevole rassegnazione?
Non so voi, ma io sono avvilita e amareggiata da notizie come questa. Notizie che mi fanno credere, sempre più fermamente e sempre più severamente, che ci sia un "sacro" di fronte al quale arretrare, una zona di silenzio, uno spazio vuoto di fronte al quale mostrare rispetto: perché il rispetto per l'altro, in questo caso, è solo il riverbero del rispetto per noi stessi, e per l'essere umano - e per ciò che divino e ulteriore c'è nell'uomo.
Non lo dimenticherò mai: quando ero ad Auschwitz e camminavo tra le baracche, vidi un giapponese seduto sui gradini della baracca di fronte a me. Era seduto a gambe larghe, la sua fedele macchina fotografica al collo, e fumava. Lì, dentro il lager, davanti alla baracca, sopra i suoi gradini, fumava. Non lo dimenticherò più. Soprattutto l'odio feroce che ho provato per lui, e che mi ha fatto avvampare di vergogna per tutti quelli come lui, e per me che ne ero spettatrice, e per coloro che della Shoah fanno una pausa post-coito, un argomento di conversazione, un'oscena carnevalata.
V

Una diavoleria chiamata palestra

Infine, dopo settimane di tormento, mi sono convinta ad iscrivermi in palestra. Io, che nasco nell'acqua e vivo nel mare, decido - per vili ragioni di tempo e gestione - di abbandonare la piscina per iscrivermi in palestra. (Che chi mi conosce sa quanto anti-valentiniano sia il concetto stesso di palestra, e sudore e fatica). Ad ogni modo, prendo questa malsana decisione, e armata di un insolito buon umore entro, con fiero passo deciso, nella piccola accogliente palestra che ho scelto per dissipare energie fisiche altrimenti stagnanti.
Step n. 1: inciampo nell'istante stesso in cui apro la porta a causa di due pesi incautamente messi lì a lato, e parte il bestemmione (mentale) e la parolaccia (verbale). Pessimo inizio.
Step n. 2: spogliatoio. Non la faccio lunga, sennò sembra un romanzo (dell'orrore) mentre la realtà è di gran lunga la miglior commediografa del mondo. Apro la porta dello spogliatoio e mi rimane la maniglia in mano. Sic!
Step n. 3: osservo il balletto di tutte 'ste atlete che entrano (dopo aver cercato invano la maniglia, che ho buttato celermente in un cesto di non meglio identificati attrezzi), smettono gli abiti da lavoro, si smutandano integralmente e si rivestono. Nel frattempo, e dato che io scafandrata entrai e scafandrata ne uscirò, giocherello con l'orecchino, giusto per far qualcosa.
Step n. 4: la lezione. Non me la cavo male. Nei primi cinque minuti, intendo. Perché poi comincio a sentire il fiato corto e la vista annebbiata e uno sgradevole formicolio a muscoli che nemmeno sapevo d'avere... Anche le atlete, fetentone!, dopo una mezz'oretta cominciano a sfiatare come idranti, tutte pezzate che manco i muli. Io non sudo. Sarà grave?
Step . 5: dopo cinquanta minuti tutto finisce... Alleluja nell'alto dei cieli, e Gesù perdonami il moccolone iniziale, che c'avevo una strizza folle di fare figure di merda (e non è che tu mi abbia facilitato, diciamo). Deambulo per la sala mettendo a posto tappetini e pesi e bilancieri quando il tipo che ci ha fatto lezione mi guarda, serio serio con quegli occhi chiari in mezzo al viso, e mi dice: "Valentina, perché cammini così?"
Abbozzo, rossa in viso di una vergogna indegna. Stronzo!, penso. Poi ride, l'infame, e mi fa pure pat pat sulla spalla (che trema tutta di uno spasmo isterico da sforzo coatto). E aggiunge: "Tanto ora per una settimana sarai in coma, no?" Ah ah!, penso io, che ridiamo una volta per uno adesso. Gli rivolgo il più amabile dei miei sorrisi, gli appoggio un'amichevole mano sul braccio e rispondo con voce flautata (dentro di me ribolle un fotogramma pulp in cui gli scortico il naso): "Roby, ci vediamo domani".
E domani, dovessi andarci sui gomiti o, peggio, strisciando sulla pancia, ci sarò. Oh se ci sarò...! Stronzo!
V

martedì 29 gennaio 2008

Bauman: il fallimento di una relazione

Pochi giorni prima che la mia relazione finisse, Effe ed io passeggiavamo per Alassio finché siamo entrati in una stretta sgangherata libreria del Budello. Una libreria come un piccolo utero: una casa, insomma, e con una padrona accogliente. Ricordo che siamo usciti di là con sacchetti pieni di libri, e io pensavo Ci torneremo presto! Mi sentivo in pace e tesa, percorsa dalle correnti di tutti i libri non ancora letti che ci portavamo dietro. La prossima volta che veniamo a mangiare sushi..., devo aver pensato. E i miei pensieri sul selciato avevano una baldanza leggera mentre mi accoccolavo meglio sotto il braccio di lui, e lui sorrideva.
Non ci tornammo più. Insieme, almeno.
E questa cosa mi è entrata dentro come un puntello, e ha procurato tanto più dolore quanto più mi sono piaciuti quei libri, uno ad uno nel corso delle settimane seguenti: dalla Vargas a Bauman, da Caprarica a Richler, teologia romanzi saggi e poesia. Ogni abbuffata di pagine - per settimane - è stato bulimico rifiuto di soffrire, testardo coriaceo indispettito rifiuto di piangere. Che è servito a cementarmi il carattere, a non cedere, ché anche questo è un modo di crescere - fottuto e stronzo e amaro modo di crescere ma pur sempre crescere. E crescendo, i sentimenti impariamo ad aggirarli più facile, e noi più furbi più scafati e loro più subdoli e sempre meno riconoscibili, sempre più lenti. E magari un sentimento esce a mesi di distanza, scoppia, come bolla di sapone in bocca - lasciando quel gusto amaro che ha il sapone e anche un po' acido.
Bauman dice che il fallimento di una relazione è quasi sempre fallimento di comunicazione, e scrive: "L'amore è uno dei rimedi palliativi alla manna/calamità dell'individualità umana, uno dei cui molti attributi è la solitudine a cui è destinata la condizione di separazione [...]. L'amore è sempre venato di un impulso antropofagico". E infatti io avrei voluto mangiarlo, ogni attimo, e il voler divorare l'altro è esperienza universale d'amore, possesso e desiderio. Ma poi (ed è la legge di ogni digestione, e di ogni passione) tutto viene espulso, eliminato, cagato... davvero. E mi spiace che le parole a volte facciano male, facciano storcere la bocca e irritare e dare fastidio e protestare talvolta, ma mai quanto certi sentimenti: e questa si chiama consolazione. Che niente mai farà altrettanto male di un brutto sentimento, nemmeno una brutta parola.
E allora Bauman critica l'amore ai tempi del cellulare, ci disprezza a noi generazione di "stay tuned". Senza tanti giri di parole, ci dice che siamo vani, superficiali: abbiamo smesso di "desiderare" per barattare il troppo impegnativo desiderio con la ben più agevole "voglia": ho voglia di te, che se avessi Moccia sottomano - mi scusino tutti, mi scusi Moccia più di tutti - lo torturerei capello per capello per essere andato dietro gli squallidi fantasmi di una generazione vuota troppo vuota, assecondandola.
Concludo, e passo il testimone a questo Grande Vecchio del pensiero occidentale.

