martedì 13 marzo 2007

Sconforto. E poi rinascita


Dopo aver scritto il mio primo post, mi ha assalito per qualche giorno uno smarrito sconforto, una labirintite cibernetica. Mi era sembrato bello essere finalmente partita per il mio primo viaggio virtuale, ma poi l'infinitezza degli orizzonti possibili mi ha smontato, mi ha dato scacco matto. Mi sarebbe piaciuto, partendo, poter dire a me stessa: ecco la mia meta: è il mare, la Cina, le piramidi o l'Africa Nera. Invece non avevo mete, ma solo spazio infinito, spazio sempre più infinito, che cresce e si moltiplica, e fibrilla e fornica e filia al punto da lasciare senza fiato. Al punto da avermi fatto tacere.
Perché in fondo ho pensato che ognuno di noi (che scrive blog, che partecipa alle community, che chatta o costruisce o visita siti), ognuno di noi, dicevo, è contenente e contenuto al tempo stesso; veicolo e vettore; unità di misura e righello. Surfiamo la rete, e siamo l'onda che la crea. E se è vero che è un pensiero che fa paura, è pur vero che non tutto ciò che ci fa paura è brutto. Anche la bellezza spaventa. E lo spaventoso sconforto che ho provato fino ad oggi nei confronti dell'inutilità di scrivere un blog, di far sentire la mia voce (così sottile, così inesperta) mi dà ora uno stimolo in più ad avere il coraggio di tirarla fuori, questa voce, per nessun altro motivo che per se stessa.
Spero di continuare ad avere questo coraggio. Il coraggio di parlare in un troppo affollato deserto.
V

lunedì 26 febbraio 2007

La Partenza

Ogni volta che sono partita, la mia vita ha fatto un piccolo balzo nervoso - come la puntina dei vecchi giradischi sugli LP impolverati dei genitori. In ogni partenza c'è ogni cosa, e più di tutto c'è la vita che fa cortocircuito. Le valige, ad esempio. Nelle valige mettiamo tutto il superfluo di cui non possiamo fare a meno, gli oggetti più belli accanto a quelli più vecchi; il funzionale e l'elegante, il tacco e l'infradito, il maglioncino di lana e la canotta. Il tanga e l'assorbente, per dire. E sono cose talmente banali sulle quali è probabile non ci soffermiamo mai a pensare; sono il nostro mondo tascabile, il nostro ego fuori da noi stessi, l'anima che si materializza. Mara ad esempio, quando andammo a Praga, portò nella valigia un rotolo srotolato di carta assorbente da cucina. Per l'igiene intima, mi spiegò. Questo credo che renda l'idea.
Con la valigia pronta si parte per gioia, per dimenticare, per festeggiare, per commemorare, per darsi un'altra chance o per darla a qualcun altro. Si parte anche per smettere un attimo di essere se stessi, tirare un sospiro di sollievo dalla quotidianità, dai soliti ruoli, le stesse maschere. Si parte per nascondersi o per svelarsi, forse anche a se stessi. Si parte per amore, per curiosità o per dolore. Si parte perché ci va, e si parte anche se non ci va: perché ci sono momenti in cui partire è l'ultima spiaggia davvero - anche se poi si va in montagna. Si parte per sete di conoscenza, per egoismo, lusso o vizio; ma si parte pure per altruismo, fratellanza e solidarietà. Si parte per omologarsi a "tutti gli altri", e si parte per protestare, rompere gli schemi, chiamarsi fuori. Si parte per seguire una strada, perderne cento, inseguire un sogno o seminare un incubo. In fondo, si parte solo perché la vita è un viaggio che ha destinazione certa. Si parte, quindi, per dimenticare la morte ma, come scrive Enrique J. Poncela, per trovare il senso della vita non c'è niente come morire.
E allora: viaggiamo!
V