Mi sento come queste nuvole grige: squarciata.
Il sole passa qua e là - una promessa di serenità, in fondo - ma è tutto filtrato e scuro e freddo.
Ieri sera Daniele e Lorenzo mi dicevano: "Dovresti scrivere un libro su quest'ultimo anno: raccontare dei tira-e-molla con lo Pseudo, della volta che hai centrato la macchina della polizia, delle bevute, del ventenne che ti corteggiava e dei tipi strani incrociati qua e là, delle Davidoff al mentolo, dei litigi con la Emi, degli aperitivi al Solis e dei boschi...", che poi i "boschi" di cui loro solitamente parlano nulla hanno a che fare con la vegetazione, gli animali e l'aria pura. I boschi sono sinonimo di serate incasinate che finiscono in intrallazzi e guazzabugli. Imprese epiche, insomma.
Proposta da loro, l'idea mi è sembrata stuzzicante. Mi fanno ridere e, visto attraverso le loro parole, anche il mio ultimo anno mi solleticava una forma di autoindulgenza ironica e narrativa. Poi ho scrollato le spalle e mi sono chiesta: perché? Cos'ho da raccontare? Cos'ho da dire che non sia già stato detto, e anche meglio di così? Perché la mia vita? E a chi potrebbe interessare, se solo a malapena e ogni tanto insuriosisce me?
Daniele direbbe che in questo periodo ho il cuore come 'sti coriandoli. Io dico che ho il cuore come 'ste nuvole: coperto, plumbeo. Credo che il concetto sia lo stesso.
Ma la verità è che devo decidermi. Come con il blog: sono su questa barca, o non ci sono? Inizio a vivere (e quindi a scrivere) oppure gliela do anglosassonemente su?
Non lo so ancora.
I miei entusiasmi sono fuochi di paglia, e la mia energia è fuocherello di candela: più forte brucia, più in fretta consuma. Le mie parole mi irritano, la mia impotenza pure. Ma è un passaggio obbligato: non posso farne a meno... perché la paura di vivere, e la paura di scrivere, sono due facce della stessa medaglia.
Sono fottuta in una viscida impasse.
"...e in questo seguitare una muraglia che ha in cima cocci aguzzi di bottiglia".
Chi oserebbe aggiungere altro, dopo? Sanguino. Ma non è poetico; è patetico.
V
domenica 9 settembre 2007
Il cuore in coriandoli
martedì 13 marzo 2007
Sconforto. E poi rinascita
Dopo aver scritto il mio primo post, mi ha assalito per qualche giorno uno smarrito sconforto, una labirintite cibernetica. Mi era sembrato bello essere finalmente partita per il mio primo viaggio virtuale, ma poi l'infinitezza degli orizzonti possibili mi ha smontato, mi ha dato scacco matto. Mi sarebbe piaciuto, partendo, poter dire a me stessa: ecco la mia meta: è il mare, la Cina, le piramidi o l'Africa Nera. Invece non avevo mete, ma solo spazio infinito, spazio sempre più infinito, che cresce e si moltiplica, e fibrilla e fornica e filia al punto da lasciare senza fiato. Al punto da avermi fatto tacere.
Perché in fondo ho pensato che ognuno di noi (che scrive blog, che partecipa alle community, che chatta o costruisce o visita siti), ognuno di noi, dicevo, è contenente e contenuto al tempo stesso; veicolo e vettore; unità di misura e righello. Surfiamo la rete, e siamo l'onda che la crea. E se è vero che è un pensiero che fa paura, è pur vero che non tutto ciò che ci fa paura è brutto. Anche la bellezza spaventa. E lo spaventoso sconforto che ho provato fino ad oggi nei confronti dell'inutilità di scrivere un blog, di far sentire la mia voce (così sottile, così inesperta) mi dà ora uno stimolo in più ad avere il coraggio di tirarla fuori, questa voce, per nessun altro motivo che per se stessa.
Spero di continuare ad avere questo coraggio. Il coraggio di parlare in un troppo affollato deserto.
V
lunedì 26 febbraio 2007
La Partenza
Ogni volta che sono partita, la mia vita ha fatto un piccolo balzo nervoso - come la puntina dei vecchi giradischi sugli LP impolverati dei genitori. In ogni partenza c'è ogni cosa, e più di tutto c'è la vita che fa cortocircuito. Le valige, ad esempio. Nelle valige mettiamo tutto il superfluo di cui non possiamo fare a meno, gli oggetti più belli accanto a quelli più vecchi; il funzionale e l'elegante, il tacco e l'infradito, il maglioncino di lana e la canotta. Il tanga e l'assorbente, per dire. E sono cose talmente banali sulle quali è probabile non ci soffermiamo mai a pensare; sono il nostro mondo tascabile, il nostro ego fuori da noi stessi, l'anima che si materializza. Mara ad esempio, quando andammo a Praga, portò nella valigia un rotolo srotolato di carta assorbente da cucina. Per l'igiene intima, mi spiegò. Questo credo che renda l'idea.
Con la valigia pronta si parte per gioia, per dimenticare, per festeggiare, per commemorare, per darsi un'altra chance o per darla a qualcun altro. Si parte anche per smettere un attimo di essere se stessi, tirare un sospiro di sollievo dalla quotidianità, dai soliti ruoli, le stesse maschere. Si parte per nascondersi o per svelarsi, forse anche a se stessi. Si parte per amore, per curiosità o per dolore. Si parte perché ci va, e si parte anche se non ci va: perché ci sono momenti in cui partire è l'ultima spiaggia davvero - anche se poi si va in montagna. Si parte per sete di conoscenza, per egoismo, lusso o vizio; ma si parte pure per altruismo, fratellanza e solidarietà. Si parte per omologarsi a "tutti gli altri", e si parte per protestare, rompere gli schemi, chiamarsi fuori. Si parte per seguire una strada, perderne cento, inseguire un sogno o seminare un incubo. In fondo, si parte solo perché la vita è un viaggio che ha destinazione certa. Si parte, quindi, per dimenticare la morte ma, come scrive Enrique J. Poncela, per trovare il senso della vita non c'è niente come morire.
E allora: viaggiamo!
V