Il desiderio è la brama di consumare. Di assorbire, divorare, ingerire e digerire - di annichilire. Per contro, l'amore è il desiderio di prendersi cura e di preservare l'oggetto della propria cura. Un impulso centrifugo, a differenza del desiderio che è centripeto: un impulso a espandersi, a fuoriuscire, a protendersi all'esterno... Se il desiderio vuole consumare, l'amore vuole possedere.
Forse parlare di desiderio, oggi, è eccessivo. Come per lo shopping: oggigiorno chi va per negozi non compra per soddisfare un desiderio, ma semplicemente per togliersi una voglia. Ci vuole tempo per seminare, coltivare e nutrire il desiderio. Il desiderio ha bisogno di tempo per germogliare, crescere e maturare...
Quando è pilotata dalla voglia, la relazione tra due persone segue il modello dello shopping. Al pari di altri prodotti di consumo, è fatta per essere consumata sul posto ed essere usata una sola volta. Innanzi tutto e perlopiù, la sua essenza è quella di potersene disfare senza problemi.

Z. Bauman, Amore liquido

V

Sciarada - per concludere la serata

E' una serata di rallentato fancazzismo. Una di quelle serate da "film vecchi", come mia madre chiama i film in bianco e nero, o le commedie americane degli anni Cinquanta, quelle meravigliose pellicole in technicolor con donne spumeggianti con la messa in piega cotonata. Impagabili... Fringuellano qua e là con abiti dai colori sgargianti, indaffarate, esponenziali: personaggi che sfoggiano un intero repertorio di scale musicali, un su e giù di toni alti e poi gravi, accordi trilli arpeggi, e nessuna profondità. Hanno sguardi enfatici, sopracciglia a punto interrogativo e ciglia iperboliche. Le adoro, perché sono futili, e anche facili. E quando, come stasera, sono stanca di me stessa e mi vengo a noia, piuttosto che citarmi addosso passo la palla ad un divertente dialogo, che semplicemente è come vorrei essere.
V

Lui: «Noi ci conosciamo?»
Lei: «Che cos’è che glielo fa credere?»
Lui: «Non so ma me lo stavo chiedendo»
Lei: «Vede, io conosco già tanta di quelle persone che finché non ne muore qualcuno non posso far conoscenza con nessun altro»
Lui: «Be’, se qualcuno dovesse entrare in agonia mi avverta»

Lei: «Mi sta nascondendo il panorama»
Lui: «Scusi… Quale parte del panorama preferisce?»
Lei: «Quella che mi nasconde lei»
Lui: «Capisco»
Lei:«Sono le ultime ore di vacanza, devo tornare a Parigi questo pomeriggio… Come si chiama?»
Lui: «Peter Joshua»
Lei: «Io mi chiamo Regina Lampert»
Lui: «Ah. Esiste un signor Lampert?»
Lei: «Sì»
Lui: «Congratulazioni»
Lei: «Non c’è di che, sto per divorziare»
Lui: «La prego, se è per me non lo faccia»
Lei: «No, no, no. E’ che non lo amo più»
Lui: «Be’, almeno lei è onesta»
Lei: «Esiste una signora Joshua?»
Lui: «Sì, ma siamo divorziati»
Lei: «Oh, non era una proposta. Era solo una curiosità»

Tratto da Sciarada (1963) di Stanley Donen, con Audrey Hepburn e Cary Grant.

Vero è...

... che ci sono giorni così che sgorgano da serate altrettanto così, il cui senso e la cui speranza è solo in una rapida fuga verso l'oblio. C'è chi mi ha detto, ieri sera: "Hai una deriva selvaggia, in questo periodo. Ti lasci amare adorare criticare blandire o corteggiare (a seconda dei casi) senza minimamente metterci un'acca di te". Lode a te, o amico, perché è vero è tutto vero.
Vero è che la gente o m'incazza o mi scivola addosso, è ai bordi della strada, come dire. Non mi interessa, non mi piace, non mi fa simpatia (tranne rarissimi fortunati casi). Non mi interesso nemmeno io, se è per questo. Mi interesso come potrei dire: "Bello" di un decoro sul muro, e dimenticarmene subito dopo. Sono piena di correnti immobili, di rabbia repressa, di fuoco inesploso. E infatti scrivo male, a pezzi, ad ansimi, a colpi secchi sui tasti perché i polpastrelli sono furiosi, e io pure, e tutto intorno.
Non ne cavo niente da questo lunedì. Solo scosse, ciclico ritorno dell'uguale.
Voglio essere placata. O innescata.
V

domenica 27 gennaio 2008

Nessuna retorica

Per questa settimana ho fatto il pieno di amarezze. Ho letto i post dei miei amici virtuali: molti parlano del Giorno della Memoria, e le intenzioni di tutti sono buone e giuste. Ma questa eccedenza di commemorazione, questa retorica del "non dimentichiamo" mi ha impaurito, mi ha angosciato. Tra le tante parole che si sono spese, nel cuore oggi mi sono rimasti impigliati Roberto (che si è limitato, in modo eloquente, a mettere nel suo blog la straziante colonna sonora del film Schindler's list) e Marina, che ha ricordato la Shoah attraverso le parole di Primo Levi. Nient'altro, ed è sufficiente.

La foto che ho scelto per questo post l'ho scattata io qualche anno fa, in Polonia. Stavo scrivendo la mia tesi di laurea sulla memoria della Shoah, e decisi di andare in Polonia per visitare i luoghi dello sterminio. Rimasi là tre settimane, assieme ad un amico polacco, vagando in macchina da nord a sud e poi di nuovo nord, tra montagne e pianure, campi di concentramento e meravigliose città, e momenti di cuore chiuso e altri di leggera felicità. Risate, fotografie, bicchieri di troppo e intense discussioni. Maciek era un animo instancabile, e vorace e luminoso, così profondamente innamorato della sua terra da volerla visitare tutta ancora una volta, sfogliandola come un libro, percorrendola e sottolineandola, accarezzandola infinitamente come un corpo di donna amato, scoprendola ad ogni chilometro diversa e bella - sotto i nostri occhi. Ho imparato ad innamorarmene anche io, con lui: delle sue ricchezze e delle sue miserie, di Varsavia la Brutta (coi suoi palazzi ancora oggi violati dalle mitragliate della guerra, il suo cuore trapiantato dopo lo sventramento, il comunismo che ha cementato d'asfalto anche il cielo) e Danzica la Splendida, che se davanti a un polacco chiamate Gdansk "Danzica" quello vi guarderà feroce rifiutando il nome che i tedeschi le diedero.
Io e lui abbiamo fotografato tutto: dal mar Baltico ai monti Tatra, dalle cittadine rurali alla Madonna Nera. Niente è sfuggito alla nostra fame di catalogazione, alla nostra ansia di non dimenticare un centesimo di quella terra: lui che dorme con la testa appoggiata sul tavolino di un McDonald's a Lublino, io che cammino sulla spiaggia di Sopot cercando di non affondare nella sabbia fine e profonda.
Ma quando siamo entrati per la prima volta nel lager di Majdanek, improvvisamente, ecco, le nostre mani si sono fermate, e l'occhio - attraverso l'obiettivo - non è riuscito a fotografare più nulla. Ci abbiamo provato: abbiamo camminato a lungo, fino a sera fino al tramonto, tra le baracche maleodoranti e affollate di resti, con la macchina fotografica in mano, pronta.
Ma inutile. E vuota, come un utero infecondo.
Certe cose non possono essere fotografate, esibite, catalogate. Possono essere vissute e ricordate, e rispettate. Spesso soprattutto nel silenzio.
V

sabato 26 gennaio 2008

Il Giorno della Smemoratezza (27 gennaio)

Domani in Italia si celebra il Giorno della Memoria: già da qualche giorno si sono aperte le danze della commemorazione ufficiale di un Paese che celebra, per meglio dimenticare. Ma la Shoah è molto più della retorica del ricordo, e noi siamo troppo amareggiati, troppo superficiali (invasi e violentati da miliardi di stimoli potenti e veloci e cannibali), troppo spiritualmente macilenti per soffermarci un attimo a pensare che la Shoah non ha prodotto solo quei cadaveri strazianti che i documentari di seconda serata ci costringono a vedere ogni anno, lo stesso giorno (perché se non sono "emozioni forti" nessuno più reagisce). Siamo talmente imbottiti di cliché, che ci appare arduo capire che la Shoah - a suo modo - è stata anche gioia. A dispetto degli aguzzini e degli stupidi di tutto il mondo e di ogni tempo.

Perché persino là, accanto ai camini, nell’intervallo tra i tormenti c’era qualcosa che assomigliava alla felicità. Tutti mi chiedono sempre dei mali, degli “orrori”: sebbene per me, forse, proprio questa sia stata l’esperienza più memorabile. Sì, è di questo, della felicità dei campi di concentramento che dovrei parlare loro, la prossima volta che me lo chiederanno. Sempre che me lo chiedano. E se io, a mia volta, non l’avrò dimenticata.

Imre Kertesz, Essere senza destino

V

La furia e la pena

Ieri sono passata alla Tim per aggiornare un contratto ormai scaduto. Si sa come vanno queste cose: entri nel negozio speranzosa di cavartela con un ticket per il posteggio (zona blu) da mezzora, e torni con la multa incastrata sotto i tergicristalli. Perché di mezzore ce ne hai impiegato quattro (due ore in tutto, per semplificare i calcoli). Ma.
C'è un importante "ma": sono uscita con un nuovo contratto, pare convenientissimo (sicuramente per la Tim lo è), e pure con un nuovo cellulare sottobraccio, rifilatomi per forza dalla zelante commessa di turno con le parole: "Sai, costa 369 euro, è uno dei più belli che abbiamo, pensa: lo teniamo addirittura in vetrina!", e me lo ha porto come l'ostia consacrata. L'ho osservato per un istante: in effetti è un aggeggio supersonico e pieno di opzioni e slide e porte USB e pertugi per le memorie aggiuntive, un pezzo che sale l'altro che scende, profili in pendant tra loro, schermo da 12 pollici ed è pure dotato di parola! Mi parla, il fetente... o forse sono io che inizio a sentire le Voci. Non so.
Comunque non è questo il punto. Non è la Tim - che ormai i cellulari te li tirano dietro, e tutti sono lì a sorridere inebetiti dalla gioia. Il punto è questo: dopo un'ora e quaranta minuti, quando stavo ormai quasi per uscire dal negozio, entra 'sta tipa (che esibiva un attrezzo bianco, dal lato A telefono e dal lato B lettore mp3: insomma, un miracolo di tecnologia che lei candidamente ammetteva di non riuscire a far funzionare) tipa che, dopo aver visto la faccia da prete invasato della commessa mentre mi porge il cellulare nuovo, mi afferra per un braccio con fare risoluto e financo minaccioso, esclamando: "Come hai fatto ad averlo gratis?!"
Ecco, il punto non è il cellulare, non è le ore che si sprecano quotidianamente in cazzate, non è la rottura di dover avere qualcosa che in realtà non vuoi (ancorché gratis), no, niente di tutto questo. A dire il vero, il punto esatto della faccenda si trova nel viso sfigurato della tipa che mi ha preso per il braccio: nei suoi occhi iniettati di sangue, nella sua stretta rapace, nella sua fame di cose, nel suo vuoto pneumatico esistenziale.
In altre parole il punto è: in queste ultime settimane a me l'Italia mi duole, e a questa folle incosciente le duole il telefonino.
E a quanti altri duole il telefonino più della Patria? Duole più la squadra di calcio, i pettegolezzi, il Big Brother, l'amante, la coca, il divertimento, lo status, metterla nel culo a Tizio o andare per saldi (che guarda Stefania che bella borsa che c'ha, dove l'hai comprata Stefi?)... A troppi, e troppo spesso anche a me.
Chiudo con una citazione, anzi due. Una citazione scritta, ed una cantata.
V

Noi siamo tutti responsabili di tutto e di tutti,
davanti a tutti
ed io più di tutti gli altri.

F. Dostoevskij


Franco Battiato, Povera Patria

venerdì 25 gennaio 2008

I volti di Massimo (e il tempo si è reso silenzio)

Se date retta a mia madre, io nella vita ho fatto un sacco di viaggi. Ma date retta a me: ne ho fatti pochi, pochissimi, un niente, che quello che vorrei è di essere sempre in un'altra parte con un'altra pelle sotto cieli che dimenticano di mantenere promesse - come qui - ma almeno sono promesse diverse.
Nel mio niente di viaggi, il cielo che più ha promesso, mantenendo infine di meno, è stato quello di Lisbona: un cielo che si fa luce, un "tempo che si rende silenzio" - come scrive Massimo Arzani, che del viaggio - e del mare - ha fatto il suo lavoro, e filosofia di vita anche, e forse arte; o forse, un modo come gli altri di riempire gli spazi.
Lisbona mi aveva promesso tutto mi aveva giurato, anzi, che avrei fatto saltare il banco: con l'uomo che amavo e la vita che volevo, ogni cosa era vergine, e da scoprire - che se non l'avessi scoperto, forse.
Lisbona è una città dal volto strano, "senza volto" dice Massimo, ma un volto ce l'ha: nell'aria chiara e rarefatta, limpida come una vibrazione (e precisa: come un diapason, che da quell'aria e da quel cielo proprio non puoi fuggire, e ci rimani incastrato e nemmeno sai come).
Massimo si guarda attorno: già a Budapest l'avevo notato, quel balletto degli occhiali, gambe e sguardo che vagano in più d'una direzione: qui, e altrove. E nemmeno nelle pagine del suo libro è riuscito a trattenersi: le ha abitate il tempo necessario per scriverle e poi - poi le ha lasciate, quasi scappando, tentato da un altro qui e un altro altrove.
Ma alla fine, qualcosa di Massimo è rimasto nelle pagine del suo libro: la carne, che si fa parola, e pulsa affascina e irretisce. Massimo si sofferma: su un volto di donna, un frammento di quotidiano colto al volo, una storia che consuma nel giro di un giorno - o di molti mesi. Si sofferma, ed è come un lusso per lui perché intanto, tra lui e la vita, c'è tutto il mare del mondo.
V

giovedì 24 gennaio 2008

L'arte del bacio: estetica circolare

Quando in What women want la tizia sfigata (quella che lavora al bar, per intenderci, ma che pare abbia velleità recitatorie - o forse mi confondo, che 'sti film son tutti uguali) va finalmente a letto con Nick Marshall, ad un certo punto si chiede cosa lui stia facendo con la lingua... nel senso: alza gli occhi al cielo e si annoia, mentre sembra che con la bocca stia baciando un maccherone troppo condito.
Ieri sera mi pare d'aver detto a un uomo che bacia bene. Sì, è andata così: gli ho detto c'è una buona base ma puoi migliorare, e di certo un altro mi avrebbe forse mandato a cagare, ma lui no, lui - dal primo bacio all'ultimo - è effettivamente migliorato, tanto che alla fine ho concluso te lo dico anche per altruismo, che vedrai le altre come mi saranno riconoscenti. Ieri sera ero del tutto suonata. Suonata ed egoista. Per giustificarmi potrei citare la frase che Reth Butler dice a Rossella, in lacrime per la dipartita del suo secondo marito: "E' questo il guaio: dovreste essere baciata, e spesso, e da uno che ci sa fare". Ecco, è una cosa del genere che ho provato ieri sera.

Ma poi, come sempre, la riflessione trascende l'attimo, e un bacio diventa il simbolo di un mondo a sé in cui ciò che conta è l'estetica del gesto, la bellezza del momento, un attimo ed un momento in cui il bacio diventa percorso, e la bellezza è meraviglia panica che riempie i polmoni e li feconda. Un bel bacio è ritmica circolare che vaga e ritorna, si perde in chiacchiere in rivoli in strade scure in cui i passi risuonano sempre con un'eco spaventosa; perché un bel bacio è exitus e reditus direbbe Tommaso riprendendo Platone, andata e ritorno, viaggio e riposo e brezza sulla pelle sudata quando le lenzuola sono corde intrecciate ai piedi del letto e il cuscino è di traverso.
Nel quadro di Hayez, a ben guardare, c'è un'ombra sul fondo, un'ombra - che scappa che spia - nell'antro buio dietro i due amanti. Mi piace pensare che quell'ombra sia il desiderio, sia il pericolo e la voglia di ancora, e altro, e poi. Che il bacio genera altri baci poiché è consuetudine e mania: e lascia insoddisfatti, perché penetra, ma non scava. E per questo - ritorna.
V

mercoledì 23 gennaio 2008

E son tutte rose e fiori (once a month)

A mezzogiorno Francesco mi ha telefonato chiedendomi se mi andava di mangiare un boccone assieme. Ci siamo ritrovati in questo locale spartano - tovaglie di carta giallina e tendine a quadri alle finestre - che il sole però rendeva allegro e terso. Ne abbiamo approfittato per prenderci un po' in giro, come spesso si fa tra noi, e c'era una tale rilassatezza buona, un divertimento epidermico e bello (come quando hai la risata sulle labbra ma non scoppia, e resta lì, sul ciglio della bocca e solletica e si dirama in tutto il corpo), che mi sono sentita bene, in pace con me stessa. Leggera; come la nostra conversazione, come i sentimenti che ci legano.
Poi ovviamente - e siccome non volevo dare troppa pubblicità a quell'incontro - sono arrivate più o meno dieci persone che conoscevo, una dietro l'altra, o a gruppetti e coppie, a distanza di cinque minuti, e mi sono detta 'cazzo' e poi: 'chi se ne frega', che la giornata era talmente buona e bella che ho scrollato le spalle mettendomi gli occhiali scuri - per fare notizia, già che c'ero. E allora, tra un boccone di bistecca e un altro (lo ammetto: tra un lancio di mollica e l'altro...), ho pensato: com'è facile essere me stessa, oggi.
La testimonianza che queste parole lasciano non è profonda, ma nemmeno un po'. Anzi, è sciocca e anche vana. Che in fondo, checché ne diciamo, è come vorremmo essere sempre, se solo potessimo permettercelo.
V

martedì 22 gennaio 2008

In gabbia, e libera

Sono ubriaca. Vale un post, quando si è ubriachi di lunedì sera, orario post-aperitivo? Io credo di sì. Un bel post alcolico, che l'alcool fa bene quando serve a inibire l'inibizione e ad accelerare i pensieri. Ho questa maestosa sensazione di calore allo stomaco, un'ubriacatura lenta e solenne, come da tempo non ne sentivo salire per la pancia. Inutile che dica cosa penso, sarebbe sconnesso, o troppo vero per poterlo dire. Anche nella mia coscienza appannata so cosa posso affidare ad una pagina pubblica, e cosa no. So perché mi sento così, e perché così vorrei sentirmici sempre: una vita in sordina e in alleluja, una vita che si celebra e si perde in rivoli di esagerata coscienza. Voi mi capite? Voi che leggete, e siete fuori da questa esaltazione momentanea e sicuramente ridicola, voi capite quest'inno alla gioia e il bisogno di essere fuori di me, dentro qualcos'altro, intorno alla vita e sopra le cose? Credo di sì. Tutti siamo stati ubriachi quel tanto che basta per non vergognarsi di essere quel che si è.
Non posso proseguire, questo è un post per ricordarmi di non scriverne più di simili. Per ricordarmi che il silenzio a volte è più suggestivo delle parole, e per ricordarmi anche - un giorno - di quanto era bello perdersi e trovarsi e sentirmi giovane e libera e fottutamente in gabbia come ora, che le parole non potranno mai bastare a riempire di senso le ore morte, i giorni agonizzanti. D'altra parte l'ho sempre pensato: che essere ubriachi fosse bellissimo, da dentro, bello e giusto e anche sacro. Di una sacralità profana e dolce, che mi fa amare le mie gabbie, e delle mie gabbie - lo splendore.
V

lunedì 21 gennaio 2008

La mia caccia al tesoro, la mia salvezza

D'altra parte l'avevo promesso che oggi sarei stata allegra e divertente, e almeno nelle intenzioni voglio provarci. E' che al momento (tra la prima frase e questa sono trascorsi almeno otto minuti di riflessione attenta e analitica) di cose divertenti in testa non me ne sono venute, e nemmeno una. Però potrei raccontarvi una storia, che è una storia che mi piace. E' la storia di un amore che nasce.

Avevo otto anni e, benché siano pochi, la vita mi aveva già preso a calci nel culo per i precedenti sette. Avevo otto anni e dormivo in una piccola camera soffice e azzurra, e dalla finestra entrava il mare - uno scorcio mozzafiato, con la sua cornice di aranceti e mimose. Era estate, l'aria dorata filtrava dalle persiane blu col suo pulviscolo immobile nell'afa del mattino. Cercavo di guardare coi miei occhi miopi e socchiusi, ma vedevo solo macchie di luce e colore, bagliori intensi e caldi che mi arrivavano obliqui sul viso. Guardavo, e mi giravo su un fianco, poi sull'altro, poi supina - mettendo le mani sotto la testa. Non sapevo come far passare quelle ore perché la giornata non fosse troppo lunga da vivere, dopo. E pensare non potevo, che pensare voleva dire tornare a quei sette anni là (altrove non avevo da attingere, non sapevo immaginare). Così un pomeriggio, andando a frugare nella biblioteca dei miei genitori, mi misi a cercare un tesoro: non sapevo che faccia avesse, un tesoro, né come lo avrei riconosciuto, e a dirla tutta nemmeno sapevo se un tesoro esistesse. Ma lo cercai, e mi ritrovai tra le mani un volume piccolo, grigio e polveroso, con le pagine penzolanti e trattenute assieme da un filo quasi consumato. Aveva un buon odore - come tutti i tesori. E aveva un nome: Pinocchio.
La mattina dopo lo tirai fuori da sotto il cuscino prima ancora che la luce arrivasse obliqua sul mio volto, quando ancora il fresco della notte era nell'aria e la stanza semibuia lo tratteneva a sé. Lo aprii, tuffandoci dentro il naso, poi toccandolo, poi - messi gli occhiali - aprii un mondo che non ho mai più richiuso. Ora il tempo non era più uno spazio da riempire; non era montagna da scalare e buche e fossi da evitare per poter sopravvivere ancora un altro po'. Ora il tempo era l'intimità acerba della mia prima felicità, era il battito del cuore lievemente accelerato. Il tempo era emozione, e quell'emozione era mia, e non faceva male non faceva paura. Ricordo di aver pensato, la seconda o la terza mattina che quell'incanto si ripeteva: ma allora questo non mi abbandonerà mai. Allora mi sentirò sempre così.
La donna che sono oggi risponde di sì a quella bambina: sì, mi sono sempre sentita così, tenendo un bel libro tra le mani. E la mia anima ha trovato la sua dimensione e la sua cura in tutte le ore rubate ad altro pur di leggere ancora un po', un altro capitolo una pagina ancora la fine del capoverso. E così via, per pomeriggi interi, in cui il mio tesoro la mia salvezza sono tenuti come filo d'aquilone tra le mani piccine di una bambina che continua a meravigliarsi.
V

Ritratto in grigio di una ragazza sola

Già, questa è una posizione che mi è cara: da ogni balcone della mia vita, guardare giù con la sigaretta che si consuma rapida tra le dita. Poi accenderne un'altra, aspettando che il vento la finisca.
Da domani sarò allegra - prometto. Da domani scriverò cose divertenti, come gli aperitivi con le prof. Ma oggi, fottuta domenica sera, è tutta per me.
Quando in passato mi capitava di vivere momenti che con le emozioni avevano un feeling pazzesco, la mia preoccupazione era come avrei potuto un giorno rendere quell'emozione e quella particolare consistenza del blu del cielo del verde e di ogni altra sensazione, il senso di uno sguardo o l'odore dell'aria - specie l'aria che odore ha a Milano in primavera: una qualità sua, inconfondibile, che se una mano divina mi prelevasse ad occhi bendati da qualunque luogo e mi deponesse, a inizio marzo, in una zona qualunque della città (Corso Genova, ad esempio) interrogandomi: "Dove sei?", le sole mie narici saprebbero rispondere di colpo, come se uno choc le avesse attraversate e stupite, dilatandole tutte.
Milano in primavera ha un aroma suo, che i polmoni non bastano ad arginarlo né le parole a descriverlo: è forse la tinta cristallina dell'azzurro finalmente schiarito dal sole tiepido, e i chilometri di quando percorrevo le strade per andare all'università aspettando i primi esami - in un silenzio che mi scoppiava dentro e sottosopra di ogni sentimento e il suo contrario. Portavo un cappottino grigio, con un bel collo alto e stretto (ho sempre avuto un'ossessione estetica per i colli degli abiti, che devono essere alti, importanti, come steli da cui sboccia il viso, viso incastonato), e camminavo veloce guardando a terra, le mani affondate nei tasconi.
Un giorno, nel dipartimento di filosofia, avevo visto il manifesto di un corso di scrittura creativa organizzato dal comune. Avevo preso il numero e chiamato. Nel giro di una settimana avevo fatto il colloquio e mi ero iscritta. Giampaolo Spinato era un personaggio sanguigno, attraversato da correnti rapide e spesse di una sensualità concreta e mascolina. Io, una ragazzina silenziosa in crisi d'identità. Mi stuzzicava, mi prendeva in giro, mi spronava; non ho mai capito cosa pensasse di noi, del gruppo, o di me. Aveva questi occhi penetranti, scottanti, e una bocca tirata e sottile, di una precisione tagliente. Mi piaceva. Mi metteva a disagio.
Non ricordo granché di quei martedì pomeriggio spesi a parlare di scrittura e arte, tra risate e complicità e guance che vanno a fuoco per il caldo, e l'imbarazzo di avere un auditorio per le proprie stronzate esistenziali. Ricordo solo una sera di sperimentazioni creative: avevamo spento la luce, ci eravamo alzati, tutti impadronendoci di un pezzetto di finestra che dava sul buio della città. Ricordo che jeans portavo, e anche una camicia e un maglioncino grigio. Guardavo fuori, in attesa della folgorazione. Ma c'era solo silenzio, e buio. Forse ero frastornata da quel buio e quel silenzio. Forse avevo appoggiato la fronte calda alla finestra. Non so, non ricordo più. Il ricordo finisce con le mani in tasca, ancora, e ancora il buio di Corso Genova, poco dopo, mentre ritorno a casa e i miei passi hanno un che di pesante, di troppo vuoto, troppo solo.
...
Credo che ucciderò le domeniche sera.
V

domenica 20 gennaio 2008

D eci e lode (e scusatemi se è poco!)

Sì, ecco, per l'appunto. Oggi è proprio una giornata no. Stavo creando un post tristissimo sui ricordi e il passato (che penso proporrò in orario notturno per animi assonnati), il cielo è tendente al grigio topo, e stavo pure ascolando in repeat infinito la canzone di Dido Here with me. Che non è il modo migliore di passare la domenica, credo. Detto in soldoni: mi stavo annoiando.
Poi sono stata trascinata in un meme.
Sempre pensato che ognuno ha quello che merita. Ma comunque, siccome l'iniziativa mi piace e mi diverte - e un dieci e lode è un voto che non si rifiuta, mai, e io sono a corto di argomenti - accetto con piacere la nomination di Daniele e, ritirando il premio, espongo qui le regole del quality-meme.

Che cos'è "D eci e lode"?
E' un premio, un certificato, un attestato di stima e gradimento per ciò che il premiato propone.

Come si assegna?
Chi ne ha ricevuto uno può assegnarne quanti ne vuole, ogni volta che vuole, come simbolo di stima a chiunque apprezzi in maniera particolare, con qualsiasi motivazione sempre che il destinatario, colui o colei che assegna il premio o la motivazione non denotino valori negativi come l'istigazione al razzismo, alla violenza, alla pedofilia e cosacce del genere dalle quali il "Premio D eci e lode" si dissocia e con le quali non ha e non vuole mai avere niente a che fare.

Le regole:
1. Esporre il logo del "Premio D eci e lode", che è il premio stesso, con la motivazione per cui lo si è ricevuto. E' un riconoscimento che indica il gradimento di una persona amica, per cui è di valore;
2. Linkare il blog di chi ha assegnato il premio come doveroso ringraziamento;
3. Se non si lascia il collegamento al post originario già inserito nel codice html del premio provvedere a linkarlo;
4. Inserire il regolamento;
5. Premiare almeno 1 blog aggiungendo la motivazione.

Sono stata nominata perché:
Tipi d'aMare: un blog scoperto da pochissimo ma che mi ha incantato per la cura e la capacità di scrittura della sua autrice, che cito anche se non le piace "L'ombra del Vento"... :-)

La mia nomination:
Il blog di Guccia: ragazza talentuosa, piena di interessi, misteriosa e poetica... Il 10 e lode lo merita tutto!





V

sabato 19 gennaio 2008

S'i' fosse foco

Odio questi giorni perché non so scrivere una canzone, e con una canzone nelle vene sarebbe tutto più facile. Invece posso solo scrivere parole - e questo perché la maestra un giorno mi legò al banco e, come un'orchessa avida, mi strinse la mano attorno alla penna costringendomi a fare tre archi alla emme.
Odio questi giorni perché non so dipingere un quadro, e anche se lo sapessi dipingere sarebbe un quadro in bianco e nero, lanci di colore, tagli e sputi e dolore che violenta la tela. E sarebbe un quadro che nessuno guarda volentieri.
Questo è uno di quei giorni in cui rivorrei tutto il mio passato, ma anche vorrei già il mio futuro, tutto assieme, per saettare come un fulmine tra ieri e domani uccidendo l'oggi. Oggi è un giorno che solo la passione può salvare, solo il fuoco può purificare. Una passione scritta, una passione da pagina virtuale - che la forza di viverla, questa passione, chi mai ce l'ha. E' un giorno da cantastorie, di castellane e vergini, donne opulente ed eccessive, streghe.

Tra novembre e dicembre ero goddess, i miei post di quel periodo sancivano la rinascita e il formicolio. Era una bufera di sensazioni forti, un carillon di decine di musiche diverse. E, nell'istante stesso in cui ho detto a me stessa che il destino sarebbe finalmente sfociato, il destino ha chiuso le porte a doppia mandata, e l'eros si è spento: inceppato, annichilito. Le parole hanno ecceduto la realtà, ancora una volta. Le parole hanno esagerato, costringendo la vita a ritrarsi nel suo guscio di lumaca. Eppure non chiedevo altro che vivere la passione, viverla e cavarla fuori come un ragno dal buco.
Cercavo la passione, era la sola cosa che volevo. Ma non sono stata brava a coglierla, ho lasciato passare l'attimo, e non l'ho colto. Ho invece conosciuto un uomo; per la prima volta nella mia vita, quest'uomo ha la mia età, è nato pochi giorni prima di me, e però ha qualcosa di maturo e forte. Non ne sono innamorata, ma è la cosa più vicina all'amore che provo da mesi. Mi protegge il suo esserci, forte, e costante e impermeabile ai miei balzani umori mestruati. C'è della delicatezza, in lui, un'istintiva capacità a vincere le resistenze, e adattarsi.
Ma io volevo ardere, non intenerirmi! Volevo lasciarmi andare senza pensare alle conseguenze, senza chiedermi "e domani?", senza telefonate il giorno dopo, senza niente. Il niente, rivestito di pelle carne e sangue. Un niente pulsante ed erotico, la celebrazione dell'istante in cui perdersi e non ritrovarsi, mai.
Cos'è successo invece, tra quel niente e l'istante?

Se io fossi fuoco, e questo schermo fossero pagine di un quaderno ingiallito, brucerei tutto, e me prima di tutto e questi pensieri troppo pesanti. Invece li lancio come bottiglia nel mare, il mare si prenderà cura di loro, e io di me stessa, e tutto rientrerà nei binari di uno straziante dopopranzo assolato. Aspetterò che quest'uomo mi chiami, per ridere ancora, e nella risata non pensare. Che quello che vorrei lo nascondono gli occhi chiusi dietro palpebre che vibrano appena. Forse sarà il vento.
V

venerdì 18 gennaio 2008

La cerimonia degli aperitivi: le insegnanti

Ad un certo punto la mia coppa di vodka martini ha preso il canale sbagliato: devo essere diventata tutta rossa, occhi lacrimosi e gesto affettato della mano verso la mia gola (paonazza). No, non c'entra l'alcool che è andato di traverso. La serata, mi stava andando di traverso. Così ho finto un malore, mi sono scolata il bicchiere, e sono fuggita - contrita come si conviene - a duecento metri da lì, in un altro locale, altro vodka martini. Lì ho incontrato Alessandro.
Non sono fuggita per incontrare Alessandro, che Alessandro l'ho incontrato per caso, con un amico che è anche mezzo amico mio. Sono fuggita perché (oh, come vorrei saper rendere l'idea, ragazzi!, darvi davvero l'impressione di quello ho provato...) perché ad un certo punto ho messo a fuoco la situazione e ho dovuto guardare in faccia la realtà: mio dio mio dio, ero ad un tavolo (di legno chiaro, per inciso: una vera pacchianeria) di un locale pieno di spifferi, troppo illuminato e frequentato da alcuni noti ubriaconi del porto. Ma non è questo il punto. Il punto è che ero ad un tavolo con sette (7!) donne, sette per dio!, sette donne di cui sei (6...) insegnanti...
Ho l'ardire di pensare di aver reso l'idea.
Ero disperata.
Non è una disperazione "di categoria": non nutro un odio particolare per gli insegnanti: certi, in passato, mi hanno salvato la vita, alcuni mi hanno dato una meta, o svelato un sogno ad occhi aperti. Pochi li ho amati, con ardore e travaglio. Altri li ho - obiettivamente e prosaicamente - detestati... ma devo riconoscere che erano creature detestabili, non insegnanti detestabili - se capite cosa voglio dire.
Ma ieri sera, ad un certo punto (sempre lo stesso punto), la realtà si è trasformata. Nel giro di mezz'ora, repentinamente come per Gregor Samsa, tutto ciò che mi stava intorno ha assunto una sfumatura surreale e insopportabile, i cliché si sono concretati, uno-per-uno: dai discorsi sugli "Uomini", agli imperdibili aneddoti sui genitori degli alunni, alla declamazione delle immani fatiche del lavoro d'insegnante (una certa Monica, prof di matematica, fagocitando una manata di patatine ha sospirato accorata: "Per reggere questi ritmi, al pomeriggio devo sempre andare a fare il riposino", e - sgrunch! - giù per l'algoritmico palato un'ennesima manata di patatine unte). Non erano più individui: erano un sol uomo di gesti, "eh sì, è proprio così", capi che si scuotevano, espressioni in serie, occhiali, e zampe insettivore che spazzolavano via tutto alla velocità della luce. Accidenti, la scuola le affama, a quelle giovani donne lì!
Diciamo che il lato comico della vicenda lo vedo ora - ed è conseguenza dell'aver incontrato Alessandro e Chris ed essermi divertita e aver riso e scherzato e fatto un po' la stupida senza paura di essere né giudicata né bacchettata - ma durante quell'interminabile mezz'ora ero piuttosto abbattuta. E arrabbiata! Caspita, mi dicevo, sono carine 'ste ragazze qua! Sono curate, spigliate, ben vestite e bionde; se gli va di culo, sono anche alte e magre e col nasino a punta. Sanno parlare, hanno studiato, sono serie e misurate. Allora perché sono così vuote? Perché sono le maschere di loro stesse? Perché hanno quell'aria da prof anche quando sono tutte insieme a prendere un aperitivo?
Non potevi sbagliare, neanche ad essere ottuso: io sono scappata all'ennesimo sguardo che mi strusciava addosso dal basso verso l'alto e dall'alto verso il basso, quello sguardo da sopra gli occhiali, anche se in alcuni casi gli occhiali manco c'erano. Ho pensato: come gli indurisce lo sguardo, insegnare, a questa gente. Come le disumanizza, come le omologa, come le svuota... e le riempie di formule, frasi fatte, lezioni. Questa gente dalla cattedra non scenderà mai, e glielo leggi in faccia, con un margine di errore dieci a uno.
C'era questa bella giovane donna, ieri, al tavolo: Erika, prof di lettere. Lei era quella che aveva il culo di essere alta, magra e col nasino all'insù, bionda e molto sorridente. Ed era quella che aveva la sfiga dello sguardo-lumaca, una pupilla glaciale e offensiva che mi faceva saltare i nervi. Guardava, guardava tutto senza sosta, masticava guardava sorrideva, e la qualità disumana del suo sguardo inautentico mi metteva nei piedi la voglia di altrove. Il malore mi ha colto - per grazia di dio - subito dopo averla vista tirare su il dito medio ad un uomo che, passato a fianco a lei, ha avuto il coraggio di guardarla.
V

giovedì 17 gennaio 2008

Il fosforo di guardia segnala urgenza di potere

La spazzatura di Napoli. Benny XVI e il Centro Sociale "La Sapienza". Mr. & Mrs. Mastella.
Facce di un'Italia che ha smesso di stupire e continua a precipitare. A me duole l'Italia: mi duole non capirla e mi duole soprattutto non avere voglia di capirla. E' squallida.
In fondo alla pagina d'apertura del mio blog, ho citato la frase finale del libro di Foa, Questo Novecento. E' una frase realistica e incisiva, e non a caso l'ho messa come prima della lista: per ricordarmi che a volte la mia mente scappa in un altrove, e tutto il corpo la segue. Ma questo altrove è disimpegno; e il disimpegno è male. Soprattutto oggi, soprattutto di fronte a questa vergogna che siamo, a questo squallore.
Io non ho parole da dire migliori di altre, non ho opinioni folgoranti o tesi inattaccabili da avanzare. Io ho il mio dolermi dell'Italia, del suo oscuro recente passato, del suo imbarazzante presente, del fracasso che fa e dell'ignoranza che esibisce. Mi duole, l'Italia, e mi dolgo per me stessa, per non saper fare meglio di così, per il mio algido rimanere ai margini, giudicante. E' troppo poco quando ai "diversi" (le voci che escono dal coro) non rimane che sognare la fuga all'estero, o sognare la fuga dalla realtà. E' troppo poco.
Mi resta da citare una canzone, una delle più crude di De André, una delle più cinicamente calzanti a questa Restaurazione della barbarie.
V

SOGNO NUMERO DUE, Fabrizio De André

Imputato ascolta,
noi ti abbiamo ascoltato.
Tu non sapevi di avere una coscienza al fosforo
piantata tra l'aorta e l'intenzione:
noi ti abbiamo osservato
dal primo battere del cuore
fino ai ritmi più brevi
dell'ultima emozione,
quando uccidevi,
favorendo il potere,
i soci vitalizi del potere
ammucchiati in discesa
a difesa della loro celebrazione.
E se tu la credevi vendetta
il fosforo di guardia
segnalava la tua urgenza di potere
mentre ti emozionavi nel ruolo più eccitante della legge,
quello che non protegge:
la parte del boia
.
Imputato,
il dito più lungo della tua mano
è il medio,
quello della mia
è l'indice,
eppure anche tu hai giudicato.
Hai assolto e hai condannato
al di sopra di me,
ma al di sopra di me,
per quello che hai fatto,
per come lo hai rinnovato,
il potere ti è grato.
Ascolta
una volta un giudice come me
giudicò chi gli aveva dettato la legge:
prima cambiarono il giudice
e subito dopo
la legge.

Oggi, un giudice come me,
lo chiede al potere se può giudicare
.
Tu sei il potere.
Vuoi essere giudicato?
Vuoi essere assolto o condannato?

La cultura di Paolo Fox: dalle stelle alle stalle (sic!)

Ho sempre pensato che, se fossi stata meno rancée nella vita, avrei sicuramente patito di qualsiasi forma di dipendenza: cose molto letterarie e romantiche, per carità, come ad esempio i cari vecchi "barbiturici" (a proposito, qualcuno sa che sono? Senza andare a cercare su Google, voglio dire...). Mi sono sempre vista nei panni della ricca insoddisfatta e lasciva che sorseggia gin in sottoveste, seduta a gambe incrociate sul divano e spacco fatale, pantofole col tacco, messa in piega platinata, e una marea di insulsi amanti impomatati: giovani squattrinati, senza scrupoli, e a letto: violenti. Non male come fantasia, in effetti.
Ad ogni modo, quando mi capitano giorni così (giorni in cui vorrei essere un'ex bella donna ubriaca che fissa il vuoto perché la tv non è ancora stata inventata) sono piuttosto a terra. Sono i giorni in cui vorrei avere tutte le dipendenze del mondo pur di scordarmi di me stessa perché, diciamocelo, quelle quattro sigarette che fumo non sono granché come surrogato, e soprattutto non obnubilano molto la mia coscienza. Le fumo giusto per passare il tempo, per riempire di gesti i momenti morti delle mie giornate. E comunque, il punto non sono le sigarette, e nemmeno il gin o la messa in piega. Il punto è Paolo Fox. Nel senso.
Lo scenario è questo: mi sveglio, sento che qualcosa non funziona come dovrebbe. Un eccesso di coscienza, che so io, un difetto di sensibilità, un più o un meno che sballano l'equazione, e la giornata è persa... si consuma in rivoli di ragionamenti sterili o stanchi o solo depressi, che non riescono a prendere il volo. Io macino sabbia tra gli ingranaggi, e riesco anche a ridere, se c'è qualcosa che mi fa ridere. Ma dentro no, dentro il vuoto risuona come un'eco.
Ecco, la donna avvinazzata e stagionata che nelle mie fantasie perverse sono (dimenticavo: lei è anche incredibilmente colta, che la cultura è una delle scorciatoie più certe per quei tipi di depressione insensati che derivano solo dal sapere troppo, e inutilmente), sorseggia gin e rutta Montale, Pessoa, Cioran, Levi, Améry, Woolf e Bachmann: tutto il meglio della letteratura suicida dei bei tempi che furono. Io, invece, io, disgraziata mentecatta, quando mi sveglio e sento che, tra tutti questi più e meno di sensibilità e coscienza, i conti non tornano, io (io!, per dio!) penso che sto così perché Paolo Fox m'ha detto che c'ho Giove storto! E magari pure la Luna in quadratura!
... Scusate, non reggo. Devo andare a vomitare l'oroscopo. A 'sto giro, ho alzato troppo il gomito.
V

mercoledì 16 gennaio 2008

Neri Marcoré: sudore, e punto e a capo

Stavo tutta ingabbiata nel mio cappotto nero perché l'aria dalle quinte - non appena si fosse aperto il sipario - sarebbe stata implacabile. Poi il sipario si è alzato, e una scenografia più nera del mio cappotto (due pianoforti neri, due donne vestite di nero, pareti nere, e squarci di carta di giornale) è apparsa dal niente: intima, violenta.
Neri Marcoré non era come lo avevo immaginato dopo le tante pigre domeniche pomeriggio trascorse a guardare Per un pugno di libri. E' stato meglio; è stato vero.
Ci sono due ricordi che si intrecciano a Neri, speculari e quasi identici, ma lontani nel tempo e nello spazio.
Sono a Milano con Gianluca: probabilmente abbiamo passato tutto il pomeriggio in casa leggendo a quattro mani sul letto, ridendo come pazzi sulle mutande di Kant o ascoltando musica mentre fuori viale Papiniano cede rapidamente al buio rumoroso della sera. In sottofondo, c'è questo strano programma: un programma che parla di libri. E c'è uno strano conduttore, magro magro e appena curvo, che con uno sguardo glissato fende le telecamere dal basso verso l'alto. Gianluca ed io giochiamo, e litighiamo sulle risposte, e ci azzuffiamo. Ridendo.
Anni dopo sono qui, a casa mia, o per meglio dire: qui, a casa sua. La casa dell'ultimo uomo con cui ho avuto il piacere di. Siamo sul divano blu. Dalla finestra di fronte a noi si vede il mare o meglio: non si vede, è un grumo nero che inghiotte tutto, e mi risputa addosso l'angoscia che mi porto dentro. Perché siamo in due su quel divano stinto, è vero, ma sono sola. Lui mi tiene la mano, o forse gli appoggio le gambe sulla pancia e lui le abbraccia. Ma Neri Marcoré e Dorfles sono una passione tutta mia, che lui non condivide ma solo tollera. Si alza, e finisce di lavare i piatti del pranzo.
Quando domenica, dopo due ore di spettacolo, Un certo signor G è terminato, mi sono alzata e sono andata verso il camerino di Neri: sola. Raffreddata, intimidita e senza sapere nemmeno che cosa avrei potuto dirgli di sensato. Avevo solo questi due ricordi in mente - qualcosa di troppo labile e strambo, ma che richiedeva lo stesso di essere sciolto, lasciato andare, dimenticato.
Ho aspettato e poi mi sono avvicinata, odiando questa insana timidezza che si trasformava in sudore malaticcio. Mi sono avvicinata, e ho avuto in mente solo il grigio del suo vestito e che era alto alto, che mi guardava con quello sguardo glissato che fendeva i miei occhi dal basso verso l'alto. Ho pensato in un istante: che strano, anche lui è timido - smessi i panni dell'attore. Non sono riuscita a fare niente, se non stringergli la mano; né a dire niente, se non fargli i complimenti a bassa voce. Ma è stato tanto, è stato un punto e a capo: è stato il compimento di un personalissimo trittico, che finalmente può diventare ricordo, e nel ricordo riposare.
V